Amburgo

Italia sì, Italia no, Germania jamme.

Un anno fa mi trasferivo ad Amburgo, mi stabilivo nella mia nuova stanza di Veddeler Brückenstraße, in quel quartiere a Sud-Est della città che vi ho descritto con adorazione più di una volta.

Lì, di fronte a quei tre piani senza ascensore, con una parte delle valige che ancora ho lasciato nella soffitta di un’amica tedesca, nella speranza, forse, di lasciarmi una porta aperta, anche fosse quella dello scantinato.

A distanza di un anno, mi manca quella Germania da cui sono fuggita, poi?

Com’è ritornare in Italia, controtendenza, controvento rispetto alla maggioranza sempre più convinta di partire?

Ho incontrato un’amica che non ha mai sopportato le mie lamentele e critiche a Crucconia mentre vivevo ad Amburgo. Infermiera tarantina a Colonia, ci siamo incrociate a sorpresa per quel miracoloso concerto del primo maggio che ha risvegliato non poche speranze nel potere di una collettività giovane e vogliosa che scavalca la politica, il sindacato, la burocrazia e l’assenza di fondi, ostacoli tangibili che spesso, però, diventano scuse facili per giustificare quell’apatia di intenti che ti attanaglia le membra, specie nel meridione. Mi aspettavo racconti soddisfatti, l’ennesimo “ma chi te l’ha fatta fare” dell’ultimo periodo. E invece, a prescindere da alcune sfighe del tutto personali, anche lei, dopo 3 anni, è stanca di Germania e vorrebbe tornare qui.

A me me basta lu sule, canteranno i Sud Sound System poche ore dopo. Riduttivo, ma squaglia i cuori come il burro delle torte tedesche. Più che il sole – dato che anche questo è un maggio particolarmente piovoso per gli standard pugliesi – ci è mancata la solarità: possibile che dopo tanti anni lì (e lei, a differenza mia, parla pure perfettamente tedesco) non sia riuscita a crearsi un giro di contatti, di amici, di persone con cui condividere il tempo, che non siano il suo cane? Perché bisogna fare questa fatica – spesso inutilmente – per conquistare l’attenzione di un tedesco? In amicizia, per carità, “figurarsi se dovessi sperare di trovare marito”. A 25 anni uno comincia pure a pensarci. “Ma come faccio, torno qui e vado di nuovo a vivere coi miei? Non ce la potrei mai fare.” mi appella giustamente. “E poi per fare cosa? Non si capisce quando potrebbe esserci un nuovo concorso per infermieri, e dove. Lì ho un lavoro, come posso abbandonarlo?” 

Così, si sente di nuovo a casa sua per qualche ora, e poi torna ad abitarne una in cui è libera di fare ciò che vuole, ma che non sente propria.

In fondo sembra che ogni buona idea, qui, non possa attecchire, sempre e comunque divorata dal veleno, nascosta dalla gramigna.

partire1

Contemporaneamente, non mi pento di aver abbandonato quella scrivania grazie a cui ho guadagnato i risparmi di cui custodisco ancora gelosamente gli ultimi spicci mentre sguazzo nel precariato del giornalismo non retribuito e della costruzione di utopie.  Non mi sentivo comunque realizzata, e forse è vero, quello che doveva essere un vanto della nostra generazione – il non accontentarsi mai – sta diventando un problema.

Sono fiera di averci ricreduto, dando in un certo senso ragione a chi definisce codardi quelli che partono. C’è ancora tempo per sporcarsi le mani e pensare che si può fare. Ma…ne vale davvero la pena? Si tratta di una lotta strenua, di una battaglia da combattere con le unghie e con i denti, prima di tutto con se stessi.

Cominciano ad essere sempre di più i giorni in cui stento a trovare ossigeno piuttosto che quelli in cui mi sento libera di respirare a pieni polmoni – anche perché qui a Taranto non conviene prendere grosse boccate d’aria. Non è solo la mancata autonomia di dover sottostare di nuovo ai regimi e i tempi della famiglia che ci è mancata mentre eravamo lontani, ma con cui adesso stentiamo a trovare un equilibrio nel rispetto di tutti.

Ciò che mi manca davvero del vivere ad Amburgo – oltre al sabato pomeriggio a botte di flöhmarkt e kaffee und kuchen con le amiche! – è il magone che il malessere italiano continua a provocare. Quella tv, quella radio che potevi decidere di spegnere, quelle notizie da cui potevi cercare di distaccarti per quanto la tua nazionalità resti incancellabile, in un mix di ripudio verso il contesto abbandonato e distorsione patriottica alla pizza-pasta-mandolino/sole-mare-vento. Un romanticismo che scaturisce solo dalla distanza.

In Italia c’è questo sentore di stasi perenne da cui non si vede la luce in fondo al tunnel, questa crisi che è sempre più infima, sempre più politica, sempre più morale. Impossibile non avere voglia di piangere di fronte alle scene, per esempio, dello scorso sabato sera allo Stadio Olimpico. Piangere di un pianto di rabbia e a tratti di disperazione, come quell’inno di Mameli fischiato, sputato, infangato.

Le ingiustizie sono troppe.

Mio zio, carpentiere, a casa da mesi, senza più un contratto. La pancia cresce insieme alla pigrizia, su cui abbiamo ancora la forza di ironizzare chiedendogli informazioni sulla sua “gestazione”.

Quell’apatia, dicevo, quel germoglio che muore sotto il peso di una terra troppo greve.

Mia cugina, studentessa fuorisede che sta per laurearsi, e tornerà a casa per scrivere la tesi, pur di risparmiare l’affitto di qualche mese.

“Perché non abbiamo il diritto di realizzarci dove siamo nati?” mi chiede davanti a un (buon) caffè con un’ingenuità disarmante.

Non lo so, ma è così. E a quel punto, piuttosto che stare all’interno dei confini, con il diritto di parlare la propria lingua, onorare le proprie tradizioni, amare i propri cari – per quanto sia bello impararne una nuova, farne proprie di diverse, conoscere nuove persone – l’unica soluzione sembra proprio quella di fare nuovamente fagotto.

E il mito agli occhi degli italiani, per quanto ormai si dovrebbe e potrebbe guardare ai paesi emergenti (fra cui spicca anche l’Albania in un’inversione da paradosso storico) resta quello della Germania.

Una coppia di amici l’ha perfino scelta per la loro ultima vacanza, per una Pasqua immersi nella foresta nera, e in un Sud bavarese forse un po’ più caloroso del profondo Nord amburghese. Lì, una loro amica, biologa molecolare, sta facendo il suo dottorato per molto più di 1000€ al mese, perché il PhD è un premio d’eccellenza, una prospettiva di ricerca duratura, non un parcheggio per chi vuole assicurarsi uno stipendio mensile fisso, almeno per 3 anni, come accade anche ai migliori, in Italia.

