10 cose

7 cose tedesche che mancano in Italia

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

30 dicembre 2013

 

Dietro ogni viaggio indietro verso casa dopo essere mancati per tanto tempo, si nasconde sempre una grande voglia di ritornare, non solo per riposare dopo un lungo e faticoso anno di lavoro (specie secondo i ritmi tedeschi!), ma anche perché si tende a dimenticarsi di tutti i difetti italiani che ci hanno spinti a lasciare il Paese.

Eppure, se l’Estero ormai ci ha attratto, per i motivi più disparati, è difficile non individuare nuovamente quei punti critici per cui ci si rimetterebbe subito su un aereo in direzione Nord.

Nella mia diaspora personale con cui chiudo il 2013 (sono più affascinata dall’ordine o dal caos?) era inevitabile che della Germania, tornando in Italia, mi mancasse/mi mancassero:

1) L’efficienza. Scontata, ma subito percepibile. Da quanto tempo non sentivamo più la famosa frase: “ci scusiamo per il disagio”? Ritardi, blocchi, cancellazioni, smarrimenti. Non eravamo più abituati ad aspettare l’autobus senza sapere quando sarebbe passato, o a non essere serviti in meno di 5 minuti, ad essere in ritardo ad un appuntamento per cause di forza maggiore che non dipendono dalla nostra volontà (sempre più precisa, invece!). Ci sorprendiamo del tipico atteggiamento “scaricabarile” delle aziende pubbliche, un passaggio del testimone, della patata bollente della responsabilità.

(Storiella esplicativa: ho mandato svariati pacchi con DHL, che in Germania è il corriere nazionale che collabora con Deutsche Post e non un privato. Tutto è filato liscio fino all’attraversamento della frontiera italiana, dove i preziosi contenitori sono passati nelle mani di SDA Italia. La faccio breve: ho dovuto continuare a monitorare dal sito tedesco per poi trovare i miei pacchi in giacenza immotivata che ho potuto sbloccare solo personalmente, ovvero litigando con uno degli addetti alla corrispondenza.)

2) Il pane. Dipende anche dalla vostra regione di provenienza, magari siete toscani veraci e quindi particolarmente legati alle vostre pagnotte senza sale. Pur avendo sulla mia tavola quotidiana un bel chilo di pane di Altamura, quello di segale e un bel brötchen tempestato di semi di papavero, sesamo o zucca…lo vorrei trovare facilmente anche qui.

3) I drug stores. Come Rossmann, DM, Budnikowski: è di queste catene che parlo, il cui ruolo in Italia è ricoperto (tranne rare eccezioni) dai negozi cinesi. Si trovano detergenti di ogni genere e marchio (tutti di ottima qualità), idee regalo, cosmesi, profumi, cioccolato e perfino un settore bio, o l’angolo dove è possibile sviluppare le proprie foto in pochi minuti. Non ci sono mai entrata senza spendere meno di 10€ tornando a casa con la busta piena (magari di cose relativamente inutili)…quindi forse meglio che qui non ci siano!

ph. Schillergallerie.eu

4) I cuscini quadrati. A furia di cambiare casa, quindi letto, non sento più la differenza fra una scomodità e l’altra. Anche se non faccio parte del club dei viziati che non si spostano senza il loro cuscino di sempre, ho continuato a preferire il letto ortopedico di “casa-casa”. Ebbene, da giorni non riesco a non pensare al mio cuscino 80×80 in cui sprofondare beatamente alla faccia della cervicale.

5) I prezzi. Perché, va bene, in Germania e soprattutto ad Amburgo (la città tedesca con il più alto PIL pro capite) la crisi non si sente, o quantomeno non si vede. A parità di spese, in questi giorni ho confermato le mie percezioni: i prezzi tedeschi sono molto più bassi di quelli italiani. Nei supermercati che non siano Penny o Lidl (discount tedeschi, appunto) lo scontrino mi sconvolge. Ad Amburgo non mi è mai capitato di dire “non esco perché ho bisogno di risparmiare”, infatti, anche ad uscire per cena, il conto non è paragonabile, e se si esclude il lato mangereccio, lo sanno tutti che la birra scorre a fiumi, e una 0,5 costa 2,50€ al massimo. E a prescindere dalla spinta o meno all’ubriachezza, anche per fare quattro chiacchiere con tutti gli amici che si chiedono che combini a Crucconia, la differenza si sente, e pesa sul portafogli, che, invece, si alleggerisce.

6) I dolci. Prima motivazione e colpa dei chili accumulati in questi mesi. Situazione che non di certo migliora con le nostre succulente pietanze delle feste, ma come li fanno i tedeschi, i dolci, non li fa nessuno. Maestri di irresistibile pasticceria, da assaporare ovunque mentre si passeggia per strada, ottima in qualsiasi panetteria di ogni città. In particolare mi manca lo strappo alla regola del Franzbrötchen del mattino (almeno una volta a settimana…) e la tradizione del Kaffee und Kuchen con le amiche.

