stereotipi

Incontri amburghesi del terzo tipo: Frerk in Patagonia

Che il mondo sia piccolo e le coincidenze non abbiano mai fine, è risaputo, di quei dettagli che diventano modi di dire, quasi retorica. Quando poi ti succede, però, ai confini del globo, è come se una scarica elettrica ti attraversasse, rendendoti sempre più conto che forse, di qualsiasi colore o credo sia, c’è davvero qualcuno al di sopra di te che tiene le redini del gioco.

Chi mi legge sa che il viaggio in Argentina ha interrotto la mia avventura amburghese, e con essa la prosecuzione – volendo – di questo spazio d’espressione che era diventato, per molti, anche un servizio. Chi mi conosce sa anche che questa è stata una decisione consapevole e null’affatto sofferta, perché la mia opportunità in Germania era diventata una lotta coi tedeschi e con me stessa. L’ironia di numerosi post in cui ho cercato di analizzare con un sorriso tutte le differenze fra caos italiano ed ordine crucco, nascondevano un disagio di fondo che mi ha fatto crescere, mi ha dato soldi, impego, ma non felicità.

Dopo questo excursus meramente autoreferenziale, posso raccontarvi un’altra storia. Non so se sarà l’ultima, ma mi piaceva condividerla con voi.

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Un mesetto fa, mi trovavo a Colonia Suiza, una piccola comunità dell’Argentina del Sud, accostata alla più famosa cittadina di Bariloche, a confine con il Cile. Come si potrà facilmente immaginare dal nome della località, questo minuscolo centro alle pendici delle Ande era stato occupato dagli svizzeri di cui porta ancora appresso un retaggio notevole. All’aspetto risultava certamente più simile alla Bavaria che all’estremo Nord quasi scandinavo, ma mi sembrava di essere di nuovo lì, dopo essere fuggita a più di 10000 chilometri di distanza: casolari in legno, birra artigianale a fiumi e un banchetto di torte multistrato al formaggio quark. E un velo di disperazione.

Una mattina (mi son svegliata…) occupavo un tavolo della sala comune del camping dove alloggiavamo, sorseggiando mate e scrivendo il mio diario di viaggio. Ad un certo punto, un omaccione biondiccio mi chiese – in spagnolo con marcato accento crucco – se il posto di fronte a me fosse libero. Lo lascio accomodare, lui poggia il suo portatile sul tavolo, avvolto in un involucro morbido nero…con un gigantesco teschio bianco stampato sopra. Quello del Sankt Pauli.

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Incredula, sbotto: “Are you from Hamburg?” e lui, altrettanto incredulo mi risponde: “Yes, how could you know that???”

E come lo sapevo, il teschio di St.Pauli è un’etichetta che può venire solo dalla città anseatica. Così, Frerk mi racconta la sua storia: lavora nel mondo dell’IT e dopo anni e anni senza una vacanza ha chiesto un anno di congedo speciale per girare tutto il Sudamerica. Viaggia con la sua compagna, Lilli, un’insegnante che ha scelto di prendere un periodo sabbatico, come è lecito che sia nella loro cultura – un po’ meno nella nostra. Tornavano da Ushuaia dove avevano inaspettatamente trovato la neve (in effetti il meteo patagonico non è stato particolarmente clemente neppure con me), perché si sa che più si scende al Sud più si incontra il freddo, ma la neve a Gennaio è un fenomeno atipico anche per il “culo del mondo”.

Frerk e Lilli hanno un blog in cui raccontano passo per passo la loro esperienza: www.viernull.com (ovvero 40: sarà la loro età? Perché proprio questo numero?)

Non ho potuto soddisfare le mie curiosità o dissipare i miei dubbi, non conoscendo la lingua (per esempio, chi è Willi che pare essere il terzo componente della ciurma, ma che Frerk non mi ha nominato?) ma vi invito a leggerlo per viaggiare con loro, zaino in spalla.

