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Le 10 cose che ho imparato lavorando in un’azienda tedesca

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

13 dicembre 2013

 

Dicevamo, nello scorso post, che ad Amburgo c’è ancora lavoro, ed ancora tante opportunità specie per i giovani universitari che hanno appena concluso il loro percorso di studi spesso troppo teorico e vogliono finalmente mettere in pratica le loro conoscenze.

Come ho già fatto in passato, mi sono divertita ad elencare le 10 cose che ho imparato lavorando in un’azienda tedesca, venute alla mente in questi giorni che vedono chiudere un altro capitolo della mia vita amburghese. Un blog, in fondo, è fatto di storie raccontate attraverso i propri occhi, tuttavia ho cercato di essere più oggettiva possibile e raccogliere non solo le mie esperienze, visto che nello specifico non si é neppure trattato di una collaborazione particolarmente fortunata.

Alcuni punti potranno sembrare scontati a chi lavora da anni e potrebbero semplicemente essere le impressioni di un primo incarico “serio”, eppure credo possano essere tante e non scontate le differenze fra un loculo di Milano e un ufficio di Amburgo…


ph. Royalty free/Corbis
1) L’indipendenza: il primo approccio é disarmante. Da tirocinante o apprendista quale sei, o anche solo per il semplice fatto di essere appena arrivato, ti aspetteresti di essere seguito nei minimi dettagli, essere controllato negli orari, essere sotto torchio per il giudizio di prova. Niente di tutto ciò: se l’azienda ti ha dato la scrivania e ti ha messo di fronte al computer sarai tu a gestire il tuo tempo e i tuoi compiti che arriveranno ad ondate intermittenti (ci saranno giorni di noia e giorni in cui vorresti suicidarti). Questo comporta dei pro e dei contro: ti sembra di avere carta bianca, ma le tue vecchie abitudini italiane non ti concederebbero di scrivere su quella carta senza il nulla osta del capo. Trovare un equilibrio fra lo spirito di iniziativa e le procedure standard non é immediato.

2) La formazione: non c’é un maestrino/maestrina che ti bacchetta, eppure stai imparando, a tue spese. Cadi di faccia e ti fai male da solo, ti senti inadeguato al ruolo, che tante volte può essere anche oltre le aspettative di coloro che ti hanno assunto, ma se hai spirito di sacrificio e voglia di imparare, l’azienda é pronta a tirarti su da zero e portarti alle stelle, facendo sbocciare la tua carriera, se ti interessa. Piano piano ti rendi conto di essere capace di operazioni che non avresti mai attribuito alla tua persona.

3) L’assenza di gerarchie: in Italia il capo é Dio e il resto é marmaglia. Il capo ha un braccio destro e un braccio sinistro, o é una piovra. Qui il capo si confonde al resto del team, e il team é sacrosanto. Il gruppo viene prima del singolo, e il leader – a scanso di eccezioni che, però, da noi sono la norma – é colui che indica la strada, e non quello che la traccia sfruttando gli altri. Più che una divinità da rispettare e venerare (e da poi tartassare durante la pausa caffè lontano da orecchie indiscrete) è un punto di riferimento, in teoria per qualsiasi problema e necessità anche al di fuori del mero affare da chiudere. In questo modo, ogni compito portato a termine – semplicemente perchè é il tuo dovere! – sarà considerato un favore a cui dire “grazie”.

4) Pretendere: in più di un’occasione mi é stato chiesto di fornire palesemente la mia opinione sull’azienda, sul mio ruolo, su come stavo assolvendo i miei compiti. È abitudine diffusa convocare tirocinanti e neo assunti dopo un certo periodo di tempo per accertarsi che tutto si svolga come previsto. Sempre quelle vecchie cattive abitudini porterebbero a vedere oro colato ovunque e non lamentarsi di disagi spesso legittimi che, però, consideriamo come stupidi capricci. Invece, l’assenza di critiche al sistema potrebbe generare l’effetto opposto, ovvero far credere che la persona interessata sia priva di spirito critico. Una cara amica conosciuta qui (italiana) ha potuto quasi decidere quanto farsi pagare, considerando un ostacolo non da poco la “costrizione” a vivere lontano dal proprio Paese e dai propri affetti. Ha chiesto e ha ricevuto. Così funziona.