7) Le tradizioni natalizie. Come al punto 2, è una mancanza che avrei presto consolato se fossi altoatesina. Qui, ogni misero mercatino che mi circonda mi farebbe piangere come nella pubblicità di una famosa compagnia di crociere. Il confronto non regge. Per non parlare dell’albero di Natale in mezzo al Binnen Alster, al posto della fontana centrale spenta durante l’inverno. L’atmosfera del Natale del Nord e del Weihnachtsmarkt tedesco è insuperabile.

 

Eppur…mi fermai al punto 7.

Non sono riuscita a trovarne altri 3!

Mi aiutate voi?

Cos’è che vi manca della Germania e di Amburgo mentre siete in Italia?

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Le 10 cose che ho imparato lavorando in un’azienda tedesca

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

13 dicembre 2013

 

Dicevamo, nello scorso post, che ad Amburgo c’è ancora lavoro, ed ancora tante opportunità specie per i giovani universitari che hanno appena concluso il loro percorso di studi spesso troppo teorico e vogliono finalmente mettere in pratica le loro conoscenze.

Come ho già fatto in passato, mi sono divertita ad elencare le 10 cose che ho imparato lavorando in un’azienda tedesca, venute alla mente in questi giorni che vedono chiudere un altro capitolo della mia vita amburghese. Un blog, in fondo, è fatto di storie raccontate attraverso i propri occhi, tuttavia ho cercato di essere più oggettiva possibile e raccogliere non solo le mie esperienze, visto che nello specifico non si é neppure trattato di una collaborazione particolarmente fortunata.

Alcuni punti potranno sembrare scontati a chi lavora da anni e potrebbero semplicemente essere le impressioni di un primo incarico “serio”, eppure credo possano essere tante e non scontate le differenze fra un loculo di Milano e un ufficio di Amburgo…


ph. Royalty free/Corbis
1) L’indipendenza: il primo approccio é disarmante. Da tirocinante o apprendista quale sei, o anche solo per il semplice fatto di essere appena arrivato, ti aspetteresti di essere seguito nei minimi dettagli, essere controllato negli orari, essere sotto torchio per il giudizio di prova. Niente di tutto ciò: se l’azienda ti ha dato la scrivania e ti ha messo di fronte al computer sarai tu a gestire il tuo tempo e i tuoi compiti che arriveranno ad ondate intermittenti (ci saranno giorni di noia e giorni in cui vorresti suicidarti). Questo comporta dei pro e dei contro: ti sembra di avere carta bianca, ma le tue vecchie abitudini italiane non ti concederebbero di scrivere su quella carta senza il nulla osta del capo. Trovare un equilibrio fra lo spirito di iniziativa e le procedure standard non é immediato.

2) La formazione: non c’é un maestrino/maestrina che ti bacchetta, eppure stai imparando, a tue spese. Cadi di faccia e ti fai male da solo, ti senti inadeguato al ruolo, che tante volte può essere anche oltre le aspettative di coloro che ti hanno assunto, ma se hai spirito di sacrificio e voglia di imparare, l’azienda é pronta a tirarti su da zero e portarti alle stelle, facendo sbocciare la tua carriera, se ti interessa. Piano piano ti rendi conto di essere capace di operazioni che non avresti mai attribuito alla tua persona.

3) L’assenza di gerarchie: in Italia il capo é Dio e il resto é marmaglia. Il capo ha un braccio destro e un braccio sinistro, o é una piovra. Qui il capo si confonde al resto del team, e il team é sacrosanto. Il gruppo viene prima del singolo, e il leader – a scanso di eccezioni che, però, da noi sono la norma – é colui che indica la strada, e non quello che la traccia sfruttando gli altri. Più che una divinità da rispettare e venerare (e da poi tartassare durante la pausa caffè lontano da orecchie indiscrete) è un punto di riferimento, in teoria per qualsiasi problema e necessità anche al di fuori del mero affare da chiudere. In questo modo, ogni compito portato a termine – semplicemente perchè é il tuo dovere! – sarà considerato un favore a cui dire “grazie”.

4) Pretendere: in più di un’occasione mi é stato chiesto di fornire palesemente la mia opinione sull’azienda, sul mio ruolo, su come stavo assolvendo i miei compiti. È abitudine diffusa convocare tirocinanti e neo assunti dopo un certo periodo di tempo per accertarsi che tutto si svolga come previsto. Sempre quelle vecchie cattive abitudini porterebbero a vedere oro colato ovunque e non lamentarsi di disagi spesso legittimi che, però, consideriamo come stupidi capricci. Invece, l’assenza di critiche al sistema potrebbe generare l’effetto opposto, ovvero far credere che la persona interessata sia priva di spirito critico. Una cara amica conosciuta qui (italiana) ha potuto quasi decidere quanto farsi pagare, considerando un ostacolo non da poco la “costrizione” a vivere lontano dal proprio Paese e dai propri affetti. Ha chiesto e ha ricevuto. Così funziona.