Ora, se non ho capito male, dovrebbero essere a surfare in Cile…beati loro!

Guida ai quartieri di Amburgo (5) – Wihlelmsburg in ‘Soul Kitchen’ di Fatih Akin

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

23 dicembre 2013

 

 

Leone d’Argento, gran premio della giuria al Festival di Venezia 2009, pochi di voi non avranno visto Soul Kitchen, uno dei meravigliosi film del regista Fatih Akin, tanto tedesco quanto legato alla terra delle sue origini.

Fatih Akin è nato ad Amburgo da genitori turchi emigrati negli anni ’60, proprio quando – come pensa tuttora qualcuno – la città si fermava al di sopra dell’Elba e ciò che si trovava al di sotto del grande fiume non esisteva.

Questa pellicola tanto acclamata, che in Italia ha dato il nome a numerosissimi ristoranti e locali che cercano di rispettare una certa qualità dei prodotti (penso a quello adorabile di Roma, in via dei Sabelli 163) è stata ambientata in un magazzino industriale di…Industrienstraße, nel cuore del quartiere di Wihlelmsburg, profondo sud-est, ancora più “meridionale” di Veddel Ballinstadt.

ph. welt.de

Per chi volesse una mini sinossi, i 99 minuti di Soul Kitchen vedono Zinos, greco, gestore di un ristorante ormai in malora, che, per caso, lo salva dalla chiusura e conseguente vendita grazie alla collaborazione preziosa quanto complicata dello chef tedesco Shayn (in realtà impersonato dall’attore turco Birol Ünel, immancabile nei film del regista come Scarlett Johannson per Woody Allen, per intenderci!) Eccetto le peripezie personali che rendono quasi comiche le vicende , il fulcro della trama – secondo una mia personalissima lettura! – gioca col famoso stereotipo (confermato dai tedeschi stessi!) della loro incapacità a mangiare correttamente, ad assaporare non per saziarsi, ma per godere di un piccolo grande piacere della vita.

Infatti, lì per lì l’arrivo del nuovo chef svuota il ristorante i cui clienti erano abituati ed apprezzavano il cibo spazzatura che Zinos gli propinava da anni, ignorando le ispezioni igieniche. Eppure, pian piano i palati si affinano, il luogo si riempie di nuove atmosfere, ed è così che Soul Kitchen dimostra quanto gli insegnamenti più genuini possano venire dal basso, lontani dalla sofisticatezza incarnata dalla biondissima Nadine, (ex) fidanzata di Zinos, ahimè giornalista con la puzza sotto il naso. “La cucina dell’anima” la lascia andare libera, come dimostra la divertentissima scena del dessert afrodisiaco che manda tutti i commensali in visibilio per una notte senza pudore, remore o filtri.

Soul Kitchen è l’unico film di Fatih Akin ambientato ad Amburgo, pur essendone nativo. Qui la città gioca un ruolo scenografico importante: i dialoghi chiave si svolgono a ridosso del porto, con le luci delle gru alle spalle durante la notte e i tetti verdi nella Speicherstadt in una gelida alba.

Purtroppo, il Soul Kitchen che aveva aperto (sul serio!) a Wihlelmsburg dopo il successo del film, proprio in Industrienstraße 101, trasformato più che altro in una discoteca/sala concerti, pare aver interrotto le sue attività a maggio di quest’anno.

Tuttavia, Wihlelmsburg è il vero protagonista di una grande opera di rivalutazione, come dimostra il nuovo coloratissimo edificio del Ministero per lo Sviluppo Urbano che sorge proprio nel quartiere che presto diventerà il nuovo Mitte/Centro.

ph. Ken Lee Flickr page

Povertà, disoccupazione e crimine restano una credenza ottusa soppiantata dai fiori dell’ IGS, l’International Gartenschau, che ha spezzato il grigio dei capannoni industriali da Aprile ad Ottobre 2013. La maxi esposizione con la riproduzione di 80 giardini mondiali è costata altrettanti 80 milioni di euro complessivi, ma ha costituito la punta di diamante del progetto “Hamburg, growing-city” assieme all’IBA, l’International Building Exhibition dove “sboccia”, invece, una nuova architettura sperimentale. Fino alla fine di quest’anno, sono stati organizzati dei tour in autobus (prezzo: 5€) in partenza dall’IBA Dock di Veddel (in Am Zollhafen 2) per scoprire le innovazioni di questo pezzo di città che neppure gli amburghesi DOC hanno mai visitato.

