Germania

Italia sì, Italia no, Germania jamme.

Un anno fa mi trasferivo ad Amburgo, mi stabilivo nella mia nuova stanza di Veddeler Brückenstraße, in quel quartiere a Sud-Est della città che vi ho descritto con adorazione più di una volta.

Lì, di fronte a quei tre piani senza ascensore, con una parte delle valige che ancora ho lasciato nella soffitta di un’amica tedesca, nella speranza, forse, di lasciarmi una porta aperta, anche fosse quella dello scantinato.

A distanza di un anno, mi manca quella Germania da cui sono fuggita, poi?

Com’è ritornare in Italia, controtendenza, controvento rispetto alla maggioranza sempre più convinta di partire?

Ho incontrato un’amica che non ha mai sopportato le mie lamentele e critiche a Crucconia mentre vivevo ad Amburgo. Infermiera tarantina a Colonia, ci siamo incrociate a sorpresa per quel miracoloso concerto del primo maggio che ha risvegliato non poche speranze nel potere di una collettività giovane e vogliosa che scavalca la politica, il sindacato, la burocrazia e l’assenza di fondi, ostacoli tangibili che spesso, però, diventano scuse facili per giustificare quell’apatia di intenti che ti attanaglia le membra, specie nel meridione. Mi aspettavo racconti soddisfatti, l’ennesimo “ma chi te l’ha fatta fare” dell’ultimo periodo. E invece, a prescindere da alcune sfighe del tutto personali, anche lei, dopo 3 anni, è stanca di Germania e vorrebbe tornare qui.

A me me basta lu sule, canteranno i Sud Sound System poche ore dopo. Riduttivo, ma squaglia i cuori come il burro delle torte tedesche. Più che il sole – dato che anche questo è un maggio particolarmente piovoso per gli standard pugliesi – ci è mancata la solarità: possibile che dopo tanti anni lì (e lei, a differenza mia, parla pure perfettamente tedesco) non sia riuscita a crearsi un giro di contatti, di amici, di persone con cui condividere il tempo, che non siano il suo cane? Perché bisogna fare questa fatica – spesso inutilmente – per conquistare l’attenzione di un tedesco? In amicizia, per carità, “figurarsi se dovessi sperare di trovare marito”. A 25 anni uno comincia pure a pensarci. “Ma come faccio, torno qui e vado di nuovo a vivere coi miei? Non ce la potrei mai fare.” mi appella giustamente. “E poi per fare cosa? Non si capisce quando potrebbe esserci un nuovo concorso per infermieri, e dove. Lì ho un lavoro, come posso abbandonarlo?” 

Così, si sente di nuovo a casa sua per qualche ora, e poi torna ad abitarne una in cui è libera di fare ciò che vuole, ma che non sente propria.

In fondo sembra che ogni buona idea, qui, non possa attecchire, sempre e comunque divorata dal veleno, nascosta dalla gramigna.

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Contemporaneamente, non mi pento di aver abbandonato quella scrivania grazie a cui ho guadagnato i risparmi di cui custodisco ancora gelosamente gli ultimi spicci mentre sguazzo nel precariato del giornalismo non retribuito e della costruzione di utopie.  Non mi sentivo comunque realizzata, e forse è vero, quello che doveva essere un vanto della nostra generazione – il non accontentarsi mai – sta diventando un problema.

Sono fiera di averci ricreduto, dando in un certo senso ragione a chi definisce codardi quelli che partono. C’è ancora tempo per sporcarsi le mani e pensare che si può fare. Ma…ne vale davvero la pena? Si tratta di una lotta strenua, di una battaglia da combattere con le unghie e con i denti, prima di tutto con se stessi.

Cominciano ad essere sempre di più i giorni in cui stento a trovare ossigeno piuttosto che quelli in cui mi sento libera di respirare a pieni polmoni – anche perché qui a Taranto non conviene prendere grosse boccate d’aria. Non è solo la mancata autonomia di dover sottostare di nuovo ai regimi e i tempi della famiglia che ci è mancata mentre eravamo lontani, ma con cui adesso stentiamo a trovare un equilibrio nel rispetto di tutti.

Ciò che mi manca davvero del vivere ad Amburgo – oltre al sabato pomeriggio a botte di flöhmarkt e kaffee und kuchen con le amiche! – è il magone che il malessere italiano continua a provocare. Quella tv, quella radio che potevi decidere di spegnere, quelle notizie da cui potevi cercare di distaccarti per quanto la tua nazionalità resti incancellabile, in un mix di ripudio verso il contesto abbandonato e distorsione patriottica alla pizza-pasta-mandolino/sole-mare-vento. Un romanticismo che scaturisce solo dalla distanza.

In Italia c’è questo sentore di stasi perenne da cui non si vede la luce in fondo al tunnel, questa crisi che è sempre più infima, sempre più politica, sempre più morale. Impossibile non avere voglia di piangere di fronte alle scene, per esempio, dello scorso sabato sera allo Stadio Olimpico. Piangere di un pianto di rabbia e a tratti di disperazione, come quell’inno di Mameli fischiato, sputato, infangato.

Le ingiustizie sono troppe.

Mio zio, carpentiere, a casa da mesi, senza più un contratto. La pancia cresce insieme alla pigrizia, su cui abbiamo ancora la forza di ironizzare chiedendogli informazioni sulla sua “gestazione”.

Quell’apatia, dicevo, quel germoglio che muore sotto il peso di una terra troppo greve.

Mia cugina, studentessa fuorisede che sta per laurearsi, e tornerà a casa per scrivere la tesi, pur di risparmiare l’affitto di qualche mese.

“Perché non abbiamo il diritto di realizzarci dove siamo nati?” mi chiede davanti a un (buon) caffè con un’ingenuità disarmante.

Non lo so, ma è così. E a quel punto, piuttosto che stare all’interno dei confini, con il diritto di parlare la propria lingua, onorare le proprie tradizioni, amare i propri cari – per quanto sia bello impararne una nuova, farne proprie di diverse, conoscere nuove persone – l’unica soluzione sembra proprio quella di fare nuovamente fagotto.

E il mito agli occhi degli italiani, per quanto ormai si dovrebbe e potrebbe guardare ai paesi emergenti (fra cui spicca anche l’Albania in un’inversione da paradosso storico) resta quello della Germania.

Una coppia di amici l’ha perfino scelta per la loro ultima vacanza, per una Pasqua immersi nella foresta nera, e in un Sud bavarese forse un po’ più caloroso del profondo Nord amburghese. Lì, una loro amica, biologa molecolare, sta facendo il suo dottorato per molto più di 1000€ al mese, perché il PhD è un premio d’eccellenza, una prospettiva di ricerca duratura, non un parcheggio per chi vuole assicurarsi uno stipendio mensile fisso, almeno per 3 anni, come accade anche ai migliori, in Italia.

Lei, in Italia, non tornerebbe mai, e loro sarebbero rimasti volentieri dov’erano.