5) La pausa pranzo: sacrosanta. Guai a passarla con un panino di fronte al computer come alcuni giorni impegnatissimi spingerebbero a fare. Ancora peggio, guai a sgranocchiare schifezze tutta la giornata, come ha fatto per cinque mesi la collega con cui dividevo l’ufficio, scatenandomi nausee che ho simpaticamente commentato sulla pagina facebook del blog. Non tutte le aziende hanno una cucina o un ambiente comune dove condividere il pasto coi colleghi – che per giunta é una pretesa fortemente italiana. Se si va fuori, si va al “ristorante” (greco, turco, messicano, giapponese, vegetariano, vegano e chi più ne ha più ne metta per assecondare le richieste di ognuno) e in ogni posto ci sarà un menù fisso a 7€ per il la Mittagpause. Il mio stipendio da praktikant non mi ha concesso di farlo tutti giorni: e qui viene il bello. Se dici di no una volta, e due, e tre, nessuno più verrà a chiamarti per pranzo. A quel punto, quando ne avrai voglia, dovrai immetterti nel giro di mail che partono dalle 10 in poi per scegliere squadra e luogo e accodarti per riacquistare la tua posizione.

6) Per quanto il capo possa essere gentile, carino/a e rispettoso/a, il sottile humor tedesco sul bastardo andante, scusando il termine, non farà eccezione. Sarà inevitabile sentirsi dire che il lavoro svolto “non é molto tedesco”: una maniera un po’ discriminatoria per dire che è poco preciso e non sono stati rispettati tutti i dettagli o vagliate tutte le possibilità del caso. Prendete il velato razzismo con un sorriso, e dimostrate che sapete fare meglio di loro, perchè é la pura e semplice verità (a presunzione risponde presunzione!)

7) A metà settimana c’é l’after work beer: con o senza un responsabile delle risorse umane, gli eventi del team al di fuori degli orari di lavoro diventano un momento di coesione fondamentale per la riuscita stessa di un migliore coordinamento nella pratica quotidiana (nel migliore dei casi, addirittura per fare amicizia, visto che l’ufficio é il posto dove si passa la maggior parte del tempo e così si dovrebbe spontaneamente tendere a condividere non solo la scrivania con i propri colleghi). La birra di metà settimana (che poi può essere un vino, ma… siamo in Germania!) eventualmente bevuta in una delle sale più accoglienti dell’ufficio, tanto per sentirsi un po’ ribelli, è un meeting da non sottovalutare, tanto quanto quelli coi clienti.

8 ) Venerdí é causal friday: potrebbe capitarvi di lavorare in un ambiente in cui dover rispettare un certo dress code: 4 giorni su 5 sarete tutti impettiti come pinguini con autonomia di movimento pari a sottozero e una comodità che non aiuterà il vostro mal di schiena di fronte allo schermo. Niente paura: il venerdì ci si potrà vestire come ‘persone normali’. La gentile concessione in un ambiente a tratti austero come l’ufficio potrebbe sprigionare tutto il kitsch che c’è in voi, specie in estate. Achtung! Casual friday significa semplicemente che potrete mettere un paio di jeans, togliervi il blazer e indossare un paio di sneakers…nel rispetto della comune decenza.

9) Lo Julklapp, il regalo di Natale aziendale. Fa parte delle tradizioni tedesche del Weihnacht anche se pare venga dalla Scandinavia. Una pesca miracolosa assegna ad ognuno un collega a cui fare un regalo per un budget fisso di 5-10€. I regali verranno consegnati durante la festa di Natale aziendale che prevede l’obbligo all’ubriachezza molesta. Il divertimento sta tutto nel fatto che il collega assegnato riceverà il regalo…senza sapere chi gliel’avrà comprato!

10) Se torni da un viaggio, se fai il compleanno é carino quanto obbligatorio offrire qualcosa ai colleghi. Sono cortesie dovute e ben viste, anche qualora non doveste trovarvi nel posto dei vostri sogni. Oggi, per esempio, ho portato una torta fatta con le mie manine (e giuro che non era avvelenata!) : non c’é niente di più apprezzato, qualsiasi cosa che possa spezzare la routine e addolcire una giornata sarà vista come una manna dal cielo. Figurarsi se si trattasse di qualche buon prodotto italiano…alla faccia del punto 6!

Weihnachten in Hamburg #3: 10 foto del Natale amburghese

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

8 dicembre 2013

L’avvento, in Germania, è forse più importante del Natale stesso. L’aria di festa si respira per quasi un mese, in tutte le sue tradizioni dove i mercatini la fanno da padrone, e pullulano di cibo succulento, decorazioni uniche, tazze personalizzate di vino caldo che si toccano fino all’ultimo “Prost!”

Come vi avevo già proposto durante l’autunno, ecco 10 scene amatoriali per cui i miei occhi si sono illuminati in questi giorni, quando ancora altre due domeniche ci separano da quella che, in realtà, è la data che segna la fine della meraviglia.