Questo sì che assomiglia ad un serio e ben fatto recupero dei sobborghi “malfamati”.

Inutile ammettere che la Germania, ancora una volta, insegna.

 

Le informazioni sull’IGS e l’IBA sono tratte dall’articolo “The great leap” scritto da Ariel Hauptmeier sul bimestrale GEO Special, Hamburg edition, pubblicato a maggio 2013 in lingua tedesca ed inglese. Per tutto il resto, continuate a prendervela con la mia  dedizione verso Veddel e la mia “fissa” per la Turchia!

10 motivi per cui (ormai) potresti sembrare un tedesco

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

29 Novembre 2013

 

Ho ricevuto qualche commento contraddetto e contraddittori riguardo uno dei miei post precedenti“10 modi per essere (ancora) italiani in Germania” da alcuni considerato un po’ troppo legato al nostro modo di fare e di pensare (della serie che te ne sei andata a fare) a malincuore diventa necessario riportare le 10 accuse che mi sono state rivolte, specie dagli amici italiani, in questi quasi sette mesi di permanenza in Crucconia, quando esclamarono: “sei diventata un po’ tedesca…”

Le loro mascelle si sono spalancate in un’espressione scandalizzata perchè:

1) Non controllo gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo), ma mi posiziono al punto giusto del binario per beccare la carrozza più vicina all’uscita della fermata dove scenderò. In mia difesa, la considero solo una questione di pigrizia paragonabile al fatto che non salgo e non scendo le scale mobili, ma chi lo sa, forse sotto c’é dell’altro.

ph. hh-zeitung.de

2) Sempre a proposito di mezzi pubblici e spostamenti, anch’io mi lamento tantissimo se mi capita di aspettare il treno per più di 5 minuti. “È inaccettabile, sette minuti, nel frattempo avrei potuto fare questo, e questo, e questo!”. Controlla gli orari dell’HVV prima di uscire, mi direte. Ma soprattutto: che fine hanno fatto quattro anni in attesa degli autobus dell’Atac di Roma (che come un efficace profilo Facebook ironizza sulla sigla, potrebbe ribattezzarsi “Arrivo Tardi A Casa“?)

3) Faccio un uso spropositato dei calzini. E ne compro una marea, perchè devono essere carini e nient’affatto bucati, visto che qui é normale togliersi le scarpe anche in casa degli altri.

Un simpatico episodio mi vedeva indossarne un paio (per giunta bianchi) prima di andare a dormire, per non lasciare i piedi nudi sotto le coperte. La mia amica, esterrefatta, mi chiese cosa stessi facendo. Le risposi che così “mi sentivo più sicura”, e purtroppo non ero ubriaca. Ho iniziato a preferirli al gambaletto, alla calza trasparente…e di riflesso (per fortuna) metto più pantaloni che gonne. Come una vera donna emancipata del Nord Europa.

4) Ahimé, bevo il cappuccino subito dopo il pranzo. In caso di brunch o colazione alla tedesca, quindi di un pasto salato (che accetto con sempre meno disgusto) é capitato che succedesse anche prima di mangiare. Orribile, lo so. Ma come vi avevo spiegato, quello che i tedeschi chiamano espresso é imbevibile, e il latte macchiato ha troppa poca percentuale di caffeina per le mie esigenze. Il cappuccino diventa l’unica soluzione.