Lei, in Italia, non tornerebbe mai, e loro sarebbero rimasti volentieri dov’erano.

 

E io mi chiedo perché non sia riuscita ad innamorarmi di un tale partito, e mi chiedo se valga ancora la pena di credere che esista quell’amore che cerco chissà dove.

Oscillando fra i pro e i contro tricolori, ricordo che un anno fa smisi di chiedermelo e mi limitai ad andare.

Jamm’ja.

Chissà che non accada di nuovo.

Incontri amburghesi del terzo tipo: Frerk in Patagonia

Che il mondo sia piccolo e le coincidenze non abbiano mai fine, è risaputo, di quei dettagli che diventano modi di dire, quasi retorica. Quando poi ti succede, però, ai confini del globo, è come se una scarica elettrica ti attraversasse, rendendoti sempre più conto che forse, di qualsiasi colore o credo sia, c’è davvero qualcuno al di sopra di te che tiene le redini del gioco.

Chi mi legge sa che il viaggio in Argentina ha interrotto la mia avventura amburghese, e con essa la prosecuzione – volendo – di questo spazio d’espressione che era diventato, per molti, anche un servizio. Chi mi conosce sa anche che questa è stata una decisione consapevole e null’affatto sofferta, perché la mia opportunità in Germania era diventata una lotta coi tedeschi e con me stessa. L’ironia di numerosi post in cui ho cercato di analizzare con un sorriso tutte le differenze fra caos italiano ed ordine crucco, nascondevano un disagio di fondo che mi ha fatto crescere, mi ha dato soldi, impego, ma non felicità.

Dopo questo excursus meramente autoreferenziale, posso raccontarvi un’altra storia. Non so se sarà l’ultima, ma mi piaceva condividerla con voi.

1800242_498102376974121_2053874618_n

Un mesetto fa, mi trovavo a Colonia Suiza, una piccola comunità dell’Argentina del Sud, accostata alla più famosa cittadina di Bariloche, a confine con il Cile. Come si potrà facilmente immaginare dal nome della località, questo minuscolo centro alle pendici delle Ande era stato occupato dagli svizzeri di cui porta ancora appresso un retaggio notevole. All’aspetto risultava certamente più simile alla Bavaria che all’estremo Nord quasi scandinavo, ma mi sembrava di essere di nuovo lì, dopo essere fuggita a più di 10000 chilometri di distanza: casolari in legno, birra artigianale a fiumi e un banchetto di torte multistrato al formaggio quark. E un velo di disperazione.

Una mattina (mi son svegliata…) occupavo un tavolo della sala comune del camping dove alloggiavamo, sorseggiando mate e scrivendo il mio diario di viaggio. Ad un certo punto, un omaccione biondiccio mi chiese – in spagnolo con marcato accento crucco – se il posto di fronte a me fosse libero. Lo lascio accomodare, lui poggia il suo portatile sul tavolo, avvolto in un involucro morbido nero…con un gigantesco teschio bianco stampato sopra. Quello del Sankt Pauli.

stpaulilogo1

Incredula, sbotto: “Are you from Hamburg?” e lui, altrettanto incredulo mi risponde: “Yes, how could you know that???”

E come lo sapevo, il teschio di St.Pauli è un’etichetta che può venire solo dalla città anseatica. Così, Frerk mi racconta la sua storia: lavora nel mondo dell’IT e dopo anni e anni senza una vacanza ha chiesto un anno di congedo speciale per girare tutto il Sudamerica. Viaggia con la sua compagna, Lilli, un’insegnante che ha scelto di prendere un periodo sabbatico, come è lecito che sia nella loro cultura – un po’ meno nella nostra. Tornavano da Ushuaia dove avevano inaspettatamente trovato la neve (in effetti il meteo patagonico non è stato particolarmente clemente neppure con me), perché si sa che più si scende al Sud più si incontra il freddo, ma la neve a Gennaio è un fenomeno atipico anche per il “culo del mondo”.

Frerk e Lilli hanno un blog in cui raccontano passo per passo la loro esperienza: www.viernull.com (ovvero 40: sarà la loro età? Perché proprio questo numero?)

Non ho potuto soddisfare le mie curiosità o dissipare i miei dubbi, non conoscendo la lingua (per esempio, chi è Willi che pare essere il terzo componente della ciurma, ma che Frerk non mi ha nominato?) ma vi invito a leggerlo per viaggiare con loro, zaino in spalla.

Ora, se non ho capito male, dovrebbero essere a surfare in Cile…beati loro!

Una gita fuori porta (2): Sylt

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

2 gennaio 2014

 

…e soprattutto fuori stagione!

In vena di estate in pieno inverno, la mente in questo secondo giorno di Gennaio 2014 torna indietro allo scorso Agosto per ricordare una bellissima giornata lungo le coste del mare del Nord, verso Sylt, l’isola più estesa della Germania.

Questa lingua di terra che ricorda la forma di una ballerina alzata sulle punte mentre lascia un lembo del tutù svolazzante (troppa fantasia?) è parte delle Frisone ed è ad un tiro di schioppo dalla Danimarca. Arrivarci da Amburgo è altrettanto semplice: come ricorderete dalla scorsa gita a Lubecca, anche Sylt rientra nel distretto Schleswig-Holstein che grazie ad un convenientissimo biglietto comunitario è visitabile a prezzi irrisori. Ribadisco che il biglietto per l’intera regione costa 33€ da dividere con un massimo di 5 persone. La zona è coperta tanto da DB quanto dalla Nord-Ostsee-Bahn (QUI il link)

 

Il tempo impiegato è di esattamente 3 ore: da Hauptbahnhof si arriva comodamente a Westerland, al centro dell’isola, la pancia della ballerina, insomma. Una volta scesi dal treno bisogna scegliere in che direzione rivolgersi: la superficie di Sylt misura quasi 100km² (non proprio piccina!) soprattutto perché il modo migliore per visitarla, se c’è bel tempo, è andare in bicicletta. Nel pieno della stagione turistica sarà complicato trovare due ruote libere: vi consiglio di riservare le vostre bici prima di partire, a meno che non abbiate la vostra, facilmente trasportabile nei treni tedeschi. Le compagnie online, tutte collocate a ridosso della stazione, sono tantissime.