1. La “magia bianca” dei mercatini di Jungfernstieg

2. I mille addobbi del mercatino di Rathausmarkt

3. Le stelle di carta dei mercatini di Jungfernstieg

4. La “strada degli acquisti” del mercatino di Rathausmarkt

5. I mercatini di Altona-Ottensen

6. I Babbo Natale più buffi del mercatino di Rathausmarkt

7. Gli zampognari del mercatino di Rathausmarkt

8. Amburgo natalizia nelle lampade al fimo del mercatino di Rathausmarkt

9. Caldissime lucine del mercatino di Rathausmarkt

10. L’arrivo di Babbo Natale al mercatino di Rathausmarkt

10 motivi per cui (ormai) potresti sembrare un tedesco

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

29 Novembre 2013

 

Ho ricevuto qualche commento contraddetto e contraddittori riguardo uno dei miei post precedenti“10 modi per essere (ancora) italiani in Germania” da alcuni considerato un po’ troppo legato al nostro modo di fare e di pensare (della serie che te ne sei andata a fare) a malincuore diventa necessario riportare le 10 accuse che mi sono state rivolte, specie dagli amici italiani, in questi quasi sette mesi di permanenza in Crucconia, quando esclamarono: “sei diventata un po’ tedesca…”

Le loro mascelle si sono spalancate in un’espressione scandalizzata perchè:

1) Non controllo gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo), ma mi posiziono al punto giusto del binario per beccare la carrozza più vicina all’uscita della fermata dove scenderò. In mia difesa, la considero solo una questione di pigrizia paragonabile al fatto che non salgo e non scendo le scale mobili, ma chi lo sa, forse sotto c’é dell’altro.

ph. hh-zeitung.de

2) Sempre a proposito di mezzi pubblici e spostamenti, anch’io mi lamento tantissimo se mi capita di aspettare il treno per più di 5 minuti. “È inaccettabile, sette minuti, nel frattempo avrei potuto fare questo, e questo, e questo!”. Controlla gli orari dell’HVV prima di uscire, mi direte. Ma soprattutto: che fine hanno fatto quattro anni in attesa degli autobus dell’Atac di Roma (che come un efficace profilo Facebook ironizza sulla sigla, potrebbe ribattezzarsi “Arrivo Tardi A Casa“?)

3) Faccio un uso spropositato dei calzini. E ne compro una marea, perchè devono essere carini e nient’affatto bucati, visto che qui é normale togliersi le scarpe anche in casa degli altri.

Un simpatico episodio mi vedeva indossarne un paio (per giunta bianchi) prima di andare a dormire, per non lasciare i piedi nudi sotto le coperte. La mia amica, esterrefatta, mi chiese cosa stessi facendo. Le risposi che così “mi sentivo più sicura”, e purtroppo non ero ubriaca. Ho iniziato a preferirli al gambaletto, alla calza trasparente…e di riflesso (per fortuna) metto più pantaloni che gonne. Come una vera donna emancipata del Nord Europa.

4) Ahimé, bevo il cappuccino subito dopo il pranzo. In caso di brunch o colazione alla tedesca, quindi di un pasto salato (che accetto con sempre meno disgusto) é capitato che succedesse anche prima di mangiare. Orribile, lo so. Ma come vi avevo spiegato, quello che i tedeschi chiamano espresso é imbevibile, e il latte macchiato ha troppa poca percentuale di caffeina per le mie esigenze. Il cappuccino diventa l’unica soluzione.

5) Sono affetta da epidemia del controllo e della programmazione. Non ho un’agenda settimanale perchè a 23 anni la mia memoria é ancora fresca, ma pianifico eventi per almeno 15/20 giorni e se non lo faccio vado nel panico. Ovviamente sottopongo a questa pratica tutti coloro che con me devono condividere il mio tempo. Anche gli amici italiani, che beatamente lo lasciano trascorrere per organizzare all’ultimo momento qualsiasi cosa, anche un viaggio. Sono diventata la regina dei reminder, abituata a sentirmi dire “no, tut mir leid, ho già un altro impegno, forse possiamo vederci il 92 marzaio dalle 19 alle 19:04?” ho iniziato a scrivere e-mail imbarazzanti: “Ciao ragazzi, ricordatevi che fra un mese sono a Taranto, siete liberi?”


6) Se avessi totalmente perso ogni senso del pudore e della corretta alimentazione, mi ciberei esclusivamente di bretzel. So che sono bavaresi, ma ci sono anche ad Amburgo, e in generale sono tedeschi. Appena sfornati, scendono giù come l’acqua, si sciolgono in bocca. Avrò i globuli rossi a forma di cuore intrecciato.

7) Dovrei iniziare a frequentare le riunioni degli AA. Non per la birra, non per il glühwein bollente dei mercatini di Natale. “Ciao, sono Eleonora e non riesco smettere di bere Apfelschorle.” (succo di mela frizzante): la prima A, quindi, non è quella di Alcol.

8 ) Il mio tedesco, nonostante il corso A1, ha fatto i progressi di una tartaruga zoppa. Tuttavia, nelle ultime settimane ho iniziato a dire “Ach, so!” per QUALUNQUE cosa. E non é semplice spiegarne la funzione: i tedeschi lo usano per puntualizzare (“Ah, ecco, dicevo!”), esprimere sorpresa (“ora capisco!”) o incredulità (“davvero?”). Utile, insostituibile e, ad un certo punto, irrinunciabile.

9) Ho smesso di aprire l’ombrello quando piove, come tutti gli amburghesi che si rispettino. Non solo perchè la pioggia, a volte, é talmente sottile che un cappuccio può sembrarti sufficiente, non solo perchè il vento a volte é talmente forte che te lo porterebbe via. Ma soprattutto perchè…non lo apre nessuno, neppure io. Sono troppo a disagio.