 

E io mi chiedo perché non sia riuscita ad innamorarmi di un tale partito, e mi chiedo se valga ancora la pena di credere che esista quell’amore che cerco chissà dove.

Oscillando fra i pro e i contro tricolori, ricordo che un anno fa smisi di chiedermelo e mi limitai ad andare.

Jamm’ja.

Chissà che non accada di nuovo.

Incontri amburghesi del terzo tipo: Frerk in Patagonia

Che il mondo sia piccolo e le coincidenze non abbiano mai fine, è risaputo, di quei dettagli che diventano modi di dire, quasi retorica. Quando poi ti succede, però, ai confini del globo, è come se una scarica elettrica ti attraversasse, rendendoti sempre più conto che forse, di qualsiasi colore o credo sia, c’è davvero qualcuno al di sopra di te che tiene le redini del gioco.

Chi mi legge sa che il viaggio in Argentina ha interrotto la mia avventura amburghese, e con essa la prosecuzione – volendo – di questo spazio d’espressione che era diventato, per molti, anche un servizio. Chi mi conosce sa anche che questa è stata una decisione consapevole e null’affatto sofferta, perché la mia opportunità in Germania era diventata una lotta coi tedeschi e con me stessa. L’ironia di numerosi post in cui ho cercato di analizzare con un sorriso tutte le differenze fra caos italiano ed ordine crucco, nascondevano un disagio di fondo che mi ha fatto crescere, mi ha dato soldi, impego, ma non felicità.

Dopo questo excursus meramente autoreferenziale, posso raccontarvi un’altra storia. Non so se sarà l’ultima, ma mi piaceva condividerla con voi.

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Un mesetto fa, mi trovavo a Colonia Suiza, una piccola comunità dell’Argentina del Sud, accostata alla più famosa cittadina di Bariloche, a confine con il Cile. Come si potrà facilmente immaginare dal nome della località, questo minuscolo centro alle pendici delle Ande era stato occupato dagli svizzeri di cui porta ancora appresso un retaggio notevole. All’aspetto risultava certamente più simile alla Bavaria che all’estremo Nord quasi scandinavo, ma mi sembrava di essere di nuovo lì, dopo essere fuggita a più di 10000 chilometri di distanza: casolari in legno, birra artigianale a fiumi e un banchetto di torte multistrato al formaggio quark. E un velo di disperazione.

Una mattina (mi son svegliata…) occupavo un tavolo della sala comune del camping dove alloggiavamo, sorseggiando mate e scrivendo il mio diario di viaggio. Ad un certo punto, un omaccione biondiccio mi chiese – in spagnolo con marcato accento crucco – se il posto di fronte a me fosse libero. Lo lascio accomodare, lui poggia il suo portatile sul tavolo, avvolto in un involucro morbido nero…con un gigantesco teschio bianco stampato sopra. Quello del Sankt Pauli.

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Incredula, sbotto: “Are you from Hamburg?” e lui, altrettanto incredulo mi risponde: “Yes, how could you know that???”

E come lo sapevo, il teschio di St.Pauli è un’etichetta che può venire solo dalla città anseatica. Così, Frerk mi racconta la sua storia: lavora nel mondo dell’IT e dopo anni e anni senza una vacanza ha chiesto un anno di congedo speciale per girare tutto il Sudamerica. Viaggia con la sua compagna, Lilli, un’insegnante che ha scelto di prendere un periodo sabbatico, come è lecito che sia nella loro cultura – un po’ meno nella nostra. Tornavano da Ushuaia dove avevano inaspettatamente trovato la neve (in effetti il meteo patagonico non è stato particolarmente clemente neppure con me), perché si sa che più si scende al Sud più si incontra il freddo, ma la neve a Gennaio è un fenomeno atipico anche per il “culo del mondo”.

Frerk e Lilli hanno un blog in cui raccontano passo per passo la loro esperienza: www.viernull.com (ovvero 40: sarà la loro età? Perché proprio questo numero?)

Non ho potuto soddisfare le mie curiosità o dissipare i miei dubbi, non conoscendo la lingua (per esempio, chi è Willi che pare essere il terzo componente della ciurma, ma che Frerk non mi ha nominato?) ma vi invito a leggerlo per viaggiare con loro, zaino in spalla.

Ora, se non ho capito male, dovrebbero essere a surfare in Cile…beati loro!

Una gita fuori porta (2): Sylt

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

2 gennaio 2014

 

…e soprattutto fuori stagione!

In vena di estate in pieno inverno, la mente in questo secondo giorno di Gennaio 2014 torna indietro allo scorso Agosto per ricordare una bellissima giornata lungo le coste del mare del Nord, verso Sylt, l’isola più estesa della Germania.

Questa lingua di terra che ricorda la forma di una ballerina alzata sulle punte mentre lascia un lembo del tutù svolazzante (troppa fantasia?) è parte delle Frisone ed è ad un tiro di schioppo dalla Danimarca. Arrivarci da Amburgo è altrettanto semplice: come ricorderete dalla scorsa gita a Lubecca, anche Sylt rientra nel distretto Schleswig-Holstein che grazie ad un convenientissimo biglietto comunitario è visitabile a prezzi irrisori. Ribadisco che il biglietto per l’intera regione costa 33€ da dividere con un massimo di 5 persone. La zona è coperta tanto da DB quanto dalla Nord-Ostsee-Bahn (QUI il link)

 

Il tempo impiegato è di esattamente 3 ore: da Hauptbahnhof si arriva comodamente a Westerland, al centro dell’isola, la pancia della ballerina, insomma. Una volta scesi dal treno bisogna scegliere in che direzione rivolgersi: la superficie di Sylt misura quasi 100km² (non proprio piccina!) soprattutto perché il modo migliore per visitarla, se c’è bel tempo, è andare in bicicletta. Nel pieno della stagione turistica sarà complicato trovare due ruote libere: vi consiglio di riservare le vostre bici prima di partire, a meno che non abbiate la vostra, facilmente trasportabile nei treni tedeschi. Le compagnie online, tutte collocate a ridosso della stazione, sono tantissime.

Noi ci affidammo a “Bruno”: prenotando in anticipo potrete scegliere il mezzo più adatto alle vostre esigenze, perfino il tandem. Unica pecca (comune a tutte le compagnie dell’isola che affittano biciclette) è il freno a ruota fissa, cioè…l’unico modo per stoppare la bici è pedalare all’indietro. Sarà difficile trovarne una con un sistema diverso, lì per lì la cosa vi metterà in crisi, specie per chi, come me, è abituato a “prendere la rincorsa” e posizionare il pedale di partenza sempre sullo stesso piede. Il trucco è stare attenti a fermarsi nel punto giusto: dopo due, tre (quattro, cinque!) errori, diventerà un’abitudine per il resto della giornata. I prezzi oscillano fra i 7 e i 12€ per l’intera giornata, l’orario di rientro previsto per le 18 è forse un po’ prematuro dati i tardi tramonti del Nord Europa.