Noi ci affidammo a “Bruno”: prenotando in anticipo potrete scegliere il mezzo più adatto alle vostre esigenze, perfino il tandem. Unica pecca (comune a tutte le compagnie dell’isola che affittano biciclette) è il freno a ruota fissa, cioè…l’unico modo per stoppare la bici è pedalare all’indietro. Sarà difficile trovarne una con un sistema diverso, lì per lì la cosa vi metterà in crisi, specie per chi, come me, è abituato a “prendere la rincorsa” e posizionare il pedale di partenza sempre sullo stesso piede. Il trucco è stare attenti a fermarsi nel punto giusto: dopo due, tre (quattro, cinque!) errori, diventerà un’abitudine per il resto della giornata. I prezzi oscillano fra i 7 e i 12€ per l’intera giornata, l’orario di rientro previsto per le 18 è forse un po’ prematuro dati i tardi tramonti del Nord Europa.

Da Westerland scegliemmo di procedere in direzione Sud, verso Rantum, non prima di un bel bagno dopo solo mezz’ora di cammino. Il meteo non fu particolarmente clemente, il vento soffiava forte, e la spinta a visitare il più possibile non ci concesse di affittare qualche strategica Strandkorb, le cabine in legno sparse ovunque per le larghe spiagge di Sylt. Rivolte contro il mare, sono la perfetta protezione dalle raffiche, sostituiscono i nostri deboli ombrelloni (che diventerebbero aquiloni!) e contemporaneamente fanno da sdraio (leggermente più scomode). Le strandkorb sono assolute protagoniste del panorama di Sylt, insieme al suo mare scuro e sempre mosso (troppo per una “sirenetta” abituata alle quiete e trasparenti acque dello Ionio!) e alle casette con il tetto di muschio secco che tiene fresco d’estate e caldo d’inverno e tanto ricorda la residenza di Gargamella dei Puffi.

Appena lontane dalle spiagge, attraversammo prati verdi sterminati attraversati da pecore e capre apparentemente in cattività, e pranzammo in un chiosco con un ottimo panino e matjesfilet, un’aringa marinata tipica della Germania del Nord, accompagnata da un’immancabile porzione di Kartoffelsalat.

Così “selvaggia” e naturale, tutto ci sembrò fuorché “posh”: lussuosa, sfarzosa nel senso più fastidioso del termine. Sylt non può certo essere considerata povera (come neppure Amburgo!) ma un riccone tedesco con la puzza sotto il naso sembrerà sempre un barbone rispetto ad un appariscente nababbo italiano.

E se Sylt è una delle località più eleganti della Germania, i vip tedeschi non hanno mai fatto le vacanze in Costa Smeralda!

7 cose tedesche che mancano in Italia

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

30 dicembre 2013

 

Dietro ogni viaggio indietro verso casa dopo essere mancati per tanto tempo, si nasconde sempre una grande voglia di ritornare, non solo per riposare dopo un lungo e faticoso anno di lavoro (specie secondo i ritmi tedeschi!), ma anche perché si tende a dimenticarsi di tutti i difetti italiani che ci hanno spinti a lasciare il Paese.

Eppure, se l’Estero ormai ci ha attratto, per i motivi più disparati, è difficile non individuare nuovamente quei punti critici per cui ci si rimetterebbe subito su un aereo in direzione Nord.

Nella mia diaspora personale con cui chiudo il 2013 (sono più affascinata dall’ordine o dal caos?) era inevitabile che della Germania, tornando in Italia, mi mancasse/mi mancassero:

1) L’efficienza. Scontata, ma subito percepibile. Da quanto tempo non sentivamo più la famosa frase: “ci scusiamo per il disagio”? Ritardi, blocchi, cancellazioni, smarrimenti. Non eravamo più abituati ad aspettare l’autobus senza sapere quando sarebbe passato, o a non essere serviti in meno di 5 minuti, ad essere in ritardo ad un appuntamento per cause di forza maggiore che non dipendono dalla nostra volontà (sempre più precisa, invece!). Ci sorprendiamo del tipico atteggiamento “scaricabarile” delle aziende pubbliche, un passaggio del testimone, della patata bollente della responsabilità.

(Storiella esplicativa: ho mandato svariati pacchi con DHL, che in Germania è il corriere nazionale che collabora con Deutsche Post e non un privato. Tutto è filato liscio fino all’attraversamento della frontiera italiana, dove i preziosi contenitori sono passati nelle mani di SDA Italia. La faccio breve: ho dovuto continuare a monitorare dal sito tedesco per poi trovare i miei pacchi in giacenza immotivata che ho potuto sbloccare solo personalmente, ovvero litigando con uno degli addetti alla corrispondenza.)

2) Il pane. Dipende anche dalla vostra regione di provenienza, magari siete toscani veraci e quindi particolarmente legati alle vostre pagnotte senza sale. Pur avendo sulla mia tavola quotidiana un bel chilo di pane di Altamura, quello di segale e un bel brötchen tempestato di semi di papavero, sesamo o zucca…lo vorrei trovare facilmente anche qui.

3) I drug stores. Come Rossmann, DM, Budnikowski: è di queste catene che parlo, il cui ruolo in Italia è ricoperto (tranne rare eccezioni) dai negozi cinesi. Si trovano detergenti di ogni genere e marchio (tutti di ottima qualità), idee regalo, cosmesi, profumi, cioccolato e perfino un settore bio, o l’angolo dove è possibile sviluppare le proprie foto in pochi minuti. Non ci sono mai entrata senza spendere meno di 10€ tornando a casa con la busta piena (magari di cose relativamente inutili)…quindi forse meglio che qui non ci siano!

ph. Schillergallerie.eu

4) I cuscini quadrati. A furia di cambiare casa, quindi letto, non sento più la differenza fra una scomodità e l’altra. Anche se non faccio parte del club dei viziati che non si spostano senza il loro cuscino di sempre, ho continuato a preferire il letto ortopedico di “casa-casa”. Ebbene, da giorni non riesco a non pensare al mio cuscino 80×80 in cui sprofondare beatamente alla faccia della cervicale.

5) I prezzi. Perché, va bene, in Germania e soprattutto ad Amburgo (la città tedesca con il più alto PIL pro capite) la crisi non si sente, o quantomeno non si vede. A parità di spese, in questi giorni ho confermato le mie percezioni: i prezzi tedeschi sono molto più bassi di quelli italiani. Nei supermercati che non siano Penny o Lidl (discount tedeschi, appunto) lo scontrino mi sconvolge. Ad Amburgo non mi è mai capitato di dire “non esco perché ho bisogno di risparmiare”, infatti, anche ad uscire per cena, il conto non è paragonabile, e se si esclude il lato mangereccio, lo sanno tutti che la birra scorre a fiumi, e una 0,5 costa 2,50€ al massimo. E a prescindere dalla spinta o meno all’ubriachezza, anche per fare quattro chiacchiere con tutti gli amici che si chiedono che combini a Crucconia, la differenza si sente, e pesa sul portafogli, che, invece, si alleggerisce.

