St.Pauli

Incontri amburghesi del terzo tipo: Frerk in Patagonia

Che il mondo sia piccolo e le coincidenze non abbiano mai fine, è risaputo, di quei dettagli che diventano modi di dire, quasi retorica. Quando poi ti succede, però, ai confini del globo, è come se una scarica elettrica ti attraversasse, rendendoti sempre più conto che forse, di qualsiasi colore o credo sia, c’è davvero qualcuno al di sopra di te che tiene le redini del gioco.

Chi mi legge sa che il viaggio in Argentina ha interrotto la mia avventura amburghese, e con essa la prosecuzione – volendo – di questo spazio d’espressione che era diventato, per molti, anche un servizio. Chi mi conosce sa anche che questa è stata una decisione consapevole e null’affatto sofferta, perché la mia opportunità in Germania era diventata una lotta coi tedeschi e con me stessa. L’ironia di numerosi post in cui ho cercato di analizzare con un sorriso tutte le differenze fra caos italiano ed ordine crucco, nascondevano un disagio di fondo che mi ha fatto crescere, mi ha dato soldi, impego, ma non felicità.

Dopo questo excursus meramente autoreferenziale, posso raccontarvi un’altra storia. Non so se sarà l’ultima, ma mi piaceva condividerla con voi.

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Un mesetto fa, mi trovavo a Colonia Suiza, una piccola comunità dell’Argentina del Sud, accostata alla più famosa cittadina di Bariloche, a confine con il Cile. Come si potrà facilmente immaginare dal nome della località, questo minuscolo centro alle pendici delle Ande era stato occupato dagli svizzeri di cui porta ancora appresso un retaggio notevole. All’aspetto risultava certamente più simile alla Bavaria che all’estremo Nord quasi scandinavo, ma mi sembrava di essere di nuovo lì, dopo essere fuggita a più di 10000 chilometri di distanza: casolari in legno, birra artigianale a fiumi e un banchetto di torte multistrato al formaggio quark. E un velo di disperazione.

Una mattina (mi son svegliata…) occupavo un tavolo della sala comune del camping dove alloggiavamo, sorseggiando mate e scrivendo il mio diario di viaggio. Ad un certo punto, un omaccione biondiccio mi chiese – in spagnolo con marcato accento crucco – se il posto di fronte a me fosse libero. Lo lascio accomodare, lui poggia il suo portatile sul tavolo, avvolto in un involucro morbido nero…con un gigantesco teschio bianco stampato sopra. Quello del Sankt Pauli.

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Incredula, sbotto: “Are you from Hamburg?” e lui, altrettanto incredulo mi risponde: “Yes, how could you know that???”

E come lo sapevo, il teschio di St.Pauli è un’etichetta che può venire solo dalla città anseatica. Così, Frerk mi racconta la sua storia: lavora nel mondo dell’IT e dopo anni e anni senza una vacanza ha chiesto un anno di congedo speciale per girare tutto il Sudamerica. Viaggia con la sua compagna, Lilli, un’insegnante che ha scelto di prendere un periodo sabbatico, come è lecito che sia nella loro cultura – un po’ meno nella nostra. Tornavano da Ushuaia dove avevano inaspettatamente trovato la neve (in effetti il meteo patagonico non è stato particolarmente clemente neppure con me), perché si sa che più si scende al Sud più si incontra il freddo, ma la neve a Gennaio è un fenomeno atipico anche per il “culo del mondo”.

Frerk e Lilli hanno un blog in cui raccontano passo per passo la loro esperienza: www.viernull.com (ovvero 40: sarà la loro età? Perché proprio questo numero?)

Non ho potuto soddisfare le mie curiosità o dissipare i miei dubbi, non conoscendo la lingua (per esempio, chi è Willi che pare essere il terzo componente della ciurma, ma che Frerk non mi ha nominato?) ma vi invito a leggerlo per viaggiare con loro, zaino in spalla.

Ora, se non ho capito male, dovrebbero essere a surfare in Cile…beati loro!

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Weihnachten in Hamburg #4: cosa mangiare (e bere) ai mercatini di Natale

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

19 dicembre 2013

 

Ci accingiamo all’ultima domenica d’avvento, l’ultimo weekend inebriato dall’atmosfera irripetibile dei mercatini di Natale in tutta la città. Non è decisamente il momento migliore per fare la dieta, o riservarsi qualche sfizio in vista del grande pranzo di Natale, mai copioso come quello italiano.