Da Westerland scegliemmo di procedere in direzione Sud, verso Rantum, non prima di un bel bagno dopo solo mezz’ora di cammino. Il meteo non fu particolarmente clemente, il vento soffiava forte, e la spinta a visitare il più possibile non ci concesse di affittare qualche strategica Strandkorb, le cabine in legno sparse ovunque per le larghe spiagge di Sylt. Rivolte contro il mare, sono la perfetta protezione dalle raffiche, sostituiscono i nostri deboli ombrelloni (che diventerebbero aquiloni!) e contemporaneamente fanno da sdraio (leggermente più scomode). Le strandkorb sono assolute protagoniste del panorama di Sylt, insieme al suo mare scuro e sempre mosso (troppo per una “sirenetta” abituata alle quiete e trasparenti acque dello Ionio!) e alle casette con il tetto di muschio secco che tiene fresco d’estate e caldo d’inverno e tanto ricorda la residenza di Gargamella dei Puffi.

Appena lontane dalle spiagge, attraversammo prati verdi sterminati attraversati da pecore e capre apparentemente in cattività, e pranzammo in un chiosco con un ottimo panino e matjesfilet, un’aringa marinata tipica della Germania del Nord, accompagnata da un’immancabile porzione di Kartoffelsalat.

Così “selvaggia” e naturale, tutto ci sembrò fuorché “posh”: lussuosa, sfarzosa nel senso più fastidioso del termine. Sylt non può certo essere considerata povera (come neppure Amburgo!) ma un riccone tedesco con la puzza sotto il naso sembrerà sempre un barbone rispetto ad un appariscente nababbo italiano.

E se Sylt è una delle località più eleganti della Germania, i vip tedeschi non hanno mai fatto le vacanze in Costa Smeralda!

Guida ai quartieri di Amburgo (5) – Wihlelmsburg in ‘Soul Kitchen’ di Fatih Akin

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

23 dicembre 2013

 

 

Leone d’Argento, gran premio della giuria al Festival di Venezia 2009, pochi di voi non avranno visto Soul Kitchen, uno dei meravigliosi film del regista Fatih Akin, tanto tedesco quanto legato alla terra delle sue origini.

Fatih Akin è nato ad Amburgo da genitori turchi emigrati negli anni ’60, proprio quando – come pensa tuttora qualcuno – la città si fermava al di sopra dell’Elba e ciò che si trovava al di sotto del grande fiume non esisteva.

Questa pellicola tanto acclamata, che in Italia ha dato il nome a numerosissimi ristoranti e locali che cercano di rispettare una certa qualità dei prodotti (penso a quello adorabile di Roma, in via dei Sabelli 163) è stata ambientata in un magazzino industriale di…Industrienstraße, nel cuore del quartiere di Wihlelmsburg, profondo sud-est, ancora più “meridionale” di Veddel Ballinstadt.

ph. welt.de

Per chi volesse una mini sinossi, i 99 minuti di Soul Kitchen vedono Zinos, greco, gestore di un ristorante ormai in malora, che, per caso, lo salva dalla chiusura e conseguente vendita grazie alla collaborazione preziosa quanto complicata dello chef tedesco Shayn (in realtà impersonato dall’attore turco Birol Ünel, immancabile nei film del regista come Scarlett Johannson per Woody Allen, per intenderci!) Eccetto le peripezie personali che rendono quasi comiche le vicende , il fulcro della trama – secondo una mia personalissima lettura! – gioca col famoso stereotipo (confermato dai tedeschi stessi!) della loro incapacità a mangiare correttamente, ad assaporare non per saziarsi, ma per godere di un piccolo grande piacere della vita.

Infatti, lì per lì l’arrivo del nuovo chef svuota il ristorante i cui clienti erano abituati ed apprezzavano il cibo spazzatura che Zinos gli propinava da anni, ignorando le ispezioni igieniche. Eppure, pian piano i palati si affinano, il luogo si riempie di nuove atmosfere, ed è così che Soul Kitchen dimostra quanto gli insegnamenti più genuini possano venire dal basso, lontani dalla sofisticatezza incarnata dalla biondissima Nadine, (ex) fidanzata di Zinos, ahimè giornalista con la puzza sotto il naso. “La cucina dell’anima” la lascia andare libera, come dimostra la divertentissima scena del dessert afrodisiaco che manda tutti i commensali in visibilio per una notte senza pudore, remore o filtri.

Soul Kitchen è l’unico film di Fatih Akin ambientato ad Amburgo, pur essendone nativo. Qui la città gioca un ruolo scenografico importante: i dialoghi chiave si svolgono a ridosso del porto, con le luci delle gru alle spalle durante la notte e i tetti verdi nella Speicherstadt in una gelida alba.

Purtroppo, il Soul Kitchen che aveva aperto (sul serio!) a Wihlelmsburg dopo il successo del film, proprio in Industrienstraße 101, trasformato più che altro in una discoteca/sala concerti, pare aver interrotto le sue attività a maggio di quest’anno.

Tuttavia, Wihlelmsburg è il vero protagonista di una grande opera di rivalutazione, come dimostra il nuovo coloratissimo edificio del Ministero per lo Sviluppo Urbano che sorge proprio nel quartiere che presto diventerà il nuovo Mitte/Centro.

ph. Ken Lee Flickr page

Povertà, disoccupazione e crimine restano una credenza ottusa soppiantata dai fiori dell’ IGS, l’International Gartenschau, che ha spezzato il grigio dei capannoni industriali da Aprile ad Ottobre 2013. La maxi esposizione con la riproduzione di 80 giardini mondiali è costata altrettanti 80 milioni di euro complessivi, ma ha costituito la punta di diamante del progetto “Hamburg, growing-city” assieme all’IBA, l’International Building Exhibition dove “sboccia”, invece, una nuova architettura sperimentale. Fino alla fine di quest’anno, sono stati organizzati dei tour in autobus (prezzo: 5€) in partenza dall’IBA Dock di Veddel (in Am Zollhafen 2) per scoprire le innovazioni di questo pezzo di città che neppure gli amburghesi DOC hanno mai visitato.

Questo sì che assomiglia ad un serio e ben fatto recupero dei sobborghi “malfamati”.

Inutile ammettere che la Germania, ancora una volta, insegna.

 

Le informazioni sull’IGS e l’IBA sono tratte dall’articolo “The great leap” scritto da Ariel Hauptmeier sul bimestrale GEO Special, Hamburg edition, pubblicato a maggio 2013 in lingua tedesca ed inglese. Per tutto il resto, continuate a prendervela con la mia  dedizione verso Veddel e la mia “fissa” per la Turchia!