5) Sono affetta da epidemia del controllo e della programmazione. Non ho un’agenda settimanale perchè a 23 anni la mia memoria é ancora fresca, ma pianifico eventi per almeno 15/20 giorni e se non lo faccio vado nel panico. Ovviamente sottopongo a questa pratica tutti coloro che con me devono condividere il mio tempo. Anche gli amici italiani, che beatamente lo lasciano trascorrere per organizzare all’ultimo momento qualsiasi cosa, anche un viaggio. Sono diventata la regina dei reminder, abituata a sentirmi dire “no, tut mir leid, ho già un altro impegno, forse possiamo vederci il 92 marzaio dalle 19 alle 19:04?” ho iniziato a scrivere e-mail imbarazzanti: “Ciao ragazzi, ricordatevi che fra un mese sono a Taranto, siete liberi?”


6) Se avessi totalmente perso ogni senso del pudore e della corretta alimentazione, mi ciberei esclusivamente di bretzel. So che sono bavaresi, ma ci sono anche ad Amburgo, e in generale sono tedeschi. Appena sfornati, scendono giù come l’acqua, si sciolgono in bocca. Avrò i globuli rossi a forma di cuore intrecciato.

7) Dovrei iniziare a frequentare le riunioni degli AA. Non per la birra, non per il glühwein bollente dei mercatini di Natale. “Ciao, sono Eleonora e non riesco smettere di bere Apfelschorle.” (succo di mela frizzante): la prima A, quindi, non è quella di Alcol.

8 ) Il mio tedesco, nonostante il corso A1, ha fatto i progressi di una tartaruga zoppa. Tuttavia, nelle ultime settimane ho iniziato a dire “Ach, so!” per QUALUNQUE cosa. E non é semplice spiegarne la funzione: i tedeschi lo usano per puntualizzare (“Ah, ecco, dicevo!”), esprimere sorpresa (“ora capisco!”) o incredulità (“davvero?”). Utile, insostituibile e, ad un certo punto, irrinunciabile.

9) Ho smesso di aprire l’ombrello quando piove, come tutti gli amburghesi che si rispettino. Non solo perchè la pioggia, a volte, é talmente sottile che un cappuccio può sembrarti sufficiente, non solo perchè il vento a volte é talmente forte che te lo porterebbe via. Ma soprattutto perchè…non lo apre nessuno, neppure io. Sono troppo a disagio.

10) Mi sento in colpa se non lascio la mancia quando pago in un ristorante. È una pratica normale qui in Germania, sostituisce quell’euro che di solito in Italia paghiamo per il coperto. Ho imparato che se voglio lasciare la mancia mi basta ribadire la somma che voglio pagare (se il conto – die rechnung –  é di 19€ posso dire, come a rilanciare, “20!”) Il punto é che non riesco sempre ad andare oltre la logica italiana del lasciare la mancia perchè il cameriere é stato particolarmente gentile o si é mangiato divinamente. E poi non so mai quanto “dover” dare. Anche a rischio di sbagliare, dò sempre qualche centesimo e mai mi sono sentita giudicata per la somma, anche fossero stati 5. (che pezzente!)

10 modi per essere (ancora) italiani in Germania

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

5 Novembre 2013

Nell’incontro-scontro quotidiano con le differenze culturali, in questo odi ed amo verso l’ordine fin troppo ordinato di Crucconia, mi sono imbattuta in un simpatico test, in un pomeriggio di noia. Si chiama “The German quiz”, ideato da Adam Fletcher e Beck Verlag autori del libro How to be German / Wie man Deutscher wird ovvero: “Come essere tedesco”.

“È il 2013, la Germania é la nazione con la migliore considerazione mondiale, ha i migliori turisti del mondo ed é il cuore dell’economia Europea. É figo essere tedeschi!” questa l’intro – ovviamente ironica, seppur considerando dettagli reali – al quiz che, quindi, si chiede quanto tu sia tedesco. Bene, mi spaventa affermarlo, ma lo sono al 70%, quando la media é un punteggio del 64%. Ovviamente é solo perchè ho saputo immedesimarmi nelle plausibili risposte di un crucco DOC.