Ci sono specialità della “cucina” tedesca che ho avuto modo di assaggiare solo durante questo periodo e che vi consiglio di provare per una bella cena “unterwegs“, in giro, dato che ovviamente parliamo di “cibo di strada”, anche questa una caratteristica DOC.

Il Dresden brot: golosità salata che può variare di banchetto in banchetto. Di norma, è un soffice panetto bianco al pepe con un cuore di pancetta o funghi ricoperti di un mestolo di sour cream (una via di mezzo fra la maionese e la salsa yogurt, un po’ acidula, spesso corredata di erba cipollina o altre spezie simili). Inutile dire che non si digerisce facile, ma è un mattone saporito di cui vale la pena saziarsi.

ph. Paul Williams Flickr Profile

Il Kamin brot: un altro tipo di pane, vagamente più simile al nostro gusto italiano. Si tratta di cubetti ripieni di pomodoro con pancetta, salame o tonno, cotto nei forni a legna allestiti direttamente nei capannoni (ecco perché ci mettono tanto tempo ad allestire tutto l’ambaradan prima del grande inizio di fine Novembre!) Alla domanda: mangiate qualcosa di simile in Italia? ho osato paragonarlo ai panzerotti pugliesi, di cui eppure rimpiango il cuore di mozzarella. La stessa pasta arrotolata su un cilindro di ferro, conserva lo stesso nome, ma cambia forma, come un grosso tubo dal colore del bretzel…da mangiare con qualche salsina strana di cui i tedeschi restano grandi maestri.

…un cetriolo! : dovevo segnalarvelo prima, perché..può essere un buffo quanto strano aperitivo. Per i tedeschi è più che normale ciucciarsi un cetriolo (in salamoia, piccante etc, etc) a mo’ di lecca lecca. Sto esagerando, ma il banchetto di soli cetrioli, spesso affollato, non ha potuto che suscitarmi una certa ilarità. Pur sempre una specialità: un’esperienza da fare, per meno di un euro!

Gli Schmalzkuchen: passando ai dolci, queste morbide nuvolette di pasta fritta innevate da una spolverata di zucchero a velo sono il coronamento perfetto della passeggiata fra gli stand, adagiate in un cono di carta forno, da infilzare con un lungo stuzzicadenti.

Le Quark balchen: sono solo una delle categorie delle “pallozze” fritte fatte o ricoperte dalla qualunque. Questo impasto irregolare è fatto per lo più di formaggio quark, a cavallo fra il philadephia e la ricotta. Sempre in quark è l’ingrediente principale, per esempio, delle käse kuchen, le torte al formaggio (o si chiamavano cheese cakes?) fondamentali nella tradizione culinaria tedesca. Introvabile al di fuori dei confini!

Mandorle caramellate, mele stregate e chi più ne ha più ne metta: direte, ce le abbiamo anche noi, ma non a 10 gusti differenti ed inimmaginabili. Non solo zucchero: le mandorle, nocciole, o addirittura noci sono solo il cuore di una copertura variegatissima: dai cioccolatini celebri al marzapane, ad una pasta aromatizzata al liquore. Mele, banane, ciliege e fragole (totalmente fuori stagione!) sono ricoperte da cioccolato fondente, o al latte, o bianco, e chissà cos’altro. Da spenderci più di mezz’ora di fronte alla vetrina per scegliere cosa mettere nel sacchetto!

Ph. Alex Ehlers per germany.info

Il Glühwein: vi verrà sete, ma soprattutto vi verrà freddo. Ma soprattutto: non potrete non reggere una (e due, e tre…) tazza 0,2 di vin brulè, il vino caldo dolce aromatizzato alle spezie. La particolarità, oltre al contenuto le cui esalazioni vi faranno girare la testa prima ancora di berlo, è il recipiente stesso. Ogni mercatino ha la sua tazza personalizzata per lo più con le raffigurazioni di tipici paesaggi natalizi. Inutile dire che ormai ho la mia collezione, fra cui spicca quella del mercatino “hot” di St.Pauli con i fumetti di Babbo Natale e la Befana mezzi nudi! Portarla a casa costa il prezzo della cauzione, 2/3€ escluso il prezzo del vino che non supera i 2,50€, a meno che non si aggiunga uno shottino di rum per caricare ulteriormente l’apporto alcolico. Vera e propria bomba insuperabile, servito nella stessa tazza, è l’Eier punsch, liquore all’uovo caldo (un po’ come il famoso VOV di montagna!) sormontato da uno spruzzo di panna montata.