10 motivi per cui (ormai) potresti sembrare un tedesco

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

29 Novembre 2013

 

Ho ricevuto qualche commento contraddetto e contraddittori riguardo uno dei miei post precedenti“10 modi per essere (ancora) italiani in Germania” da alcuni considerato un po’ troppo legato al nostro modo di fare e di pensare (della serie che te ne sei andata a fare) a malincuore diventa necessario riportare le 10 accuse che mi sono state rivolte, specie dagli amici italiani, in questi quasi sette mesi di permanenza in Crucconia, quando esclamarono: “sei diventata un po’ tedesca…”

Le loro mascelle si sono spalancate in un’espressione scandalizzata perchè:

1) Non controllo gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo), ma mi posiziono al punto giusto del binario per beccare la carrozza più vicina all’uscita della fermata dove scenderò. In mia difesa, la considero solo una questione di pigrizia paragonabile al fatto che non salgo e non scendo le scale mobili, ma chi lo sa, forse sotto c’é dell’altro.

ph. hh-zeitung.de

2) Sempre a proposito di mezzi pubblici e spostamenti, anch’io mi lamento tantissimo se mi capita di aspettare il treno per più di 5 minuti. “È inaccettabile, sette minuti, nel frattempo avrei potuto fare questo, e questo, e questo!”. Controlla gli orari dell’HVV prima di uscire, mi direte. Ma soprattutto: che fine hanno fatto quattro anni in attesa degli autobus dell’Atac di Roma (che come un efficace profilo Facebook ironizza sulla sigla, potrebbe ribattezzarsi “Arrivo Tardi A Casa“?)

3) Faccio un uso spropositato dei calzini. E ne compro una marea, perchè devono essere carini e nient’affatto bucati, visto che qui é normale togliersi le scarpe anche in casa degli altri.

Un simpatico episodio mi vedeva indossarne un paio (per giunta bianchi) prima di andare a dormire, per non lasciare i piedi nudi sotto le coperte. La mia amica, esterrefatta, mi chiese cosa stessi facendo. Le risposi che così “mi sentivo più sicura”, e purtroppo non ero ubriaca. Ho iniziato a preferirli al gambaletto, alla calza trasparente…e di riflesso (per fortuna) metto più pantaloni che gonne. Come una vera donna emancipata del Nord Europa.

4) Ahimé, bevo il cappuccino subito dopo il pranzo. In caso di brunch o colazione alla tedesca, quindi di un pasto salato (che accetto con sempre meno disgusto) é capitato che succedesse anche prima di mangiare. Orribile, lo so. Ma come vi avevo spiegato, quello che i tedeschi chiamano espresso é imbevibile, e il latte macchiato ha troppa poca percentuale di caffeina per le mie esigenze. Il cappuccino diventa l’unica soluzione.

5) Sono affetta da epidemia del controllo e della programmazione. Non ho un’agenda settimanale perchè a 23 anni la mia memoria é ancora fresca, ma pianifico eventi per almeno 15/20 giorni e se non lo faccio vado nel panico. Ovviamente sottopongo a questa pratica tutti coloro che con me devono condividere il mio tempo. Anche gli amici italiani, che beatamente lo lasciano trascorrere per organizzare all’ultimo momento qualsiasi cosa, anche un viaggio. Sono diventata la regina dei reminder, abituata a sentirmi dire “no, tut mir leid, ho già un altro impegno, forse possiamo vederci il 92 marzaio dalle 19 alle 19:04?” ho iniziato a scrivere e-mail imbarazzanti: “Ciao ragazzi, ricordatevi che fra un mese sono a Taranto, siete liberi?”


6) Se avessi totalmente perso ogni senso del pudore e della corretta alimentazione, mi ciberei esclusivamente di bretzel. So che sono bavaresi, ma ci sono anche ad Amburgo, e in generale sono tedeschi. Appena sfornati, scendono giù come l’acqua, si sciolgono in bocca. Avrò i globuli rossi a forma di cuore intrecciato.

7) Dovrei iniziare a frequentare le riunioni degli AA. Non per la birra, non per il glühwein bollente dei mercatini di Natale. “Ciao, sono Eleonora e non riesco smettere di bere Apfelschorle.” (succo di mela frizzante): la prima A, quindi, non è quella di Alcol.

8 ) Il mio tedesco, nonostante il corso A1, ha fatto i progressi di una tartaruga zoppa. Tuttavia, nelle ultime settimane ho iniziato a dire “Ach, so!” per QUALUNQUE cosa. E non é semplice spiegarne la funzione: i tedeschi lo usano per puntualizzare (“Ah, ecco, dicevo!”), esprimere sorpresa (“ora capisco!”) o incredulità (“davvero?”). Utile, insostituibile e, ad un certo punto, irrinunciabile.

9) Ho smesso di aprire l’ombrello quando piove, come tutti gli amburghesi che si rispettino. Non solo perchè la pioggia, a volte, é talmente sottile che un cappuccio può sembrarti sufficiente, non solo perchè il vento a volte é talmente forte che te lo porterebbe via. Ma soprattutto perchè…non lo apre nessuno, neppure io. Sono troppo a disagio.

10) Mi sento in colpa se non lascio la mancia quando pago in un ristorante. È una pratica normale qui in Germania, sostituisce quell’euro che di solito in Italia paghiamo per il coperto. Ho imparato che se voglio lasciare la mancia mi basta ribadire la somma che voglio pagare (se il conto – die rechnung –  é di 19€ posso dire, come a rilanciare, “20!”) Il punto é che non riesco sempre ad andare oltre la logica italiana del lasciare la mancia perchè il cameriere é stato particolarmente gentile o si é mangiato divinamente. E poi non so mai quanto “dover” dare. Anche a rischio di sbagliare, dò sempre qualche centesimo e mai mi sono sentita giudicata per la somma, anche fossero stati 5. (che pezzente!)

Il BallinStadt: museo dell’emigrazione di Amburgo

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

12 Novembre 2013

 

Ovvero “Das Auswanderer Museum”.

Non é il classico sito culturale che un turista visiterebbe, é più che altro una tappa da gita scolastica, dove portare ad annoiare i bambini per qualche ora.

Da espatriata alla ricerca di se stessa fuori dai confini, sono stata, invece, fortemente affascinata da questo luogo, graziata dal fatto di viverci accanto. (Si trova infatti in Veddeler Bogen 2, e basta seguire le indicazioni all’uscita della s-bahn di Veddel BallinStadt – appunto – sulla linea S3 o S31)

Nutro una passione forse atipica, visto che prima di Amburgo ho visitato anche quello di Roma, nascosto sotto l’Altare della Patria, ad ingresso gratuito, ben fatto, eppure perennemente vuoto.

Nel caso di Amburgo, penserete, quanto può essere interessante sapere che il posto dove ci si trova é stato un appoggio, un mero punto di passaggio più che un arrivo? Eppure, come vi ho già detto in passato, la natura di porto e la storia della stessa Amburgo si fondano sull’emigrazione dei primi del Novecento.

Certo, può essere più divertente aggirarsi fra i viottoli di St.Pauli per rivivere le notti folli dei marinai che qui approdavano per sfogarsi e risalpare una volta sorto il nuovo sole.