6) I dolci. Prima motivazione e colpa dei chili accumulati in questi mesi. Situazione che non di certo migliora con le nostre succulente pietanze delle feste, ma come li fanno i tedeschi, i dolci, non li fa nessuno. Maestri di irresistibile pasticceria, da assaporare ovunque mentre si passeggia per strada, ottima in qualsiasi panetteria di ogni città. In particolare mi manca lo strappo alla regola del Franzbrötchen del mattino (almeno una volta a settimana…) e la tradizione del Kaffee und Kuchen con le amiche.

7) Le tradizioni natalizie. Come al punto 2, è una mancanza che avrei presto consolato se fossi altoatesina. Qui, ogni misero mercatino che mi circonda mi farebbe piangere come nella pubblicità di una famosa compagnia di crociere. Il confronto non regge. Per non parlare dell’albero di Natale in mezzo al Binnen Alster, al posto della fontana centrale spenta durante l’inverno. L’atmosfera del Natale del Nord e del Weihnachtsmarkt tedesco è insuperabile.

 

Eppur…mi fermai al punto 7.

Non sono riuscita a trovarne altri 3!

Mi aiutate voi?

Cos’è che vi manca della Germania e di Amburgo mentre siete in Italia?

Guida ai quartieri di Amburgo (5) – Wihlelmsburg in ‘Soul Kitchen’ di Fatih Akin

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

23 dicembre 2013

 

 

Leone d’Argento, gran premio della giuria al Festival di Venezia 2009, pochi di voi non avranno visto Soul Kitchen, uno dei meravigliosi film del regista Fatih Akin, tanto tedesco quanto legato alla terra delle sue origini.

Fatih Akin è nato ad Amburgo da genitori turchi emigrati negli anni ’60, proprio quando – come pensa tuttora qualcuno – la città si fermava al di sopra dell’Elba e ciò che si trovava al di sotto del grande fiume non esisteva.

Questa pellicola tanto acclamata, che in Italia ha dato il nome a numerosissimi ristoranti e locali che cercano di rispettare una certa qualità dei prodotti (penso a quello adorabile di Roma, in via dei Sabelli 163) è stata ambientata in un magazzino industriale di…Industrienstraße, nel cuore del quartiere di Wihlelmsburg, profondo sud-est, ancora più “meridionale” di Veddel Ballinstadt.

ph. welt.de

Per chi volesse una mini sinossi, i 99 minuti di Soul Kitchen vedono Zinos, greco, gestore di un ristorante ormai in malora, che, per caso, lo salva dalla chiusura e conseguente vendita grazie alla collaborazione preziosa quanto complicata dello chef tedesco Shayn (in realtà impersonato dall’attore turco Birol Ünel, immancabile nei film del regista come Scarlett Johannson per Woody Allen, per intenderci!) Eccetto le peripezie personali che rendono quasi comiche le vicende , il fulcro della trama – secondo una mia personalissima lettura! – gioca col famoso stereotipo (confermato dai tedeschi stessi!) della loro incapacità a mangiare correttamente, ad assaporare non per saziarsi, ma per godere di un piccolo grande piacere della vita.

Infatti, lì per lì l’arrivo del nuovo chef svuota il ristorante i cui clienti erano abituati ed apprezzavano il cibo spazzatura che Zinos gli propinava da anni, ignorando le ispezioni igieniche. Eppure, pian piano i palati si affinano, il luogo si riempie di nuove atmosfere, ed è così che Soul Kitchen dimostra quanto gli insegnamenti più genuini possano venire dal basso, lontani dalla sofisticatezza incarnata dalla biondissima Nadine, (ex) fidanzata di Zinos, ahimè giornalista con la puzza sotto il naso. “La cucina dell’anima” la lascia andare libera, come dimostra la divertentissima scena del dessert afrodisiaco che manda tutti i commensali in visibilio per una notte senza pudore, remore o filtri.

Soul Kitchen è l’unico film di Fatih Akin ambientato ad Amburgo, pur essendone nativo. Qui la città gioca un ruolo scenografico importante: i dialoghi chiave si svolgono a ridosso del porto, con le luci delle gru alle spalle durante la notte e i tetti verdi nella Speicherstadt in una gelida alba.

Purtroppo, il Soul Kitchen che aveva aperto (sul serio!) a Wihlelmsburg dopo il successo del film, proprio in Industrienstraße 101, trasformato più che altro in una discoteca/sala concerti, pare aver interrotto le sue attività a maggio di quest’anno.

Tuttavia, Wihlelmsburg è il vero protagonista di una grande opera di rivalutazione, come dimostra il nuovo coloratissimo edificio del Ministero per lo Sviluppo Urbano che sorge proprio nel quartiere che presto diventerà il nuovo Mitte/Centro.

ph. Ken Lee Flickr page

Povertà, disoccupazione e crimine restano una credenza ottusa soppiantata dai fiori dell’ IGS, l’International Gartenschau, che ha spezzato il grigio dei capannoni industriali da Aprile ad Ottobre 2013. La maxi esposizione con la riproduzione di 80 giardini mondiali è costata altrettanti 80 milioni di euro complessivi, ma ha costituito la punta di diamante del progetto “Hamburg, growing-city” assieme all’IBA, l’International Building Exhibition dove “sboccia”, invece, una nuova architettura sperimentale. Fino alla fine di quest’anno, sono stati organizzati dei tour in autobus (prezzo: 5€) in partenza dall’IBA Dock di Veddel (in Am Zollhafen 2) per scoprire le innovazioni di questo pezzo di città che neppure gli amburghesi DOC hanno mai visitato.

Questo sì che assomiglia ad un serio e ben fatto recupero dei sobborghi “malfamati”.

Inutile ammettere che la Germania, ancora una volta, insegna.

 

Le informazioni sull’IGS e l’IBA sono tratte dall’articolo “The great leap” scritto da Ariel Hauptmeier sul bimestrale GEO Special, Hamburg edition, pubblicato a maggio 2013 in lingua tedesca ed inglese. Per tutto il resto, continuate a prendervela con la mia  dedizione verso Veddel e la mia “fissa” per la Turchia!

Weihnachten in Hamburg #4: cosa mangiare (e bere) ai mercatini di Natale

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

19 dicembre 2013

 

Ci accingiamo all’ultima domenica d’avvento, l’ultimo weekend inebriato dall’atmosfera irripetibile dei mercatini di Natale in tutta la città. Non è decisamente il momento migliore per fare la dieta, o riservarsi qualche sfizio in vista del grande pranzo di Natale, mai copioso come quello italiano.