Ph. hamburg.de

Da coma, più glicemico che etilico!

Guida ai quartieri di Amburgo (4) – St.Pauli – Passeggiata a luci rosse sulla Reeperbahn

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

26 Novembre 2013

 

Non so perchè ho tralasciato la stesura di questo post più obbligatorio degli altri, perchè Amburgo è St.Pauli, è la Reeperbahn, il quartiere a luci rosse cresciuto a ridosso del porto per accogliere i marinai che gettavano la loro àncora per una sola notte e avevano bisogno di “distrarsi” – tanto per tornare alla mia ormai abusata descrizione di Amburgo come città “di passaggio” per eccellenza.

È il dettaglio più celebre, immancabile su qualsivoglia guida turistica, paragonabile in Europa solo al quartiere di Pigalle a Parigi – più che ad Amsterdam.

Sì, perchè in realtà le prostitute in vetrina sono tutte in una piccola traversa, Herbertstraße, a cui i minori di 18 anni e le donne – ebbene sì – non possono avere accesso. Ancora mi chiedo il perchè: la stradina è letteralmente sigillata da un muraglione di ferro con sopra la pubblicità di una marca di sigarette con protagonisti alcuni uomini che tentano di scavalcarlo. La barriera, però, è aperta. Seguita da curiosità pungente ho provato a varcare quella soglia aspettandomi un puntale controllo della Polizei. Invece no: sono proprio le prostitute ad urlare a squarciagola una lunga serie di “go away” da sfondare le vetrine. Paura di essere giudicate? Timore di un risvolto lesbo?


Il resto del quartiere è solo eccesso, superamento dei limiti, perdita del pudore, e i tedeschi sono maestri nel non riconoscersi allo specchio dopo la mezzanotte di un qualunque sabato sera.Già all’imbrunire, la Reeperbahn si riempie di squadre che festeggiano addii al celibato e al nubilato. Uomini in t-shirt seriale e miss corredate di coroncine e boa di piume rosa shocking passeggiano chiassosamente portandosi dietro un cestino o un carretto con gadget da vendere agli sconosciuti per accaparrarsi i soldi dell’alcool e farsi due risate. I più ingegnosi organizzano delle vere e proprie gare: il primo premio è finora detenuto da un promesso sposo e il suo gruppo a cui abbiamo fatto una ceretta a freddo in mezzo al petto mentre ballavamo allegramente in un locale di Hamburger Berg: tutti i club non direttamente legati al sesso e spesso frequentati anche dagli amburghesi sono posizionati lì.

Sono tanti gli uomini e le donne che vengono qui apposta per celebrare la loro ultima notte “da single”. Perciò è comunque una zona prettamente turistica, l’unica in cui è molto semplice sentir parlare italiano. Non sono pochi i ragazzi bavosi che ho incrociato in questi mesi, eccitati da ciò che li circondava e contemporaneamente così scioccati da stomacarsi un po’ (forse per tutto quello che avevano bevuto?) Infatti, la Reeperbahn è un mondo senza orari nè regole: alla luce del sole lo squallore può disturbare. È uno dei pochi quartieri in cui poter incrociare frotte di senza tetto e mutilati che chiedono l’elemosina, molto più frequenti in qualsiasi altra città delle proporzioni di Amburgo. I night club sono anche “day” e c’è sempre qualche pappone dalla faccia discutibile che ci entra a mezzogiorno. Fare un giro a St.Pauli di domenica mattina é proibitivo se non si dispone di un paio di scarpe chiodate: é un tappeto di bottiglie in frantumi, rivoli di alcool che esala mescolandosi ad altri insopportabili, stranissimi odori.

I sexy shops h24 vendono souvenir al di là del kitch (dagli stampi per biscotti a forma di pene alle pantofole di peluche con due giganti tette sopra, o il campanello per il “richiamo al sesso orale”) e oggetti che sfuggono alla comprensione comune: vibratori di ogni forma/sapore/colore/materiale, strane briglie e tenaglie sadomaso, vestiti in lattex, lenzuola di raso rosso, costumi da infermiera sexy, pseudo tesmed per l’eccitazione femminile.