Eppure vi consiglierei di spendere questi 12€ di biglietto (10€ a prezzo ridotto, 4,50€ per gli studenti) per vederci più chiaro.

Manifesti, cartoline, testimonianze riprodotte in tedesco ed inglese (con un marcatissimo accento americano) da manichini che personificano le storie sostate in quegli stessi luoghi, proprio a Veddel. Infatti, i 3 edifici che ospitano il museo, riproducono i dormitori che hanno accolto più di 5 milioni di emigranti europei dal 1850 al 1934 prima che salpassero verso le Americhe. La rotta partiva dalla Germania per arrivare ad Ellis Island, e da lì ancora verso la destinazione “scelta”. Non solo gli Stati Uniti, terra promessa, ma anche l’America Latina. È così che Amburgo é diventato il più grande “albergo” del mondo, il porto dei sogni la porta verso il mondo.

Ma perchè BallinStadt cioè “città di Ballin”? Chi è colui che dà il nome anche alla fermata della S-bahn, (percisazione di cui devo spesso fare uso quando la mia pessima pronuncia tedesca porterebbe a far confondere Veddel con Wedel – esattamente all’estremo opposto – )? Albert Ballin, nato ad Amburgo nel 1857, era il figlio più piccolo di una famiglia ebraico-danese, anch’essa emigrante, tanto che suo padre Joseph aveva fondato un’agenzia per l’immigrazione, la Morris&Co. , di cui Albert prese poi le redini, fino all’assorbimento con l’HAPAG, compagnia di trasporti su nave. Alla fine dell’800, l’HAPAG cominciò a fornire i suoi primi servizi ai passeggeri, ed Albert Ballin pensò bene di sfruttare le sue navi per traghettare in maniera più sicura gli emigranti europei che partivano per il Nuovo Continente. Gli affari fallirono presto in concomitanza con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, tanto che spinsero Ballin al suicidio. Non esattamente un lieto fine, per un uomo a cui alcuni nostri antenati devono molto.

In quella visita che mi concessi appena arrivata, un giorno prima dall’inizio del lavoro dei sogni che mi ha portata fin qui, mi sconvolse la somiglianza di impressioni ed esigenze, pur essendo passato un secolo. Passeggiando fra le valigie ammaccate, ma ancora intatte (molto più delle mie!) mi colpì la lettera di una ragazza austriaca, scritta del 1923 a sua mamma per raccontare il suo arrivo ad Amburgo, accompagnata da suo fratello, descriveva con gioia la vicinanza del dormitorio alla linea della metropolitana e si rivelava sinceramente colpita dalla bellezza della città. Decifrai per ore le cartoline e i ritagli di giornale, riportando alcune frasi impresse come pietre miliari, intramontabili:

“Would you ever like to live in another country that is not yours?” – Vorresti mai vivere in un Paese che non é il tuo?

“Which person would you miss the most?” – Quale persona ti manca di più?

“Do you ever know what it feels to be alone in a strange land?” – Hai mai fatto esperienza di cosa significhi essere da solo in una terra straniera?

“What are you leaving behind?” – Cosa ti stai lasciando dietro?

E’ passato più di un secolo, ma le domande sono le stesse, e le risposte pure. Si è modificata la meta: se i tedeschi un tempo fuggivano, adesso ospitano chi scappa. Tranne in rari casi, come ci ricorda l’incresciosa situazione dei 300 migranti che da Lampedusa si sono rifugiati ad Amburgo senza poter beneficiare neppure di un letto, quello che il dormitorio di Veddel ha offerto in passato.

Anche alla Germania, insomma, capita di dimenticare un passato più propenso all’accoglienza. Noi qui ci siamo arrivati  non costretti dalla guerra, non dalla fame, ma…dagli ideali.

“Gli ideali sono come le stelle, non li raggiungiamo mai, ma come le onde del mare seguiamo il loro corso” : ho ascoltato anche questa dalla bocca virtuale dall’ennesimo emigrante che una volta scorto il profilo della Statua della Libertà, con gli occhi pieni di lacrime, è diventato immigrato, insieme a milioni di altri.

Non basterebbe una vita per trovare le differenze, la precarietà delle condizioni in cui si viaggiava, e certamente quelle in cui si sostava – “il letto non è mai comodo come il nostro”, diceva sempre quella ragazza austriaca. In fondo anche a noi manca il cuscino di casa, la mamma, la festa del paese, il sugo di pomodoro fresco, l’olio d’oliva. Anche noi ci accontentiamo, modifichiamo le nostre abitudini, mettiamo tutto in gioco pur di realizzare un sogno. E sembra facile, ma non lo è affatto.

Fenomenologia tedesca del Flohmarkt

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

8 Novembre 2013

Achtung!: questo post potrebbe spiccatamente rivolgersi alle lettrici donne e nuocere gravemente alla pazienza dei lettori uomini, a meno che non siano modaioli per vocazione.

Ve ne parlavo diffusamente nelle scorse puntate…ricordate i nostri mercatini delle pulci, l’usato che ormai adesso va tanto di moda solo perché lo chiamiamo vintage? In voga o meno, spesso i capi di seconda mano sono sinonimo di prezzi alti anziché di affari, soprattutto perché la qualità di una borsa o di un vestito già logoro, seppur firmato, può essere scarsa.

Dimenticate la logica del brand, e soprattutto sposate quella della quantità a pochi soldi, perché il Flohmarkt tedesco è tutta un’altra cosa, un fenomeno che prima d’ora non avevo mai visto.

Sono spesso tematici, la loro importanza dipende dalla cadenza e dalla clientela a cui si rivolge: certamente c’è quello dell’antiquariato come quello dei libri, in realtà ogni scusa è buona per fare un flohmarkt perché il concetto di base è rivendere quello che non serve più a te, ma può servire ad altri e soprattutto che può piacere agli altri.

Eccetto sporadici casi in cui ho potuto ammirare trousse dai trucchi smangiucchiati e oggetti talmente inutili che li rifiuteresti anche fossero regalati, il mio guardaroba si é duplicato grazie/per colpa dei flohmarkt, tanto che sarebbe il caso ne organizzassi uno anch’io.

L’appuntamento fisso che ho individuato é quello del sabato, il Flohmarkt della Schanze (di fronte alla fermata U-3 di Feldstraße in realtà più a ridosso del Karolinenviertel, prossimo quartiere che vi farò esplorare. Il mio modo preferito di arrivarci, infatti, è dopo aver percorso tutta la stupenda Marktstraße, altrettanto vintage – anche nei prezzi che tornano alla norma europea). Al Flohmarkt della Schanze le bancarelle si alternano, cambiano di posizione e di offerta. Insomma, non è detto che il rivenditore sia lì con la sua merce tutti i sabato, anche perché, appunto, non si tratta di professionisti bensì di ragazze e ragazzi che svuotano i guardaroba, mamme che danno via i vestitini dei figli ormai cresciuti, e simili. Tranne rare eccezioni: il mercato si svolge in due piazzole adiacenti, la seconda, circondata da murales, ospita un assiduo stand di montature vintage per occhiali da vista. Bellissime quanto costose.