Ci sono specialità della “cucina” tedesca che ho avuto modo di assaggiare solo durante questo periodo e che vi consiglio di provare per una bella cena “unterwegs“, in giro, dato che ovviamente parliamo di “cibo di strada”, anche questa una caratteristica DOC.

Il Dresden brot: golosità salata che può variare di banchetto in banchetto. Di norma, è un soffice panetto bianco al pepe con un cuore di pancetta o funghi ricoperti di un mestolo di sour cream (una via di mezzo fra la maionese e la salsa yogurt, un po’ acidula, spesso corredata di erba cipollina o altre spezie simili). Inutile dire che non si digerisce facile, ma è un mattone saporito di cui vale la pena saziarsi.

ph. Paul Williams Flickr Profile

Il Kamin brot: un altro tipo di pane, vagamente più simile al nostro gusto italiano. Si tratta di cubetti ripieni di pomodoro con pancetta, salame o tonno, cotto nei forni a legna allestiti direttamente nei capannoni (ecco perché ci mettono tanto tempo ad allestire tutto l’ambaradan prima del grande inizio di fine Novembre!) Alla domanda: mangiate qualcosa di simile in Italia? ho osato paragonarlo ai panzerotti pugliesi, di cui eppure rimpiango il cuore di mozzarella. La stessa pasta arrotolata su un cilindro di ferro, conserva lo stesso nome, ma cambia forma, come un grosso tubo dal colore del bretzel…da mangiare con qualche salsina strana di cui i tedeschi restano grandi maestri.

…un cetriolo! : dovevo segnalarvelo prima, perché..può essere un buffo quanto strano aperitivo. Per i tedeschi è più che normale ciucciarsi un cetriolo (in salamoia, piccante etc, etc) a mo’ di lecca lecca. Sto esagerando, ma il banchetto di soli cetrioli, spesso affollato, non ha potuto che suscitarmi una certa ilarità. Pur sempre una specialità: un’esperienza da fare, per meno di un euro!

Gli Schmalzkuchen: passando ai dolci, queste morbide nuvolette di pasta fritta innevate da una spolverata di zucchero a velo sono il coronamento perfetto della passeggiata fra gli stand, adagiate in un cono di carta forno, da infilzare con un lungo stuzzicadenti.

Le Quark balchen: sono solo una delle categorie delle “pallozze” fritte fatte o ricoperte dalla qualunque. Questo impasto irregolare è fatto per lo più di formaggio quark, a cavallo fra il philadephia e la ricotta. Sempre in quark è l’ingrediente principale, per esempio, delle käse kuchen, le torte al formaggio (o si chiamavano cheese cakes?) fondamentali nella tradizione culinaria tedesca. Introvabile al di fuori dei confini!

Mandorle caramellate, mele stregate e chi più ne ha più ne metta: direte, ce le abbiamo anche noi, ma non a 10 gusti differenti ed inimmaginabili. Non solo zucchero: le mandorle, nocciole, o addirittura noci sono solo il cuore di una copertura variegatissima: dai cioccolatini celebri al marzapane, ad una pasta aromatizzata al liquore. Mele, banane, ciliege e fragole (totalmente fuori stagione!) sono ricoperte da cioccolato fondente, o al latte, o bianco, e chissà cos’altro. Da spenderci più di mezz’ora di fronte alla vetrina per scegliere cosa mettere nel sacchetto!

Ph. Alex Ehlers per germany.info

Il Glühwein: vi verrà sete, ma soprattutto vi verrà freddo. Ma soprattutto: non potrete non reggere una (e due, e tre…) tazza 0,2 di vin brulè, il vino caldo dolce aromatizzato alle spezie. La particolarità, oltre al contenuto le cui esalazioni vi faranno girare la testa prima ancora di berlo, è il recipiente stesso. Ogni mercatino ha la sua tazza personalizzata per lo più con le raffigurazioni di tipici paesaggi natalizi. Inutile dire che ormai ho la mia collezione, fra cui spicca quella del mercatino “hot” di St.Pauli con i fumetti di Babbo Natale e la Befana mezzi nudi! Portarla a casa costa il prezzo della cauzione, 2/3€ escluso il prezzo del vino che non supera i 2,50€, a meno che non si aggiunga uno shottino di rum per caricare ulteriormente l’apporto alcolico. Vera e propria bomba insuperabile, servito nella stessa tazza, è l’Eier punsch, liquore all’uovo caldo (un po’ come il famoso VOV di montagna!) sormontato da uno spruzzo di panna montata.

Ph. hamburg.de

Da coma, più glicemico che etilico!

Le 10 cose che ho imparato lavorando in un’azienda tedesca

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

13 dicembre 2013

 

Dicevamo, nello scorso post, che ad Amburgo c’è ancora lavoro, ed ancora tante opportunità specie per i giovani universitari che hanno appena concluso il loro percorso di studi spesso troppo teorico e vogliono finalmente mettere in pratica le loro conoscenze.

Come ho già fatto in passato, mi sono divertita ad elencare le 10 cose che ho imparato lavorando in un’azienda tedesca, venute alla mente in questi giorni che vedono chiudere un altro capitolo della mia vita amburghese. Un blog, in fondo, è fatto di storie raccontate attraverso i propri occhi, tuttavia ho cercato di essere più oggettiva possibile e raccogliere non solo le mie esperienze, visto che nello specifico non si é neppure trattato di una collaborazione particolarmente fortunata.

Alcuni punti potranno sembrare scontati a chi lavora da anni e potrebbero semplicemente essere le impressioni di un primo incarico “serio”, eppure credo possano essere tante e non scontate le differenze fra un loculo di Milano e un ufficio di Amburgo…


ph. Royalty free/Corbis
1) L’indipendenza: il primo approccio é disarmante. Da tirocinante o apprendista quale sei, o anche solo per il semplice fatto di essere appena arrivato, ti aspetteresti di essere seguito nei minimi dettagli, essere controllato negli orari, essere sotto torchio per il giudizio di prova. Niente di tutto ciò: se l’azienda ti ha dato la scrivania e ti ha messo di fronte al computer sarai tu a gestire il tuo tempo e i tuoi compiti che arriveranno ad ondate intermittenti (ci saranno giorni di noia e giorni in cui vorresti suicidarti). Questo comporta dei pro e dei contro: ti sembra di avere carta bianca, ma le tue vecchie abitudini italiane non ti concederebbero di scrivere su quella carta senza il nulla osta del capo. Trovare un equilibrio fra lo spirito di iniziativa e le procedure standard non é immediato.