“Sei tedesca come il Pfand (la cauzione che si ottiene dal riciclaggio delle bottiglie di plastica), l’Apfelsaftschorle (il succo di mela frizzante) e l’urlare per strada alle persone che commettono piccole infrazioni”, tipo camminare sulla pista ciclabile.

Eppure, col trascorrere del tempo, ci sono dettagli della mia italianità che non riesco e forse non voglio abbattere. Retaggi che voglio conservare e riassumono un inequivocabile modo di essere, specie nella terra dei nostri da sempre “nemici”.

Questi sono i 10 modi per cui continuereste a riconoscere che sono un’italiana trapiantata ad Amburgo:

1) Non controllerò gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo) così da non perdere neppure un minuto. Mi piace ancora aspettare che passi il treno, anche quando si gela. E se le scale mobili si chiamano tali ci sarà un motivo: per questo non le percorreró né in salita né in discesa, neanche fossi in ritardo per il meeting del secolo.

2) Nonostante i raccapriccianti spettacoli che mi circondano mi permetterebbero di abbandonare completamente uno stile ed una certa cura del mio aspetto (dettaglio spesso eccessivo al contrario in Italia, dove mi sono sempre lamentata della fissa per le grandi firme ed il conformismo dilagante nel vestirsi) continueró a non mettermi piú di 3 colori addosso, o una sola fantasia. No ai calzini nei sandali! Se fa freddo, se vuoi stare comodo (comandamento numero uno del vestiario tedesco) mettiti un paio di sneakers. Cosí continueró ad usare le borse e non gli zaini: sono pratici, ok, ma sono una donna. E per lo stesso principio, continuerò a depilarmi.

3) Daró ancora importanza ai pasti, alle portate multiple (antipasto/primo/secondo/contorno/frutta/dolce), al cappuccino che NON puó accompagnare il pranzo o la cena. Alla condivisione del cibo, al gusto della portata. Non mangeró per saziarmi, mangeró perché amo mangiare, e possibilmente mangiare bene, e possibilmente condividendo ciò che mangio con le persone a me care.

4) Non programmeró ogni singolo istante della mia vita secondo una rigida agenda. Il tempo libero é una risorsa trascurata, e spesso implica proprio il NON avere orari o attività. Essere spontanei, non nell’accezione negativa del tedesco “spontan” che si tradurrebbe come “improvvisato”. Amo, adoro le cose che accadono quando meno te l’aspetti, sono miracoli divini, non disgrazie. “La vita é quello che accade mentre sei occupato a fare altri progetti”, scriveva John Lennon, che proprio ad Amburgo ha debuttato insieme ai Beatles. Perció…lo prenderei in parola!

5) Perció, continueró a lavorare per vivere e non a vivere per lavorare.

6) Non smetteró di essere gentile ed educata, rivolgendomi alla gente con un saluto, anche se si tratta di sconosciuti. Ringrazieró per cordialità, sorriderò anche se non sono costretta. Non spintoneró nessuno mentre sono in fila: nella tipica situazione di un attraversamento di fronte al rosso per i pedoni, i tedeschi sono capaci di fare una fila da soldatini. Idem di fronte alle porte della metro: tutti fanno uscire i passeggeri che scendono. Allo scattare del verde, o una volta liberata la via all’ingresso sono altrettanto capaci di calpestarti come se fossero unici e soli al mondo: ignorano donne incinte, passeggini, anziani, malati. Nessuno li circonda.

7) Continueró a NON corteggiare un uomo. Da che mondo e mondo, sono loro a dover fare il primo passo e non noi donne a doverli rincorrere. Posso accettare che non mi porti i fiori, che non mi faccia un regalo che non paghi la cena: é una questione culturale, é il rovescio della medaglia per la parità dei sessi. Ma non che ignorarmi significhi che mi desideri e viceversa: se la Germania è al contrario, preferisco restare zitella a vita. O cambiare Paese.