Il flohmarkt piú atteso, però, è stato il Mädels Flohmarkt, esclusivamente dedicato all’abbigliamento femminile, cosí grande e speciale da accadere solo 3 volte all’anno, attivo dal 2009.

Il primo a cui ho partecipato si è tenuto l’11 agosto, organizzato nei pressi del quartiere di Altona (leggermente più a nord di Schanze, ma sulla stessa lunghezza d’aria), in Zeiseweg 9, all’aperto – nonostante la giornata niente affatto mite per la stagione. Una lunga fila prima dell’apertura ci aveva assicurato una shopping bag omaggio corredata di alcuni gadget (uno smalto, un profumo, una rivista femminile). Un dj ci ha deliziate di buona musica mentre ci accapigliavamo per chi dovesse comprare quella t-shirt o quel vestito della serie “l’ho visto prima io!”. Sí, beh, gli uomini è meglio che stiano a casa, e le ragazze non armate di santa pazienza e spirito martire verso lo shopping, può continuare ad andare comodamente da H&M. Non troverà, però, un blazer verde smeraldo di sartoria inglese a 12€ (vi chiederete, come potersi sbarazzare di un pezzo simile?) ed altri pezzi di tutto rispetto, dallo short, al maglione di alpaca, ad un paio di scarpe per 2, 3, 5 euro al massimo.

L’ultimo Mädels flohmarkt è stato solo due weekend fa, il 27 ottobre all’Hühnerposten (sede centrale delle poste, appena dietro Hauptbahnhof – la stazione centrale) spazio generalmente riservato a grandi feste e in questa occasione condiviso insieme al (a quanto pare) celebre Voodoo Market di Berlino. Più vociare che musica, ma il triplo dello spazio, degli stand e degli acquisti papabili in vista dell’inverno. Partenza lenta, quando la regola numero uno degli acquisti al flohmarkt é non perdersi in chiacchiere: ciò che vedi in quel momento, ma non compri, verrà preso da qualcun altro (vi avevo fatto lo stesso paragone parlando delle stanze da affittare qui ad Amburgo!)

Insomma, il rodaggio sembrava poco promettente, eppure sono riuscita a spendere 30€ tornando a casa con: due paia di jeans firmati, uno short, un magliore, un blazer (un altro, sì!) ed un paio di orecchini. A ‘sto giro mi resta nel cuore un trench verde militare con le maniche in similpelle nera. Quest’estate, lasciai sul banco una discutibile giacca di velluto blu a 5€ che tutte le amiche bocciarono in tronco etichettandomi come il nuovo mago Silvan di Crucconia (ingrate!).

Piú che una sessione di shopping è un’esperienza da non perdere e un ottimo modo per trascorrere il weekend. Un altro lato negativo sta certamente nel non poter provare i capi che si vogliono acquistare, ma i prezzi permettono di rischiare, e l’emozione di tornare a casa per verificare il successo dei propri acquisti…è un’esperienza anche quella!

Seguite la pagina Facebook per scoprire presto la prossima data, e domattina, nonostante il clima ormai piuttosto rigido, fate un giretto fra le bancarelle di Schanze, se siete fortunati abbastanza, con meno di 10€ vi conquistate un nuovo outfit per la serata!

10 modi per essere (ancora) italiani in Germania

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

5 Novembre 2013

Nell’incontro-scontro quotidiano con le differenze culturali, in questo odi ed amo verso l’ordine fin troppo ordinato di Crucconia, mi sono imbattuta in un simpatico test, in un pomeriggio di noia. Si chiama “The German quiz”, ideato da Adam Fletcher e Beck Verlag autori del libro How to be German / Wie man Deutscher wird ovvero: “Come essere tedesco”.

“È il 2013, la Germania é la nazione con la migliore considerazione mondiale, ha i migliori turisti del mondo ed é il cuore dell’economia Europea. É figo essere tedeschi!” questa l’intro – ovviamente ironica, seppur considerando dettagli reali – al quiz che, quindi, si chiede quanto tu sia tedesco. Bene, mi spaventa affermarlo, ma lo sono al 70%, quando la media é un punteggio del 64%. Ovviamente é solo perchè ho saputo immedesimarmi nelle plausibili risposte di un crucco DOC.

“Sei tedesca come il Pfand (la cauzione che si ottiene dal riciclaggio delle bottiglie di plastica), l’Apfelsaftschorle (il succo di mela frizzante) e l’urlare per strada alle persone che commettono piccole infrazioni”, tipo camminare sulla pista ciclabile.

Eppure, col trascorrere del tempo, ci sono dettagli della mia italianità che non riesco e forse non voglio abbattere. Retaggi che voglio conservare e riassumono un inequivocabile modo di essere, specie nella terra dei nostri da sempre “nemici”.

Questi sono i 10 modi per cui continuereste a riconoscere che sono un’italiana trapiantata ad Amburgo:

1) Non controllerò gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo) così da non perdere neppure un minuto. Mi piace ancora aspettare che passi il treno, anche quando si gela. E se le scale mobili si chiamano tali ci sarà un motivo: per questo non le percorreró né in salita né in discesa, neanche fossi in ritardo per il meeting del secolo.

2) Nonostante i raccapriccianti spettacoli che mi circondano mi permetterebbero di abbandonare completamente uno stile ed una certa cura del mio aspetto (dettaglio spesso eccessivo al contrario in Italia, dove mi sono sempre lamentata della fissa per le grandi firme ed il conformismo dilagante nel vestirsi) continueró a non mettermi piú di 3 colori addosso, o una sola fantasia. No ai calzini nei sandali! Se fa freddo, se vuoi stare comodo (comandamento numero uno del vestiario tedesco) mettiti un paio di sneakers. Cosí continueró ad usare le borse e non gli zaini: sono pratici, ok, ma sono una donna. E per lo stesso principio, continuerò a depilarmi.

3) Daró ancora importanza ai pasti, alle portate multiple (antipasto/primo/secondo/contorno/frutta/dolce), al cappuccino che NON puó accompagnare il pranzo o la cena. Alla condivisione del cibo, al gusto della portata. Non mangeró per saziarmi, mangeró perché amo mangiare, e possibilmente mangiare bene, e possibilmente condividendo ciò che mangio con le persone a me care.

4) Non programmeró ogni singolo istante della mia vita secondo una rigida agenda. Il tempo libero é una risorsa trascurata, e spesso implica proprio il NON avere orari o attività. Essere spontanei, non nell’accezione negativa del tedesco “spontan” che si tradurrebbe come “improvvisato”. Amo, adoro le cose che accadono quando meno te l’aspetti, sono miracoli divini, non disgrazie. “La vita é quello che accade mentre sei occupato a fare altri progetti”, scriveva John Lennon, che proprio ad Amburgo ha debuttato insieme ai Beatles. Perció…lo prenderei in parola!