2) La formazione: non c’é un maestrino/maestrina che ti bacchetta, eppure stai imparando, a tue spese. Cadi di faccia e ti fai male da solo, ti senti inadeguato al ruolo, che tante volte può essere anche oltre le aspettative di coloro che ti hanno assunto, ma se hai spirito di sacrificio e voglia di imparare, l’azienda é pronta a tirarti su da zero e portarti alle stelle, facendo sbocciare la tua carriera, se ti interessa. Piano piano ti rendi conto di essere capace di operazioni che non avresti mai attribuito alla tua persona.

3) L’assenza di gerarchie: in Italia il capo é Dio e il resto é marmaglia. Il capo ha un braccio destro e un braccio sinistro, o é una piovra. Qui il capo si confonde al resto del team, e il team é sacrosanto. Il gruppo viene prima del singolo, e il leader – a scanso di eccezioni che, però, da noi sono la norma – é colui che indica la strada, e non quello che la traccia sfruttando gli altri. Più che una divinità da rispettare e venerare (e da poi tartassare durante la pausa caffè lontano da orecchie indiscrete) è un punto di riferimento, in teoria per qualsiasi problema e necessità anche al di fuori del mero affare da chiudere. In questo modo, ogni compito portato a termine – semplicemente perchè é il tuo dovere! – sarà considerato un favore a cui dire “grazie”.

4) Pretendere: in più di un’occasione mi é stato chiesto di fornire palesemente la mia opinione sull’azienda, sul mio ruolo, su come stavo assolvendo i miei compiti. È abitudine diffusa convocare tirocinanti e neo assunti dopo un certo periodo di tempo per accertarsi che tutto si svolga come previsto. Sempre quelle vecchie cattive abitudini porterebbero a vedere oro colato ovunque e non lamentarsi di disagi spesso legittimi che, però, consideriamo come stupidi capricci. Invece, l’assenza di critiche al sistema potrebbe generare l’effetto opposto, ovvero far credere che la persona interessata sia priva di spirito critico. Una cara amica conosciuta qui (italiana) ha potuto quasi decidere quanto farsi pagare, considerando un ostacolo non da poco la “costrizione” a vivere lontano dal proprio Paese e dai propri affetti. Ha chiesto e ha ricevuto. Così funziona.

5) La pausa pranzo: sacrosanta. Guai a passarla con un panino di fronte al computer come alcuni giorni impegnatissimi spingerebbero a fare. Ancora peggio, guai a sgranocchiare schifezze tutta la giornata, come ha fatto per cinque mesi la collega con cui dividevo l’ufficio, scatenandomi nausee che ho simpaticamente commentato sulla pagina facebook del blog. Non tutte le aziende hanno una cucina o un ambiente comune dove condividere il pasto coi colleghi – che per giunta é una pretesa fortemente italiana. Se si va fuori, si va al “ristorante” (greco, turco, messicano, giapponese, vegetariano, vegano e chi più ne ha più ne metta per assecondare le richieste di ognuno) e in ogni posto ci sarà un menù fisso a 7€ per il la Mittagpause. Il mio stipendio da praktikant non mi ha concesso di farlo tutti giorni: e qui viene il bello. Se dici di no una volta, e due, e tre, nessuno più verrà a chiamarti per pranzo. A quel punto, quando ne avrai voglia, dovrai immetterti nel giro di mail che partono dalle 10 in poi per scegliere squadra e luogo e accodarti per riacquistare la tua posizione.

6) Per quanto il capo possa essere gentile, carino/a e rispettoso/a, il sottile humor tedesco sul bastardo andante, scusando il termine, non farà eccezione. Sarà inevitabile sentirsi dire che il lavoro svolto “non é molto tedesco”: una maniera un po’ discriminatoria per dire che è poco preciso e non sono stati rispettati tutti i dettagli o vagliate tutte le possibilità del caso. Prendete il velato razzismo con un sorriso, e dimostrate che sapete fare meglio di loro, perchè é la pura e semplice verità (a presunzione risponde presunzione!)

7) A metà settimana c’é l’after work beer: con o senza un responsabile delle risorse umane, gli eventi del team al di fuori degli orari di lavoro diventano un momento di coesione fondamentale per la riuscita stessa di un migliore coordinamento nella pratica quotidiana (nel migliore dei casi, addirittura per fare amicizia, visto che l’ufficio é il posto dove si passa la maggior parte del tempo e così si dovrebbe spontaneamente tendere a condividere non solo la scrivania con i propri colleghi). La birra di metà settimana (che poi può essere un vino, ma… siamo in Germania!) eventualmente bevuta in una delle sale più accoglienti dell’ufficio, tanto per sentirsi un po’ ribelli, è un meeting da non sottovalutare, tanto quanto quelli coi clienti.

8 ) Venerdí é causal friday: potrebbe capitarvi di lavorare in un ambiente in cui dover rispettare un certo dress code: 4 giorni su 5 sarete tutti impettiti come pinguini con autonomia di movimento pari a sottozero e una comodità che non aiuterà il vostro mal di schiena di fronte allo schermo. Niente paura: il venerdì ci si potrà vestire come ‘persone normali’. La gentile concessione in un ambiente a tratti austero come l’ufficio potrebbe sprigionare tutto il kitsch che c’è in voi, specie in estate. Achtung! Casual friday significa semplicemente che potrete mettere un paio di jeans, togliervi il blazer e indossare un paio di sneakers…nel rispetto della comune decenza.

9) Lo Julklapp, il regalo di Natale aziendale. Fa parte delle tradizioni tedesche del Weihnacht anche se pare venga dalla Scandinavia. Una pesca miracolosa assegna ad ognuno un collega a cui fare un regalo per un budget fisso di 5-10€. I regali verranno consegnati durante la festa di Natale aziendale che prevede l’obbligo all’ubriachezza molesta. Il divertimento sta tutto nel fatto che il collega assegnato riceverà il regalo…senza sapere chi gliel’avrà comprato!

10) Se torni da un viaggio, se fai il compleanno é carino quanto obbligatorio offrire qualcosa ai colleghi. Sono cortesie dovute e ben viste, anche qualora non doveste trovarvi nel posto dei vostri sogni. Oggi, per esempio, ho portato una torta fatta con le mie manine (e giuro che non era avvelenata!) : non c’é niente di più apprezzato, qualsiasi cosa che possa spezzare la routine e addolcire una giornata sarà vista come una manna dal cielo. Figurarsi se si trattasse di qualche buon prodotto italiano…alla faccia del punto 6!