8 ) Non introdurró alcol nel mio corpo prima delle 17, giuro! Specie se si tratta di birra mescolata a Jack Daniel’s, colazione classica del tedesco ubriaco medio.

9) Continueró a lamentarmi del tempo. Continueró a lasciar cambiare il mio umore in base alle previsioni metereologiche: se piove saró triste, se c’é il sole daró una festa come se fosse il mio compleanno. Punto!

10) Continueró spontaneamente a pensare che in assenza di tornelli all’ingresso della metro potrei tranquillamente evitare di pagare il biglietto. E sono una persona onesta (perció alla fine ho addirittura l’abbonamento!) ma a questa piaga, spesso ragione dello scatafascio del nostro Paese, la mia forma mentis non potrá mai modificarsi, come per tutto il resto.

Perché per quanto potró mai diventare tedesca, o apprezzarne i pregi sicuramente evidenti di un popolo che ha tanto da insegnare, sono italiana, per fortuna o purtroppo, come cantava Gaber.

Le prime 10 cose da imparare ad Amburgo (e in Germania)

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

27 Settembre 2013

Il tempo dell’espatriato passa in fretta. Fra pochi giorni saranno passati 5 mesi dal mio arrivo ad Amburgo. Non era una novità per me vivere all’estero, ma è la prima volta che sono in Germania – e forse era meglio se ci venivo prima in vacanza a tastare il terreno, un po’ come si fa quando si va a convivere prima di sposarsi.

Fosse per la città, in realtà, sarei pronta a celebrare un matrimonio perfetto e duraturo.

È a misura d’uomo, è ordinata, è pulita, educata. Architettonicamente bella. E spaventosamente vicina alla Scandinavia. Metterò presto in lista tutti i suoi pregi.

Infatti Amburgo ha un solo problema: gli Hamburgers. Gli amburghesi. E le città, si sa, le fanno i cittadini. Pur non essendo geograficamente così distanti, i tedeschi risultano un po’ marziani agli occhi di un italiano. A prescindere dagli stereotipi – una parola che ripeto spesso nei miei post – queste sono le 10 cose che ho subito notato vivendo la mia vita a Crucchiland, come l’ho ribattezzata. Ad alcune…sto lentamente facendoci l’abitudine, quasi le apprezzo. Altre…continuo a non accettarle! (ed è per questo che presto vi scriverò anche le 10 cose che mi fanno essere ancora un’italiana anche ad Amburgo).

(Image credits: 123RF)

#1 Qui non si puó bere nulla che non sia con kohlensäure, anidride carbonica. I tedeschi sono allergici all’acqua naturale. Ci devono mettere dentro una foglia, un fiore, un grano di pepe, un capello, qualcosa che gli stuzzichi il palato. La prima volta al supermercato nel reparto bibite m’è venuto spontaneo di comprare l’acqua con l’etichetta blu e la scritta “Classic”. Vuol dire che c’è un quantitativo di bollicine da sturarti il naso. Quella rossa, invece, è l´acqua degli sfigati, e dopo un po’ non ti disseta.

# 2 Sí, perché dopo un po’ i sapori pervadono anche le tue papille, fra salse, salsine e salsette. Non si accontentano piú di qualcosa di sano, bollito, insipido. Cercano sempre nuovi stimoli, vogliono sale, sale, sale, sale. Cosí il ricordo vago di due biondissimi turisti che ti cenavano di fianco durante le vacanze in montagna e con disgusto caricavano di altro sale la pizza appena servitagli…diventano stranamente concepibili.

# 3 Sei tu il deficiente che fa la colazione dolce. Tu e forse gli spagnoli. Il resto del mondo mangia pane e salame, fattene una ragione e smettila di credere che sei ancora dalla parte del giusto (vince sempre la maggioranza). La colazione tedesca è quella internazionale di fronte a cui ti sei sdegnato o divertito durante le vacanze (le stesse dove hai incontrato la coppia di biondi attempati di cui sopra). Per il dolce c’è sempre a disposizione tutto il resto della giornata: vi ho già raccontato a proposito del Kaffee und Kuchen.