5) La pausa pranzo: sacrosanta. Guai a passarla con un panino di fronte al computer come alcuni giorni impegnatissimi spingerebbero a fare. Ancora peggio, guai a sgranocchiare schifezze tutta la giornata, come ha fatto per cinque mesi la collega con cui dividevo l’ufficio, scatenandomi nausee che ho simpaticamente commentato sulla pagina facebook del blog. Non tutte le aziende hanno una cucina o un ambiente comune dove condividere il pasto coi colleghi – che per giunta é una pretesa fortemente italiana. Se si va fuori, si va al “ristorante” (greco, turco, messicano, giapponese, vegetariano, vegano e chi più ne ha più ne metta per assecondare le richieste di ognuno) e in ogni posto ci sarà un menù fisso a 7€ per il la Mittagpause. Il mio stipendio da praktikant non mi ha concesso di farlo tutti giorni: e qui viene il bello. Se dici di no una volta, e due, e tre, nessuno più verrà a chiamarti per pranzo. A quel punto, quando ne avrai voglia, dovrai immetterti nel giro di mail che partono dalle 10 in poi per scegliere squadra e luogo e accodarti per riacquistare la tua posizione.

6) Per quanto il capo possa essere gentile, carino/a e rispettoso/a, il sottile humor tedesco sul bastardo andante, scusando il termine, non farà eccezione. Sarà inevitabile sentirsi dire che il lavoro svolto “non é molto tedesco”: una maniera un po’ discriminatoria per dire che è poco preciso e non sono stati rispettati tutti i dettagli o vagliate tutte le possibilità del caso. Prendete il velato razzismo con un sorriso, e dimostrate che sapete fare meglio di loro, perchè é la pura e semplice verità (a presunzione risponde presunzione!)

7) A metà settimana c’é l’after work beer: con o senza un responsabile delle risorse umane, gli eventi del team al di fuori degli orari di lavoro diventano un momento di coesione fondamentale per la riuscita stessa di un migliore coordinamento nella pratica quotidiana (nel migliore dei casi, addirittura per fare amicizia, visto che l’ufficio é il posto dove si passa la maggior parte del tempo e così si dovrebbe spontaneamente tendere a condividere non solo la scrivania con i propri colleghi). La birra di metà settimana (che poi può essere un vino, ma… siamo in Germania!) eventualmente bevuta in una delle sale più accoglienti dell’ufficio, tanto per sentirsi un po’ ribelli, è un meeting da non sottovalutare, tanto quanto quelli coi clienti.

8 ) Venerdí é causal friday: potrebbe capitarvi di lavorare in un ambiente in cui dover rispettare un certo dress code: 4 giorni su 5 sarete tutti impettiti come pinguini con autonomia di movimento pari a sottozero e una comodità che non aiuterà il vostro mal di schiena di fronte allo schermo. Niente paura: il venerdì ci si potrà vestire come ‘persone normali’. La gentile concessione in un ambiente a tratti austero come l’ufficio potrebbe sprigionare tutto il kitsch che c’è in voi, specie in estate. Achtung! Casual friday significa semplicemente che potrete mettere un paio di jeans, togliervi il blazer e indossare un paio di sneakers…nel rispetto della comune decenza.

9) Lo Julklapp, il regalo di Natale aziendale. Fa parte delle tradizioni tedesche del Weihnacht anche se pare venga dalla Scandinavia. Una pesca miracolosa assegna ad ognuno un collega a cui fare un regalo per un budget fisso di 5-10€. I regali verranno consegnati durante la festa di Natale aziendale che prevede l’obbligo all’ubriachezza molesta. Il divertimento sta tutto nel fatto che il collega assegnato riceverà il regalo…senza sapere chi gliel’avrà comprato!

10) Se torni da un viaggio, se fai il compleanno é carino quanto obbligatorio offrire qualcosa ai colleghi. Sono cortesie dovute e ben viste, anche qualora non doveste trovarvi nel posto dei vostri sogni. Oggi, per esempio, ho portato una torta fatta con le mie manine (e giuro che non era avvelenata!) : non c’é niente di più apprezzato, qualsiasi cosa che possa spezzare la routine e addolcire una giornata sarà vista come una manna dal cielo. Figurarsi se si trattasse di qualche buon prodotto italiano…alla faccia del punto 6!

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Pausa pranzo amburghese #2 – La storia di Campus Suite

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

1 ottobre 2013

 

“Ma come non conosci Campus?” Sembrava impossibile che c’avessi messo tanto a scoprirlo.

Per una pausa pranzo più discreta e più leggera rispetto a quella da Jim Block, non solo nell’apporto calorico, ma anche nel prezzo, Campus Suite è diventata la mia tappa fissa quando non ho il tempo di riempire un tupperware come si deve.