10 motivi per cui (ormai) potresti sembrare un tedesco

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

29 Novembre 2013

 

Ho ricevuto qualche commento contraddetto e contraddittori riguardo uno dei miei post precedenti“10 modi per essere (ancora) italiani in Germania” da alcuni considerato un po’ troppo legato al nostro modo di fare e di pensare (della serie che te ne sei andata a fare) a malincuore diventa necessario riportare le 10 accuse che mi sono state rivolte, specie dagli amici italiani, in questi quasi sette mesi di permanenza in Crucconia, quando esclamarono: “sei diventata un po’ tedesca…”

Le loro mascelle si sono spalancate in un’espressione scandalizzata perchè:

1) Non controllo gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo), ma mi posiziono al punto giusto del binario per beccare la carrozza più vicina all’uscita della fermata dove scenderò. In mia difesa, la considero solo una questione di pigrizia paragonabile al fatto che non salgo e non scendo le scale mobili, ma chi lo sa, forse sotto c’é dell’altro.

ph. hh-zeitung.de

2) Sempre a proposito di mezzi pubblici e spostamenti, anch’io mi lamento tantissimo se mi capita di aspettare il treno per più di 5 minuti. “È inaccettabile, sette minuti, nel frattempo avrei potuto fare questo, e questo, e questo!”. Controlla gli orari dell’HVV prima di uscire, mi direte. Ma soprattutto: che fine hanno fatto quattro anni in attesa degli autobus dell’Atac di Roma (che come un efficace profilo Facebook ironizza sulla sigla, potrebbe ribattezzarsi “Arrivo Tardi A Casa“?)

3) Faccio un uso spropositato dei calzini. E ne compro una marea, perchè devono essere carini e nient’affatto bucati, visto che qui é normale togliersi le scarpe anche in casa degli altri.

Un simpatico episodio mi vedeva indossarne un paio (per giunta bianchi) prima di andare a dormire, per non lasciare i piedi nudi sotto le coperte. La mia amica, esterrefatta, mi chiese cosa stessi facendo. Le risposi che così “mi sentivo più sicura”, e purtroppo non ero ubriaca. Ho iniziato a preferirli al gambaletto, alla calza trasparente…e di riflesso (per fortuna) metto più pantaloni che gonne. Come una vera donna emancipata del Nord Europa.

4) Ahimé, bevo il cappuccino subito dopo il pranzo. In caso di brunch o colazione alla tedesca, quindi di un pasto salato (che accetto con sempre meno disgusto) é capitato che succedesse anche prima di mangiare. Orribile, lo so. Ma come vi avevo spiegato, quello che i tedeschi chiamano espresso é imbevibile, e il latte macchiato ha troppa poca percentuale di caffeina per le mie esigenze. Il cappuccino diventa l’unica soluzione.

5) Sono affetta da epidemia del controllo e della programmazione. Non ho un’agenda settimanale perchè a 23 anni la mia memoria é ancora fresca, ma pianifico eventi per almeno 15/20 giorni e se non lo faccio vado nel panico. Ovviamente sottopongo a questa pratica tutti coloro che con me devono condividere il mio tempo. Anche gli amici italiani, che beatamente lo lasciano trascorrere per organizzare all’ultimo momento qualsiasi cosa, anche un viaggio. Sono diventata la regina dei reminder, abituata a sentirmi dire “no, tut mir leid, ho già un altro impegno, forse possiamo vederci il 92 marzaio dalle 19 alle 19:04?” ho iniziato a scrivere e-mail imbarazzanti: “Ciao ragazzi, ricordatevi che fra un mese sono a Taranto, siete liberi?”


6) Se avessi totalmente perso ogni senso del pudore e della corretta alimentazione, mi ciberei esclusivamente di bretzel. So che sono bavaresi, ma ci sono anche ad Amburgo, e in generale sono tedeschi. Appena sfornati, scendono giù come l’acqua, si sciolgono in bocca. Avrò i globuli rossi a forma di cuore intrecciato.

7) Dovrei iniziare a frequentare le riunioni degli AA. Non per la birra, non per il glühwein bollente dei mercatini di Natale. “Ciao, sono Eleonora e non riesco smettere di bere Apfelschorle.” (succo di mela frizzante): la prima A, quindi, non è quella di Alcol.

8 ) Il mio tedesco, nonostante il corso A1, ha fatto i progressi di una tartaruga zoppa. Tuttavia, nelle ultime settimane ho iniziato a dire “Ach, so!” per QUALUNQUE cosa. E non é semplice spiegarne la funzione: i tedeschi lo usano per puntualizzare (“Ah, ecco, dicevo!”), esprimere sorpresa (“ora capisco!”) o incredulità (“davvero?”). Utile, insostituibile e, ad un certo punto, irrinunciabile.

9) Ho smesso di aprire l’ombrello quando piove, come tutti gli amburghesi che si rispettino. Non solo perchè la pioggia, a volte, é talmente sottile che un cappuccio può sembrarti sufficiente, non solo perchè il vento a volte é talmente forte che te lo porterebbe via. Ma soprattutto perchè…non lo apre nessuno, neppure io. Sono troppo a disagio.

10) Mi sento in colpa se non lascio la mancia quando pago in un ristorante. È una pratica normale qui in Germania, sostituisce quell’euro che di solito in Italia paghiamo per il coperto. Ho imparato che se voglio lasciare la mancia mi basta ribadire la somma che voglio pagare (se il conto – die rechnung –  é di 19€ posso dire, come a rilanciare, “20!”) Il punto é che non riesco sempre ad andare oltre la logica italiana del lasciare la mancia perchè il cameriere é stato particolarmente gentile o si é mangiato divinamente. E poi non so mai quanto “dover” dare. Anche a rischio di sbagliare, dò sempre qualche centesimo e mai mi sono sentita giudicata per la somma, anche fossero stati 5. (che pezzente!)

“In vacanza” con Erri De Luca alla Literaturhaus di Amburgo

Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com

13 Novembre 2013

 

Accaparro straordinariamente un posto in seconda fila dopo 15 minuti di camminata svelta nella nebbia fitta delle 18:30 amburghesi, attraversando Mundsburg Brücke con vista (mica tanto chiara) sull’Außen Alster e straordinari hotel a cinque stelle.

Il Literaturhaus cafè di Schwanenwik 38 (cliccate QUI per consultare i prossimi eventi) non é meno sontuoso e regale. In una sala interna adiacente al ristorante, con affreschi sul soffitto e luci soffuse al miele, la preview del documentario di Claudio Magris ed Erri de Luca, in onda sul canale ARTE questa sera alle 22:00 (auf Deutsch, natürlich!) è già iniziata. Sono circondata da tedeschi inspiegabilmente legati alla cultura italiana che ridono ad ogni scena di Mussolini, Berlusconi o Bossi (sì, ci sono proprio tutti) e poi anche gli italiani che si radunano in queste occasioni miracolate e si scambiano guardi straniti di fronte alle reazioni dei loro ormai concittadini. L’evento organizzato dalla Literaturhaus è in collaborazione con l‘Istituto Italiano di Cultura.