10) Mi sento in colpa se non lascio la mancia quando pago in un ristorante. È una pratica normale qui in Germania, sostituisce quell’euro che di solito in Italia paghiamo per il coperto. Ho imparato che se voglio lasciare la mancia mi basta ribadire la somma che voglio pagare (se il conto – die rechnung –  é di 19€ posso dire, come a rilanciare, “20!”) Il punto é che non riesco sempre ad andare oltre la logica italiana del lasciare la mancia perchè il cameriere é stato particolarmente gentile o si é mangiato divinamente. E poi non so mai quanto “dover” dare. Anche a rischio di sbagliare, dò sempre qualche centesimo e mai mi sono sentita giudicata per la somma, anche fossero stati 5. (che pezzente!)

10 modi per essere (ancora) italiani in Germania

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

5 Novembre 2013

Nell’incontro-scontro quotidiano con le differenze culturali, in questo odi ed amo verso l’ordine fin troppo ordinato di Crucconia, mi sono imbattuta in un simpatico test, in un pomeriggio di noia. Si chiama “The German quiz”, ideato da Adam Fletcher e Beck Verlag autori del libro How to be German / Wie man Deutscher wird ovvero: “Come essere tedesco”.

“È il 2013, la Germania é la nazione con la migliore considerazione mondiale, ha i migliori turisti del mondo ed é il cuore dell’economia Europea. É figo essere tedeschi!” questa l’intro – ovviamente ironica, seppur considerando dettagli reali – al quiz che, quindi, si chiede quanto tu sia tedesco. Bene, mi spaventa affermarlo, ma lo sono al 70%, quando la media é un punteggio del 64%. Ovviamente é solo perchè ho saputo immedesimarmi nelle plausibili risposte di un crucco DOC.

“Sei tedesca come il Pfand (la cauzione che si ottiene dal riciclaggio delle bottiglie di plastica), l’Apfelsaftschorle (il succo di mela frizzante) e l’urlare per strada alle persone che commettono piccole infrazioni”, tipo camminare sulla pista ciclabile.

Eppure, col trascorrere del tempo, ci sono dettagli della mia italianità che non riesco e forse non voglio abbattere. Retaggi che voglio conservare e riassumono un inequivocabile modo di essere, specie nella terra dei nostri da sempre “nemici”.

Questi sono i 10 modi per cui continuereste a riconoscere che sono un’italiana trapiantata ad Amburgo:

1) Non controllerò gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo) così da non perdere neppure un minuto. Mi piace ancora aspettare che passi il treno, anche quando si gela. E se le scale mobili si chiamano tali ci sarà un motivo: per questo non le percorreró né in salita né in discesa, neanche fossi in ritardo per il meeting del secolo.

2) Nonostante i raccapriccianti spettacoli che mi circondano mi permetterebbero di abbandonare completamente uno stile ed una certa cura del mio aspetto (dettaglio spesso eccessivo al contrario in Italia, dove mi sono sempre lamentata della fissa per le grandi firme ed il conformismo dilagante nel vestirsi) continueró a non mettermi piú di 3 colori addosso, o una sola fantasia. No ai calzini nei sandali! Se fa freddo, se vuoi stare comodo (comandamento numero uno del vestiario tedesco) mettiti un paio di sneakers. Cosí continueró ad usare le borse e non gli zaini: sono pratici, ok, ma sono una donna. E per lo stesso principio, continuerò a depilarmi.

3) Daró ancora importanza ai pasti, alle portate multiple (antipasto/primo/secondo/contorno/frutta/dolce), al cappuccino che NON puó accompagnare il pranzo o la cena. Alla condivisione del cibo, al gusto della portata. Non mangeró per saziarmi, mangeró perché amo mangiare, e possibilmente mangiare bene, e possibilmente condividendo ciò che mangio con le persone a me care.

4) Non programmeró ogni singolo istante della mia vita secondo una rigida agenda. Il tempo libero é una risorsa trascurata, e spesso implica proprio il NON avere orari o attività. Essere spontanei, non nell’accezione negativa del tedesco “spontan” che si tradurrebbe come “improvvisato”. Amo, adoro le cose che accadono quando meno te l’aspetti, sono miracoli divini, non disgrazie. “La vita é quello che accade mentre sei occupato a fare altri progetti”, scriveva John Lennon, che proprio ad Amburgo ha debuttato insieme ai Beatles. Perció…lo prenderei in parola!

5) Perció, continueró a lavorare per vivere e non a vivere per lavorare.

6) Non smetteró di essere gentile ed educata, rivolgendomi alla gente con un saluto, anche se si tratta di sconosciuti. Ringrazieró per cordialità, sorriderò anche se non sono costretta. Non spintoneró nessuno mentre sono in fila: nella tipica situazione di un attraversamento di fronte al rosso per i pedoni, i tedeschi sono capaci di fare una fila da soldatini. Idem di fronte alle porte della metro: tutti fanno uscire i passeggeri che scendono. Allo scattare del verde, o una volta liberata la via all’ingresso sono altrettanto capaci di calpestarti come se fossero unici e soli al mondo: ignorano donne incinte, passeggini, anziani, malati. Nessuno li circonda.