Tutta l’atmosfera é ora potenziata dai mercatini di Santa Pauli, allestiti in Spielbudenplatz, dove campeggia anche una Strip Zelt, un tendone dove bere il tipico Glüwein (vino caldo con spezie) e ammirare dei – devo dire tristissimi – spettacoli di strip e lap dance.

ph. hamburg.de

I locali più famosi e accreditati in questo senso sono tutti collocati sulla Große Freiheit, a cui si accede da Beatles Platz, dove con qualche sforzo capireste che le sagome di ferro campate in questa piazzetta che introduce alla – letteralmente –  “via della grande libertà” – sono quelle di John Lennon, Paul McCartney, Ringo Star, e George Harrison che proprio ad Amburgo e proprio sulla Große Freiheit si esibirono all’inizio della loro trionfale carriera. Ebbene, chi è già morto si starà rivoltando nella tomba dato che ora li accecano le insegne gigantesche delle discoteche, degli strip club, i karaoke e i drag queen shows (come quello, famosissimo di Olivia Jones) che pompano musica a tutto volume mentre la gente si accalca per una breve passeggiata curiosa, per vedere com’è, com’è la “strada della perdizione”. Si salva il Große Freiheit 36, spesso location di concerti rock, metal e techno come le consuete serate danzanti. È probabile, però, dover lasciare qualche spicciolo all’ingresso quando, di solito, ogni locale della Reeperbahn é free entry. Quei 3,4,5€ sono il segno di una certa qualità.

Esistono, infatti, alcune zone franche, libere dagli omaccioni con la trippa alcolica e le ragazze ubriache in bilico su tacchi vertiginosi (tutte di una certa età, poi).

ph. molotowclub.com

Il Molotow, per esempio, che vogliono presto chiudere per la disperazione di tutti i giovani con un certo gusto musicale. Molotow muss bleiben, “Il Molotow deve restare”, si legge ovunque nel bar al piano di sopra e nel basement sotterraneo dove adal 1990 in poi si sono esibiti i Mumford and Sons, The Black Keys, Two Door Cinema Club, The Killers e tanti altri quando ancora non li conosceva nessuno. Ora il Molotow converge gli amanti del rock’n’roll nel sabato sera del “Motorbooty”, ingresso 3€ ed altri 3€ per il cocktail Molotow (uno stupidissimo vodka-lemon che, però, ci piace particolarmente!) Peccato che lo stabile faccia appunto parte di un complesso di edifici di proprietà della Esso, l’enorme benzinaio che vuole allargarsi smantellando tutta la zona per buttare giù circa 5000 metri quadri di edifici da ricostruire e reindirizzare ad altre attività. Come assidua frequentatrice, sono anch’io fra quelli che si incatenerebbero pur di ostacolare una simile decisione.

Un altro must é il Queen Calavera, in Gerhardstraße 7, storico locale del burlesque. Non so se esiste un altro posto al mondo dove pagare 6€ (durante la settimana) o 10€ (il sabato) per passare un’intera serata di swing inframezzata dagli spettacoli di bellissime, curatissime e bravissime ballerine di burlesque che si esibiscono ogni 30 minuti circa per la durata di una canzone. Non si può non fare, e nel durante non si può non buttare giù qualche cicchetto di “Porno”, un delizioso liquore alla ciliegia.

Dovunque tu sia stato fino alle 5/6 del mattino la tradizione impone, poi, di proseguire fino al Fischmarkt (il mercato ittico) scendendo verso il porto per “iniziare la giornata” con un panino e fischfrikadelle (cotoletta di pesce) bagnata dall’ennesima birra. Le temperature rigide della stagione invernale ostacolano questo brusco passaggio dalla pista alle bancarelle in riva all’Elba…ma é un’esperienza da fare, almeno una volta nella vita, se si vuole poter dire di essere “amburghesi DOC”.

Mai come quelli che ritrovi al brunch della domenica, in accappatoio, con la pelle ricoperta di strani segni fatti con dei pennarelli colorati. Sono le 11, e, ovviamente, sorseggiano Astra (la birra di Amburgo) mentre scoppia una rissa oltre i divanetti del Cafè May di Hein Hoyer Straße 14,  intrattenendo i clienti intenti a smaltire l’hangover con una carrellata di Franzbrötchen.


ABC di Amburgo: la “secondogenita” di mamma Germania

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

3 Settembre 2013

 

Esattamente 4 mesi fa, il 3 maggio del 2013, atterravo all’aeroporto internazionale di Amburgo con un convenientissimo volo diretto Easyjet da Roma Fiumicino.