Erri de Luca si confonde fra la folla, arriva lento, con la sua figura esile ed occupa il suo posto come se non fosse il protagonista della serata. D’altronde lo mette subito in chiaro affrontando uno dei temi della sua scrittura e del libro che presenta, Fische schließen nie die Augen , ovvero la versione tedesca de I pesci non chiudono gli occhi, tradotta da Annette Kopetzki che modera interamente il dialogo. Quindi, appunto, quest’uomo che sembra portarsi dietro il peso del mondo nelle sue rughe, in realtà afferma di non conoscere sofferenze fisiche: “abita un animale antico”, il suo corpo, retaggio degli antenati che gliel’hanno lasciato in eredità. La sua esperienza corporea é forte come dimostra la scrittura fortemente sensoriale, ma non teme alcun rischio, alcuna ferita, “alla fine non é mio”, dice. E mentre l’attore Erik Schäffler legge i brani del libro in questa lingua spesso violenta che sembra spezzare la sonorità poetica di uno stile particolare come quello di De Luca, mi chiedo cosa si provi a riascoltare le proprie parole senza poterle comprendere. Il volto di De Luca è perso come il mio quando non capisco bene ciò che mi accade intorno. Ad aver più tempo, vorrei tanto chiedergli cosa succede quando le orecchie, strumento sacro che De Luca descrive come “pozzi in cui finisce l’acqua piovana dei racconti per conservarla senza che se ne perda una goccia”, ascoltano acquazzoni che non possono riconoscere.

Eppure, eppure lo scrittore corregge la sua traduttrice a fine serata, quando dimentica di riferire un punto cruciale del suo pensiero sulla felicità (possibile, sí, quanto fugace, come la scoperta della verità) forse solo perchè un po’ lo mastica, o perchè i serbatoi, appunto, si sono conformati ai suoni apparentemente inavvicinabili.

In queste situazioni c’é sempre una sorta di indagine per svelare il segreto dello scrittore, accade ulteriormente con un personaggio un po’ schivo come De Luca, che con estrema semplicità risponde: “la scrittura per me non é un lavoro, ma tempo salvato con spirito di contraddizione anche solo con una pagina al giorno, come fosse un riscatto quotidiano. La scrittura per me è villeggiatura.” Così Erri de Luca ha avuto il potere di riportarci tutti a Napoli con sè in poche parole adoperate come utensili, tornando al Mediterraneo “a cui l’Europa deve tutto”, proprio quando ci lasciavamo alle spalle un’altra giornata alle nostre scrivanie che siamo venuti ad occupare in pianta stabile abbandonando lo stivale che, come afferma lo scrittore nel documentario, é fatto apposta per essere attraversato come un ponte che collega il Sud del mondo verso altri luoghi.


Un genio delle parole all’Istituto Italiano di Cultura ad Amburgo

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

26 Ottobre 2013

Una serata unica quella trascorsa ieri all’Istituto Italiano di Cultura ad Amburgo.

Le piccole luci delle belle case di Hansastraße (non lontana dalla fermata metro U1 di Hallerstraße) mi guidavano nel buio di un apparentemente scontato piovoso venerdì sera amburghese, con la città avvolta nell’umido, tappezzata di foglie secche bagnate.

All’Istituto Italiano di Cultura è facile sentirsi a casa: finalmente si parla la lingua madre, finalmente si torna a cibarsi di cultura e…di un buon piatto di lasagne e un indimenticabile tiramisù gentilmente preparato dalla “Trattoria da Enzo“!

Finalmente si torna a pasticciare con le proprie parole, senza dover essere costretti al filtro della traduzione che fa perdere l’essenza dei significati. Con le parole di sempre, che eppure sembravano nuove, ha giocato Alessandro Bergonzoni, in una location raccolta come la biblioteca dell’Istituto dettaglio che ha permesso di annullare la distanza con il pubblico e l’eco maestoso del palcoscenico. Bergonzoni è più umano che mai, “non un autore, un autorizzato, non uno scrittore, uno scritturato” che ha accolto le righe di Aldo Palazzeschi rivisitandole in una passeggiata attraverso la vastità. Bergonzoni fa bene a non accettare l’etichetta di “comico”: le risate, a volte sguaiate, non mancano, ma sono dovute al tocco di classe con cui i suoi collegamenti inimmaginabili quanto eccezionalmente naturali sfiorano le sinapsi facendogli una sorta di solletico. Siamo tutti andati alla “ricerca del granché”, abbiamo pedalato sulla bicicletta della verità per sudarci dentro e scoprire, abbiamo detto che “la Costituzione è importante, ma importa più la costituzione, come siamo fatti dentro”. Abbiamo “fatto nesso” (e non sesso), preso “il biglietto del tra”, allargato “le piste dove letteratura e poesia atterrano come grandi jumbo” (magari con un giambo). Qualcuno dal pubblico, nell’imbarazzante momento delle domande dopo una grande performance, l’ha giustamente definito un saltimbanco, un giocoliere “leggero” delle parole.

Tutto questo, non solo per raccontarvi come la comunità italiana di Amburgo sia attiva e straordinariamente di qualità, ma per invitarvi ai prossimi eventi dell’Istituto Italiano di Cultura, davvero instancabile.

Il prossimo è dietro l’angolo: mercoledì 30 ottobre, alle ore 19 si terrà un interessante caffè letterario alla presenza di Wu Ming 2 e Antar Mohamed che presentano il loro romanzo a quattro mani “Timira – Romanzo meticcio” (Einaudi Stile Libero) sulla tecnica di scrittura dell’autore in incognito e i territori poco frequentati della storia italiana.

Con un solo giorno di distanza Federico Sanguineti si interrogherà sul testo della Divina Commedia, sempre alle ore 19.

Il mese di novembre attende impaziente la grande visita Erri De Luca, il 12 alla Literaturhaus (in Schwanenwik 38), ore 20.

Come – mea culpa – non vi ho segnalato la scorsa volta, i posti sono limitati e tutti gli eventi necessitano di prenotazione. Basta telefonare al numero 040/39999130 o mandare una mail a iicamburgo@esteri.it

Nel caso di Erri De Luca, l’evento è eccezionalmente a pagamento: 6€ per i soci dell’Istituto, 10€ per tutti gli altri.

Gli incontri si terranno tutti in italiano, con traduzione simultanea in tedesco. Questa, di solito, è la norma, ma il Bergonzoni di ieri – per fortuna, aggiungerei – era meravigliosamente intraducibile!