7) Continueró a NON corteggiare un uomo. Da che mondo e mondo, sono loro a dover fare il primo passo e non noi donne a doverli rincorrere. Posso accettare che non mi porti i fiori, che non mi faccia un regalo che non paghi la cena: é una questione culturale, é il rovescio della medaglia per la parità dei sessi. Ma non che ignorarmi significhi che mi desideri e viceversa: se la Germania è al contrario, preferisco restare zitella a vita. O cambiare Paese.

8 ) Non introdurró alcol nel mio corpo prima delle 17, giuro! Specie se si tratta di birra mescolata a Jack Daniel’s, colazione classica del tedesco ubriaco medio.

9) Continueró a lamentarmi del tempo. Continueró a lasciar cambiare il mio umore in base alle previsioni metereologiche: se piove saró triste, se c’é il sole daró una festa come se fosse il mio compleanno. Punto!

10) Continueró spontaneamente a pensare che in assenza di tornelli all’ingresso della metro potrei tranquillamente evitare di pagare il biglietto. E sono una persona onesta (perció alla fine ho addirittura l’abbonamento!) ma a questa piaga, spesso ragione dello scatafascio del nostro Paese, la mia forma mentis non potrá mai modificarsi, come per tutto il resto.

Perché per quanto potró mai diventare tedesca, o apprezzarne i pregi sicuramente evidenti di un popolo che ha tanto da insegnare, sono italiana, per fortuna o purtroppo, come cantava Gaber.

La mia Amburgo – 10 cose speciali

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

7 ottobre 2013

Ogni volta che mi capita di tornare in Italia, come in questi giorni, mi interrogo su quale sia ormai la mia “casa” nella concezione inglese di “home”, sentendo un posto proprio, un certo legame. Posso dire che Amburgo, ormai, sia casa mia? Una domanda a cui non trovo una risposta precisa, ma mi sono divertita ad elencare dieci cose che mi mancano ogni volta che me ne allontano, e che possono aiutare voi, da turisti o neo arrivati, a guardare Amburgo con gli occhi di uno straniero che trova particolari in dettagli spesso trascurati da chi ci nasce e cresce.

Se andassi via da Amburgo mi mancherebbe:

1) La musica classica nel piazzale di Hauptbahnhof, specie di prima mattina, mentre corro verso il lavoro e vado così di fretta che non incrocio gli sguardi della gente. Eppure, nel piazzale principale, andando verso la U2 o in uscita dalla S-3 andando verso le due linee 1 e 3 della U-bahn, le note di sinfonie famosissime si mescolano a quelle meno conosciute che mi fanno sempre sognare mondi lontani, o inesistenti, e tornare un po’ bambina, a quelli delle favole. Sembra poco poetico fra il vociare e le colonie di ubriaconi, ma ha il potere di estraniarmi da tutto il resto, perfino dallo stress.

2) Il tramonto sul profilo della città, all’altezza di Hammerbrook sulla linea S-3 o S-31. In direzione Neugraben/Stade o verso il centro, bisogna solo stare attenti a dove girare la testa per non perdersi neppure una delle cinque guglie delle chiese, il profilo incompleto dell’Elbphilarmonie e la torre della televisione, che non sarà quella di Alexander Platz, ma quasi la preferisco. Il bello sta nel guardarne i riflessi nei canali dell’Elba, il calare del sole è speciale, ma il mio gioco è guardarla tutte le mattine, come fosse un porta fortuna per la giornata che inizia e cercarne le differenze rispetto a quelli precedenti come in un gioco da settimana enigmistica e confrontare mattino, pomeriggio e sera e le sue rispettive stagioni, come fosse un dipinto impressionista. E anche se nulla si sposta, mi sembra ogni volta diverso. E che dolore quando la nebbia è talmente fitta che non si riesce a distinguere nulla!

3) Il mio quartiere, Veddel, dove mi sento in una perenne puntata di Kebab for Breakfast. Quello che tutti bistrattano pur non essendoci mai stati. Le urla dei bambini che giocano e i gruppi dei ragazzini fissi sulle panchine con un Ayran in mano che ti squadrano dalla testa ai piedi manco fossi una top model. Il sentirmi strana al contrario, perché non ho il velo. La panetteria dove si conoscono tutti, il fruttivendolo sempre aperto e le strette di mano di fronte ai bar. L’odore penetrante di cioccolato che ogni tanto invade l’aria ma non riesco ancora a capire da dove viene. I profili delle gru del porto che vedo dalla finestra.

4) L’atmosfera della Schanze, passeggiando per Belle-Alliance Straße da Christuskirche, e i suonatori di strada che si alternano sotto il ponte della S-bahn a Schanzenstraße. Magari subito dopo un bell’acquazzone quando tutto il rigoglioso verde delle sue aree profuma di umido. Le lucine dei pub, tutti da scoprire, dove rifugiarsi, rilassarsi, incontrarsi al venerdì sera. Culturalmente e creativamente instancabile, accontenta una vasta gamma di gusti. Per me supera tutti i quartieri “alternativi” finora visitati in qualsiasi altra città europea.