Torte di otto piani fatte di burro al 50% e innaffiate da litri di cappuccino soddisfano e superano il tuo fabbisogno giornaliero, aiutate, dagli zuccheri introitati grazie alle bevande gasate di cui sopra.

# 4 Quando si entra in casa ci si toglie le scarpe. Magari le si lascia anche fuori, tutte sparpagliate, come fanno i miei dirimpettai turchi. Di ogni dimensione, i mocassini del papà su quelle mignon della figlia più piccola, fino alle scale. All’inizio è uno shock, un festival di calzini bucati ed imbarazzo. Poi capisci l’utilità: si sporca meno e si sta più comodi. Ed improvvisamente torneresti in Italia costringendo la tua famiglia a convertirsi a questa pratica – ma manca il pavimento in linoleum o il parquet per farlo senza prendersi la broncopolmonite.

# 5 É impossibile rimorchiare un tedesco in discoteca. Perchè, appunto, non ti rimorchiano loro. Dovresti buttartici addosso e malamente pur di farli reagire. Ammiccano, dondolano, ma non farebbero mai il primo passo. Così sai che chiunque ti si avvicini avrá qualche gene straniero da parte di madre o di padre. Questo non vuol comunque dire che ti richiamerà il giorno dopo (una regola da rammentare a livello universale)

# 6 Il weekend (Wochenende) é sacrosanto. Va organizzato nei minimi dettagli, tanto quanto la settimana di lavoro appena trascorsa. Se non hai nessun piano o resti in città sei uno sfigato assoluto.

A tal proposito vi ho già segnalato alcuni eventi validi ancora per questo weekend!

# 7 I tedeschi sono capaci di mandare giú quantitativi di birra improponibili. Questo non é uno stereotipo. A qualsiasi ora, anche e soprattutto al mattino presto. Non solo ora che è tempo di Octoberfest. E, appunto, sono insuperabili nello schifo lasciato dopo una qualsiasi festa/manifestazione/concerto. É un tripudio di schizzi di vomito, rivoli di piscio e carcasse di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro appositamente recuperati dai trovatori di “Pfand” (in Germania puoi restituire vetro e plastica ottenendo in cambio qualche spicciolo che gli hai comunque pagato al momento dell´acquisto). Lo fanno perchè sanno che tutto sará ripulito prima che sorga il prossimo sole, come se nulla fosse accaduto. Tuttavia, dopo le 4 di mattina, in Reeperbahn ti servirebbero le scarpe chiodate.

# 8 Le feste sono tutte uguali: di paese, del porto, del molo, dell´angolo della strada: ci saranno sempre 50 stand che preparano 50 tipi diversi di schifezze che vorresti sbafarti dalla prima all’ultima, dolci e salate, ma soprattutto dolci (torna al punto 2). Ci sará sempre il capannetto che vende solo cetrioli, o solo cavoli fritti e gli immancabili cuoricini di pan di zenzero. Birra a fiumi, ovvio. (Torna al punto 7)

# 9 Va sfruttato ogni raggio di sole. Puoi spogliarti ovunque, vestirti come ti pare, puoi anche non depilarti: nessuno ti guarderà, nessuno se ne accorgerà, nessuno ti giudicherà. Tutti uguali nell’impudicizia.

# 10 Amburgo non é sul mare, ma sul fiume. (E questo più che il punto 10 dovrebbe essere il punto 1!) Tanti, me compresa, credevano che Amburgo fosse sul mare, mentre bisogna almeno viaggiare un’oretta e raggiungere Travemunde (vicino Lubecca) per vedere un’onda salata. Amburgo nasce sull’Elba, ed essendo uno dei porti più grandi del mondo non è esattamente un belvedere o un “bell’odorare”. Pensavo che il Tevere fosse sporco. Mi sono ricreduta!