5) Perció, continueró a lavorare per vivere e non a vivere per lavorare.

6) Non smetteró di essere gentile ed educata, rivolgendomi alla gente con un saluto, anche se si tratta di sconosciuti. Ringrazieró per cordialità, sorriderò anche se non sono costretta. Non spintoneró nessuno mentre sono in fila: nella tipica situazione di un attraversamento di fronte al rosso per i pedoni, i tedeschi sono capaci di fare una fila da soldatini. Idem di fronte alle porte della metro: tutti fanno uscire i passeggeri che scendono. Allo scattare del verde, o una volta liberata la via all’ingresso sono altrettanto capaci di calpestarti come se fossero unici e soli al mondo: ignorano donne incinte, passeggini, anziani, malati. Nessuno li circonda.

7) Continueró a NON corteggiare un uomo. Da che mondo e mondo, sono loro a dover fare il primo passo e non noi donne a doverli rincorrere. Posso accettare che non mi porti i fiori, che non mi faccia un regalo che non paghi la cena: é una questione culturale, é il rovescio della medaglia per la parità dei sessi. Ma non che ignorarmi significhi che mi desideri e viceversa: se la Germania è al contrario, preferisco restare zitella a vita. O cambiare Paese.

8 ) Non introdurró alcol nel mio corpo prima delle 17, giuro! Specie se si tratta di birra mescolata a Jack Daniel’s, colazione classica del tedesco ubriaco medio.

9) Continueró a lamentarmi del tempo. Continueró a lasciar cambiare il mio umore in base alle previsioni metereologiche: se piove saró triste, se c’é il sole daró una festa come se fosse il mio compleanno. Punto!

10) Continueró spontaneamente a pensare che in assenza di tornelli all’ingresso della metro potrei tranquillamente evitare di pagare il biglietto. E sono una persona onesta (perció alla fine ho addirittura l’abbonamento!) ma a questa piaga, spesso ragione dello scatafascio del nostro Paese, la mia forma mentis non potrá mai modificarsi, come per tutto il resto.

Perché per quanto potró mai diventare tedesca, o apprezzarne i pregi sicuramente evidenti di un popolo che ha tanto da insegnare, sono italiana, per fortuna o purtroppo, come cantava Gaber.

“Lampedusa in Hamburg” – Cosa succede in città

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

21 ottobre 2013

I “viaggiatori non turisti” di passaggio ad Amburgo si saranno interrogati sui tafferugli insoliti di questi giorni in una cittá generalmente serena.

Strade bloccate dai cortei, piú polizia in giro: la motivazione sta nell’intensificazione delle lamentele dei rifugiati africani giunti da Lampedusa ad Amburgo qualche tempo fa. L’attenzione mediatica é – come di consueto –  cresciuta in concomitanza con l’ultima tragedia dell’11 Ottobre avvenuta ancora una volta sulle nostre coste, ma l’arrivo dei 300 migranti, a quanto pare inviati dall’Italia stessa previo pagamento di 500€ pur di allontanarsi dal Paese e cercare fortuna in Germania, risale al mese di Maggio.

Mese del mio arrivo come quello di tanti altri italiani che ogni giorno intasano le bacheche dei gruppi Facebook ed alimentano i motori di ricerca cercando informazioni su questa terra promessa. Di certo noi europei abbiamo la fortuna di partire con un mezzo regolare e sicuro, e lo Stato tedesco piú di altri cerca di garantirci un posto di lavoro, ma la motivazione di fuga e la speranza di salvezza porta tutti, seppur in misura differente, nella stessa direzione.

photo credit: lampedusa-in-hamburg.org

Il problema sta proprio nel fatto che la reggenza amburghese sembra aver assunto un ruolo da Ponzio Pilato riguardo alla faccenda anziché farsi carico delle condizioni di questo gruppo, come recriminano i migranti, ricordando alla Germania un certo obbligo di responsabilità dal momento in cui ha garantito appoggio alla guerra libica (la maggior parte di loro, infatti, fuggono proprio dalla Libia). Le manifestazioni degli scorsi giorni sono dovute agli ultimatum posti dalle associazioni al comune di Amburgo e viceversa. I migranti sono stati accolti in numerose chiese come quelle di St.Georg e St.Pauli e nelle moschee. Tuttavia, questo gruppo ha continuato a soggiornare illegalmente, e alcuni a vagare per le zone piú buie del porto bivaccando in giro: una situazione che non solo turba le abitudini amburghesi e manca di buon senso, ma soprattutto proeccupa in vista delll’imminente arrivo dell’inverno e il progressivo calo delle temperature.  Le autoritá e i migranti sono d’accordo su un solo punto cruciale: questi luoghi non possono essere utilizzati come perenni nascondigli e questa sorta di caccia alle streghe non potrá continuare per sempre.

Una buona parte della popolazione che tiene alta la nomea di “cittá-aperta-in-quanto-porto” si ribella di fronte alla sorditá del sindaco Olaf Scholz, SPD (partito di sinistra, da cui si supporrebbe tutt’altro atteggiamento) che pare porre come unica soluzione il respingimento del gruppo nuovamente verso l’Italia.

Nel solito gioco della patata bollente, o ancor di piú quello dell’Italia bambina cattiva sgridata dalla severa e corretta Germania, tutto ció che conta sarebbe solo garantire a queste persone un po’ di pace ed un’occupazione per giunta ricercata, come ha dichiarato Ralf Lorenço – attivista dell’associazione “Lampedusa in Hamburg” –  in un video del Corriere della Sera. La manodopera necessaria ad una cittá in costruzione come quella di Amburgo non é mai abbastanza e questi ragazzi sono tutti qualificati a pratiche simili.

Nell’ultima lettera aperta al senato di Amburgo, datata 16 Ottobre, l’associazione “Lampedusa in Hamburg”, nata in concomitanza con l’arrivo dei rifugiati, chiede di essere ascoltata, pretende di affrontare con le autorità una discussione mai avvenuta. Da parte dell’associazione, dicono, c’è stata tutta l’apertura possibile: i migranti sono provvisti di documenti regolari motivazione per cui illegale non é la loro presenza ad Amburgo, bensí il controllo di polizia che gli é stato messo alle calcagna. Si firmano, con nome, cognome e numero di telefono.

La prossima manifestazione é fissata per il 2 Novembre alle ore 14, il corteo partirá dalla stazione centrale, si spera nel piú pacifico dei modi, e si spera, soprattutto facendo sí che le proprie voci si concretizzino in una soluzione.

photo credit: hh-mittendrin.de

La mia Amburgo – 10 cose speciali

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

7 ottobre 2013

Ogni volta che mi capita di tornare in Italia, come in questi giorni, mi interrogo su quale sia ormai la mia “casa” nella concezione inglese di “home”, sentendo un posto proprio, un certo legame. Posso dire che Amburgo, ormai, sia casa mia? Una domanda a cui non trovo una risposta precisa, ma mi sono divertita ad elencare dieci cose che mi mancano ogni volta che me ne allontano, e che possono aiutare voi, da turisti o neo arrivati, a guardare Amburgo con gli occhi di uno straniero che trova particolari in dettagli spesso trascurati da chi ci nasce e cresce.