5) I rombi rassicuranti delle navi che salutano Hafen City, ancora in costruzione, come la mia vita. L’Elba è una passerella: spesso alcuni passaggi diventano un evento per la città, uno degli ultimi è stata proprio la breve sosta della nostra Amerigo Vespucci. A volte si tratta di gigantesche navi da crociere che partono verso la Scandinavia, e poi ci sono i velieri storici ormai attraccati che si possono visitare tutto l’anno. Pensavo che fossero attrazioni per gli esperti, invece mi sono ritrovata spesso a guardarle passare con un misto di ammirazione e curiosità, sentendomi più vicina al mare.

6) Tutti i luoghi turchi, dagli hammam ai ristoranti, che mi riportano ad Istanbul quando voglio, mi sfamano bene e con poco, mi sciolgono i muscoli intirizziti dalle posizioni scomode delle sedie d’ufficio. Ve li elencherò separatamente nel prossimo post.

7) Pedalare a tutta forza spaccando la Speicherstadt, la città vecchia rossa di mattoncini e verde dai tetti in rame che la neve coprirà durante l’inverno. In primavera, sfrecciavo quotidianamente da Baumwall a Veddel Ballinstadt grazie alle bici rosse del servizio cittadino gratuito (StadtRad) per i primi 30 minuti  lasciandomi alle spalle l’attività del porto, col vento immancabile fra i capelli, attraversando almeno quattro dei più di 2000 ponti che collegano i lembi della città.

8) La lurida calca della Reeperbahn, miseria, perdizione e distruzione del sabato sera. Lì dove tutto è possibile. L’accecante Große Freiheit dove i Beatles hanno debuttato ed ora squadroni di uomini arrapati cercano di soddisfare i desideri di una notte. Gli addii al celibato e al nubilato che iniziano dal primo pomeriggio e si incrociano coi loro giochi e le loro sfide. Ma soprattutto il Molotow, rifugio da quella stessa Reeperbahn che puoi lasciare fuori col suo squallore a tratti stomachevole, per concederti un po’ di rock’n’roll su cui ondeggiare e cantare, sorseggiando un cocktail a 3€. Lì si sono esibiti tanti gruppi emergenti ormai celebri, a conferma dell’ispirazione musicale che Amburgo storicamente infonde. Un posto talmente bello…che vogliono chiuderlo entro Marzo 2014 (ne parleremo meglio)

9) Lo shopping a Spitalerstraße, più che a Monckebergstraße. L’Europa Passage – una salvifica galleria commerciale nel bel mezzo della città a Jungfernstieg, per continuare a comprare anche se piove o fa freddo – attrae maggiormente le mie amiche. Le stradine lì intorno che portano verso Gansemarkt si rivolgono a un pubblico dai portafogli più gonfi. Nonostante lo stipendio, continuano ad attrarmi le grandi catene dalla qualità discutibile. In tre negozi di fila (Newyorker, Vero Moda e il più classico H&M) dopo 8 ore di ufficio sono capace di spendermi un quarto della paga senza neppure accorgermene. Però, che soddisfazione!

10) Sedermi lungo il Binnen Alster, una delle prime abitudini che vi ho già confidato. Senza badare alla brezza o ala preoccupazione del macchiarsi i jeans. Sul bordo, i piedi penzoloni nell’acqua, disturbando con turisti e coppiette la quiete delle anatre e delle oche. Mi svuoto la testa fissandomi sui vaporetti turistici e le canoe degli agonisti. Lì non riesco a non pensare che Amburgo sia proprio una bella città, e che un po’ mi appartenga già, che forse mi dispiacerebbe lasciarla definitivamente.

Le prime 10 cose da imparare ad Amburgo (e in Germania)

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

27 Settembre 2013

Il tempo dell’espatriato passa in fretta. Fra pochi giorni saranno passati 5 mesi dal mio arrivo ad Amburgo. Non era una novità per me vivere all’estero, ma è la prima volta che sono in Germania – e forse era meglio se ci venivo prima in vacanza a tastare il terreno, un po’ come si fa quando si va a convivere prima di sposarsi.

Fosse per la città, in realtà, sarei pronta a celebrare un matrimonio perfetto e duraturo.

È a misura d’uomo, è ordinata, è pulita, educata. Architettonicamente bella. E spaventosamente vicina alla Scandinavia. Metterò presto in lista tutti i suoi pregi.

Infatti Amburgo ha un solo problema: gli Hamburgers. Gli amburghesi. E le città, si sa, le fanno i cittadini. Pur non essendo geograficamente così distanti, i tedeschi risultano un po’ marziani agli occhi di un italiano. A prescindere dagli stereotipi – una parola che ripeto spesso nei miei post – queste sono le 10 cose che ho subito notato vivendo la mia vita a Crucchiland, come l’ho ribattezzata. Ad alcune…sto lentamente facendoci l’abitudine, quasi le apprezzo. Altre…continuo a non accettarle! (ed è per questo che presto vi scriverò anche le 10 cose che mi fanno essere ancora un’italiana anche ad Amburgo).