Delle le mete possibili di una neolaureata italiana in fuga, avrei pronosticato tutto fuorchè la Germania, attanagliata dagli stereotipi per cui il nostro popolo da sempre evita i tedeschi:

– la lingua: “sembra che stanno sempre a litigare”

– il rigore: sembra che li abbiano allevati tutti ficcandogli sú per il didietro una mazza di scopa

– sono troppo precisi

– sono troppo severi

– sono nazisti

– mangiano male

– si vestono peggio

Un laurea in giornalismo, un semestre in Norvegia e molteplici viaggi all’Estero non riuscivano a sopire queste stupide credenze popolari a cui tutti un po’ abbocchiamo.

Alcune – specie le ultime due – sono vere.
Ne parleremo tanto da oggi in poi, raccontandovi la cittá anseatica, quella che é stata definita “the gateway to the world”, la porta verso il mondo, perché tanti qui approdavano solo per una notte, dai marinai a chi migrava verso le Americhe.

Insomma, Amburgo è un passaggio, piú che un posto dove restare.

Eppure ci sono stereotipi del tutto positivi che non mi spingerebbero mai a tornare in Italia: l’efficienza disarmante dei mezzi pubblici, la bellezza di pagare tante tasse godendo di benefici corrispondenti, l’utilitá di una corretta burocrazia.

E poi Amburgo è la capitale dei media tedeschi, ed è ció che mi ha portata fin quassú: svetta non lontano dalla stazione il palazzo di Der Spiegel, non puoi non sapere che la mega palafitta grigia con gli obló che affaccia su Baumwall è Gruner+Jahr, la piú grande casa editrice d’Europa.

Amburgo è la seconda cittá piú popolosa di Germania, dopo Berlino.

Infatti, a differenza di quest’ultima, non è stata ancora letteralmente conquistata dagli italiani e da tutti i giovani europei in fuga. Certo, la notizia di un’ottima qualitá della vita e una discreta possibilitá di trovare ancora il lavoro piú adatto alle proprie esigenze si sparge veloce e chiama rinforzi, a dispetto del tempo metereologicamente disastroso.

Qui c’é ancora spazio per tutti, o quasi.

É sempre stato cosí, l’accoglienza è intrinseca nella natura di Amburgo, uno dei piú grandi porti del mondo intero.
Attenzione, il porto nasce sul fiume, non sul mare. Il fiume è l’Elba e le sue acque abbastanza putride sfociano nel mare del Nord solo dopo un centinaio di chilometri.

Amburgo sorge nel punto in cui il lago Alster si immette nell’Elba.

L’Alster si divide in uno specchio ampio, l’Außen Alster la cui circonferenza è quotidianamente battuta da intrepidi esemplari in tuta da jogging, ed il piú piccolo Binnen Alster, cuore del centro cittadino, proprio di fronte a Rathausmarkt, la piazza del Municipio.

Il mio primo pomeriggio amburghese di quattro mesi fa lo passai proprio lí, seduta nel tramonto, dopo aver comprato un caffé filtrato to go – madornale errore da non ripetere! – ammirando le anatre, i cigni, e le coppiette che pomiciavano.

C’é qualcosa di magico in questa cittá che, eppure, è “finta“.

Infatti Amburgo fu quasi totalmente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale ed è vittima del piú devastante bombardamento aereo nella storia d’Europa, il 28 luglio del 1943.

Insomma, tutto ció che vi trovereste attorno é stato ricostruito come nuovo non molto tempo fa, senza lasciar trasparire alcun tipo di ferita o trauma.
Sopravvivono pochi resti da visitare seguendo una caccia al tesoro, ma niente di paragonabile al muro.

Eppure vi elencheró anche i motivi per cui preferirla a Berlino.

Sono molti i giorni – come oggi, per esempio, dato che l´autunno è prepotentemente arrivato portandosi via un tepore altrettanto finto – in cui mi interrogo sul motivo per cui vivo qui.

I pro si alternano ai contro e gli uni prevalgono sugli altri – di solito dipende dai millimetri di pioggia caduti.

Ma come resistere all’atmosfera contraddittoria di St.Pauli che ospita, allo stesso tempo, il secondo quartiere a luci rosse piú famoso d’Europa e i brunch degli hipster di sabato mattina? Come non concedersi una lunga, lenta passeggiata verso Landungsbrücken, a farsi stonare dai rombi delle navi che avvisano della loro presenza, a guardare i moli, le gru, i cantieri?

Questa cittá è in continua evoluzione e costruzione, proprio come il mio futuro ancora incerto.

Forse è per questo che sono qui.