Se andassi via da Amburgo mi mancherebbe:

1) La musica classica nel piazzale di Hauptbahnhof, specie di prima mattina, mentre corro verso il lavoro e vado così di fretta che non incrocio gli sguardi della gente. Eppure, nel piazzale principale, andando verso la U2 o in uscita dalla S-3 andando verso le due linee 1 e 3 della U-bahn, le note di sinfonie famosissime si mescolano a quelle meno conosciute che mi fanno sempre sognare mondi lontani, o inesistenti, e tornare un po’ bambina, a quelli delle favole. Sembra poco poetico fra il vociare e le colonie di ubriaconi, ma ha il potere di estraniarmi da tutto il resto, perfino dallo stress.

2) Il tramonto sul profilo della città, all’altezza di Hammerbrook sulla linea S-3 o S-31. In direzione Neugraben/Stade o verso il centro, bisogna solo stare attenti a dove girare la testa per non perdersi neppure una delle cinque guglie delle chiese, il profilo incompleto dell’Elbphilarmonie e la torre della televisione, che non sarà quella di Alexander Platz, ma quasi la preferisco. Il bello sta nel guardarne i riflessi nei canali dell’Elba, il calare del sole è speciale, ma il mio gioco è guardarla tutte le mattine, come fosse un porta fortuna per la giornata che inizia e cercarne le differenze rispetto a quelli precedenti come in un gioco da settimana enigmistica e confrontare mattino, pomeriggio e sera e le sue rispettive stagioni, come fosse un dipinto impressionista. E anche se nulla si sposta, mi sembra ogni volta diverso. E che dolore quando la nebbia è talmente fitta che non si riesce a distinguere nulla!

3) Il mio quartiere, Veddel, dove mi sento in una perenne puntata di Kebab for Breakfast. Quello che tutti bistrattano pur non essendoci mai stati. Le urla dei bambini che giocano e i gruppi dei ragazzini fissi sulle panchine con un Ayran in mano che ti squadrano dalla testa ai piedi manco fossi una top model. Il sentirmi strana al contrario, perché non ho il velo. La panetteria dove si conoscono tutti, il fruttivendolo sempre aperto e le strette di mano di fronte ai bar. L’odore penetrante di cioccolato che ogni tanto invade l’aria ma non riesco ancora a capire da dove viene. I profili delle gru del porto che vedo dalla finestra.

4) L’atmosfera della Schanze, passeggiando per Belle-Alliance Straße da Christuskirche, e i suonatori di strada che si alternano sotto il ponte della S-bahn a Schanzenstraße. Magari subito dopo un bell’acquazzone quando tutto il rigoglioso verde delle sue aree profuma di umido. Le lucine dei pub, tutti da scoprire, dove rifugiarsi, rilassarsi, incontrarsi al venerdì sera. Culturalmente e creativamente instancabile, accontenta una vasta gamma di gusti. Per me supera tutti i quartieri “alternativi” finora visitati in qualsiasi altra città europea.

5) I rombi rassicuranti delle navi che salutano Hafen City, ancora in costruzione, come la mia vita. L’Elba è una passerella: spesso alcuni passaggi diventano un evento per la città, uno degli ultimi è stata proprio la breve sosta della nostra Amerigo Vespucci. A volte si tratta di gigantesche navi da crociere che partono verso la Scandinavia, e poi ci sono i velieri storici ormai attraccati che si possono visitare tutto l’anno. Pensavo che fossero attrazioni per gli esperti, invece mi sono ritrovata spesso a guardarle passare con un misto di ammirazione e curiosità, sentendomi più vicina al mare.

6) Tutti i luoghi turchi, dagli hammam ai ristoranti, che mi riportano ad Istanbul quando voglio, mi sfamano bene e con poco, mi sciolgono i muscoli intirizziti dalle posizioni scomode delle sedie d’ufficio. Ve li elencherò separatamente nel prossimo post.

7) Pedalare a tutta forza spaccando la Speicherstadt, la città vecchia rossa di mattoncini e verde dai tetti in rame che la neve coprirà durante l’inverno. In primavera, sfrecciavo quotidianamente da Baumwall a Veddel Ballinstadt grazie alle bici rosse del servizio cittadino gratuito (StadtRad) per i primi 30 minuti  lasciandomi alle spalle l’attività del porto, col vento immancabile fra i capelli, attraversando almeno quattro dei più di 2000 ponti che collegano i lembi della città.

8) La lurida calca della Reeperbahn, miseria, perdizione e distruzione del sabato sera. Lì dove tutto è possibile. L’accecante Große Freiheit dove i Beatles hanno debuttato ed ora squadroni di uomini arrapati cercano di soddisfare i desideri di una notte. Gli addii al celibato e al nubilato che iniziano dal primo pomeriggio e si incrociano coi loro giochi e le loro sfide. Ma soprattutto il Molotow, rifugio da quella stessa Reeperbahn che puoi lasciare fuori col suo squallore a tratti stomachevole, per concederti un po’ di rock’n’roll su cui ondeggiare e cantare, sorseggiando un cocktail a 3€. Lì si sono esibiti tanti gruppi emergenti ormai celebri, a conferma dell’ispirazione musicale che Amburgo storicamente infonde. Un posto talmente bello…che vogliono chiuderlo entro Marzo 2014 (ne parleremo meglio)

9) Lo shopping a Spitalerstraße, più che a Monckebergstraße. L’Europa Passage – una salvifica galleria commerciale nel bel mezzo della città a Jungfernstieg, per continuare a comprare anche se piove o fa freddo – attrae maggiormente le mie amiche. Le stradine lì intorno che portano verso Gansemarkt si rivolgono a un pubblico dai portafogli più gonfi. Nonostante lo stipendio, continuano ad attrarmi le grandi catene dalla qualità discutibile. In tre negozi di fila (Newyorker, Vero Moda e il più classico H&M) dopo 8 ore di ufficio sono capace di spendermi un quarto della paga senza neppure accorgermene. Però, che soddisfazione!

10) Sedermi lungo il Binnen Alster, una delle prime abitudini che vi ho già confidato. Senza badare alla brezza o ala preoccupazione del macchiarsi i jeans. Sul bordo, i piedi penzoloni nell’acqua, disturbando con turisti e coppiette la quiete delle anatre e delle oche. Mi svuoto la testa fissandomi sui vaporetti turistici e le canoe degli agonisti. Lì non riesco a non pensare che Amburgo sia proprio una bella città, e che un po’ mi appartenga già, che forse mi dispiacerebbe lasciarla definitivamente.