Sgabelli alti all’americana si alternano a divanetti vintage e tavolate lunghe per i battaglioni di young business men and women affamati quanto affrettati. Di gente ce n’è sempre tanta in fila, ma ordinare è un gioco: a meno che non si prenda un panino o un dolcino, in caso di piatto caldo e quindi una diecina scarsa di minuti d’attesa, il cassiere ti consegna una scatoletta blu trasparente con su il logo fiorato e farfalloso di Campus Suite. Un led lampeggiante ne segnala il funzionamento. Si illuminerà completamente iniziando a vibrare quando l’ordine è pronto, così da potersi nel frattempo accomodare e rilassare.

Infatti l’attenzione per il cliente – tendenzialmente giovane – è sempre stato il comandamento numero uno dei fratelli Frank e Leonard Steibisch, fondatori della catena che, in realtà, nasce come unico punto vendita a Kiel, come alternativa più genuina alla mensa universitaria, pessima anche in Germania come a qualsiasi latitudine.

La prima caffetteria Campus Suite, aperta nel 2004, offriva dolci fatti in casa e sfiziosissimi spuntini, tutto preparato con ingredienti freschi di prima qualità e soprattutto con una certa dedizione verso il cibo, attribuendo un valore ai pochi minuti di sosta di una giornata di studio o di lavoro intenso. Campus Suite era e resta un rifugio popolato da studenti, coppie – che incontro spesso con i loro neonati – e perfino professori (che si formalizzano molto meno rispetto a quelli italiani), un luogo pacifico dove ascoltare addirittura della buona musica, come dimostrano le proprie compilation acquistabili in negozio e su internet. Un’atmosfera tranquilla che ormai si ricrea in numerose sedi a Flensburgo, Lubecca, Hannover, anche in Austria (a Vienna) e ovviamente Amburgo.

Ecco la lista dei 14 Campus Suite amburghesi. Li trovate in:

– Osterfeldstraße 12-14

– Brandsende 2-4

– Domstraße 18

– Eppendorfer Landstraße 102

– Grindelallee 17

– Großer Grasbrook 10

– Jungfernstieg 4-5

– Am Kaiserkai 60-62

– Kasernenstraße 12

– Rothenbaumchaussee 47

– Steinstraße 5-7

– Stephansplatz 2-8

– Valentinskamp 91

– Christoph-Probst-Weg 3-4

Si sa quanto sia importante mettere in circolo un buon caffè per attivare il cervello ed essere produttivi: e Campus Suite ci tiene.

Da italiana devo dire che il caffè – non espresso, ma cappuccino e simili – rientra nella norma (niente di eccezionalmente buono o cattivo), ma bisogna dare atto del fatto che solo i baristi professionisti hanno il compito di prepararli. Chi non lo è, ma volesse lavorare da Campus Suite (c’è sempre qualche posizione aperta per un part-time o full time job) o è semplicemente interessato alla cultura del buon caffè, può seguire un corso o un workshop organizzato direttamente dall’azienda.

Non posso non concedermi una zuppa “Karotten und orangen” almeno una volta alla settimana, specie da quando le temperature si sono abbassate. Per soli 3,70€ ho una ciotola di crema (non brodaglia) impreziosita da qualche seme di zucca e un panino di accompagnamento. Finché il clima è stato più mite, ho preferito il cous cous con salsa remoulade, da mangiare sulle panchine di Planten und Blomen (l’immenso parco della città) all’ombra di qualche albero.

Il mio ufficio si muove compatto e al loro turno ordinano tutti la stessa cosa: i Surf Cup Nudeln.

Si tratta – attenzione – di penne (un po’ scotte) in salsa al pomodoro e panna, vagamente piccante. Lo adorano, e amano inzuppare il pane in questo sugo…mentre mangiano la pasta.

La prima volta che mi sono unita a loro per questo momento comunitario, avevo una smorfia di disgusto simile alla loro quando gli dico che vivo a Veddel.

 

Non ho saputo oppormi, rischiare il licenziamento per un piatto di pasta…! Però non tornerei in Italia con la boccia di questo sugo, che riporta sull’etichetta “Comprami, sono la salsa segreta dei deliziosi Surf Cup Nudeln!” nei frigo accanto ai Milch Reis e tutte le varie bibitine gasate e colorate. Mia nonna mi rispedirebbe al confine!


(photo credits: stadtbekannt.at)