(Image credits: 123RF)

#1 Qui non si puó bere nulla che non sia con kohlensäure, anidride carbonica. I tedeschi sono allergici all’acqua naturale. Ci devono mettere dentro una foglia, un fiore, un grano di pepe, un capello, qualcosa che gli stuzzichi il palato. La prima volta al supermercato nel reparto bibite m’è venuto spontaneo di comprare l’acqua con l’etichetta blu e la scritta “Classic”. Vuol dire che c’è un quantitativo di bollicine da sturarti il naso. Quella rossa, invece, è l´acqua degli sfigati, e dopo un po’ non ti disseta.

# 2 Sí, perché dopo un po’ i sapori pervadono anche le tue papille, fra salse, salsine e salsette. Non si accontentano piú di qualcosa di sano, bollito, insipido. Cercano sempre nuovi stimoli, vogliono sale, sale, sale, sale. Cosí il ricordo vago di due biondissimi turisti che ti cenavano di fianco durante le vacanze in montagna e con disgusto caricavano di altro sale la pizza appena servitagli…diventano stranamente concepibili.

# 3 Sei tu il deficiente che fa la colazione dolce. Tu e forse gli spagnoli. Il resto del mondo mangia pane e salame, fattene una ragione e smettila di credere che sei ancora dalla parte del giusto (vince sempre la maggioranza). La colazione tedesca è quella internazionale di fronte a cui ti sei sdegnato o divertito durante le vacanze (le stesse dove hai incontrato la coppia di biondi attempati di cui sopra). Per il dolce c’è sempre a disposizione tutto il resto della giornata: vi ho già raccontato a proposito del Kaffee und Kuchen.

Torte di otto piani fatte di burro al 50% e innaffiate da litri di cappuccino soddisfano e superano il tuo fabbisogno giornaliero, aiutate, dagli zuccheri introitati grazie alle bevande gasate di cui sopra.

# 4 Quando si entra in casa ci si toglie le scarpe. Magari le si lascia anche fuori, tutte sparpagliate, come fanno i miei dirimpettai turchi. Di ogni dimensione, i mocassini del papà su quelle mignon della figlia più piccola, fino alle scale. All’inizio è uno shock, un festival di calzini bucati ed imbarazzo. Poi capisci l’utilità: si sporca meno e si sta più comodi. Ed improvvisamente torneresti in Italia costringendo la tua famiglia a convertirsi a questa pratica – ma manca il pavimento in linoleum o il parquet per farlo senza prendersi la broncopolmonite.

# 5 É impossibile rimorchiare un tedesco in discoteca. Perchè, appunto, non ti rimorchiano loro. Dovresti buttartici addosso e malamente pur di farli reagire. Ammiccano, dondolano, ma non farebbero mai il primo passo. Così sai che chiunque ti si avvicini avrá qualche gene straniero da parte di madre o di padre. Questo non vuol comunque dire che ti richiamerà il giorno dopo (una regola da rammentare a livello universale)

# 6 Il weekend (Wochenende) é sacrosanto. Va organizzato nei minimi dettagli, tanto quanto la settimana di lavoro appena trascorsa. Se non hai nessun piano o resti in città sei uno sfigato assoluto.

A tal proposito vi ho già segnalato alcuni eventi validi ancora per questo weekend!

# 7 I tedeschi sono capaci di mandare giú quantitativi di birra improponibili. Questo non é uno stereotipo. A qualsiasi ora, anche e soprattutto al mattino presto. Non solo ora che è tempo di Octoberfest. E, appunto, sono insuperabili nello schifo lasciato dopo una qualsiasi festa/manifestazione/concerto. É un tripudio di schizzi di vomito, rivoli di piscio e carcasse di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro appositamente recuperati dai trovatori di “Pfand” (in Germania puoi restituire vetro e plastica ottenendo in cambio qualche spicciolo che gli hai comunque pagato al momento dell´acquisto). Lo fanno perchè sanno che tutto sará ripulito prima che sorga il prossimo sole, come se nulla fosse accaduto. Tuttavia, dopo le 4 di mattina, in Reeperbahn ti servirebbero le scarpe chiodate.

# 8 Le feste sono tutte uguali: di paese, del porto, del molo, dell´angolo della strada: ci saranno sempre 50 stand che preparano 50 tipi diversi di schifezze che vorresti sbafarti dalla prima all’ultima, dolci e salate, ma soprattutto dolci (torna al punto 2). Ci sará sempre il capannetto che vende solo cetrioli, o solo cavoli fritti e gli immancabili cuoricini di pan di zenzero. Birra a fiumi, ovvio. (Torna al punto 7)

# 9 Va sfruttato ogni raggio di sole. Puoi spogliarti ovunque, vestirti come ti pare, puoi anche non depilarti: nessuno ti guarderà, nessuno se ne accorgerà, nessuno ti giudicherà. Tutti uguali nell’impudicizia.

# 10 Amburgo non é sul mare, ma sul fiume. (E questo più che il punto 10 dovrebbe essere il punto 1!) Tanti, me compresa, credevano che Amburgo fosse sul mare, mentre bisogna almeno viaggiare un’oretta e raggiungere Travemunde (vicino Lubecca) per vedere un’onda salata. Amburgo nasce sull’Elba, ed essendo uno dei porti più grandi del mondo non è esattamente un belvedere o un “bell’odorare”. Pensavo che il Tevere fosse sporco. Mi sono ricreduta!