Leben

Italia sì, Italia no, Germania jamme.

Un anno fa mi trasferivo ad Amburgo, mi stabilivo nella mia nuova stanza di Veddeler Brückenstraße, in quel quartiere a Sud-Est della città che vi ho descritto con adorazione più di una volta.

Lì, di fronte a quei tre piani senza ascensore, con una parte delle valige che ancora ho lasciato nella soffitta di un’amica tedesca, nella speranza, forse, di lasciarmi una porta aperta, anche fosse quella dello scantinato.

A distanza di un anno, mi manca quella Germania da cui sono fuggita, poi?

Com’è ritornare in Italia, controtendenza, controvento rispetto alla maggioranza sempre più convinta di partire?

Ho incontrato un’amica che non ha mai sopportato le mie lamentele e critiche a Crucconia mentre vivevo ad Amburgo. Infermiera tarantina a Colonia, ci siamo incrociate a sorpresa per quel miracoloso concerto del primo maggio che ha risvegliato non poche speranze nel potere di una collettività giovane e vogliosa che scavalca la politica, il sindacato, la burocrazia e l’assenza di fondi, ostacoli tangibili che spesso, però, diventano scuse facili per giustificare quell’apatia di intenti che ti attanaglia le membra, specie nel meridione. Mi aspettavo racconti soddisfatti, l’ennesimo “ma chi te l’ha fatta fare” dell’ultimo periodo. E invece, a prescindere da alcune sfighe del tutto personali, anche lei, dopo 3 anni, è stanca di Germania e vorrebbe tornare qui.

A me me basta lu sule, canteranno i Sud Sound System poche ore dopo. Riduttivo, ma squaglia i cuori come il burro delle torte tedesche. Più che il sole – dato che anche questo è un maggio particolarmente piovoso per gli standard pugliesi – ci è mancata la solarità: possibile che dopo tanti anni lì (e lei, a differenza mia, parla pure perfettamente tedesco) non sia riuscita a crearsi un giro di contatti, di amici, di persone con cui condividere il tempo, che non siano il suo cane? Perché bisogna fare questa fatica – spesso inutilmente – per conquistare l’attenzione di un tedesco? In amicizia, per carità, “figurarsi se dovessi sperare di trovare marito”. A 25 anni uno comincia pure a pensarci. “Ma come faccio, torno qui e vado di nuovo a vivere coi miei? Non ce la potrei mai fare.” mi appella giustamente. “E poi per fare cosa? Non si capisce quando potrebbe esserci un nuovo concorso per infermieri, e dove. Lì ho un lavoro, come posso abbandonarlo?” 

Così, si sente di nuovo a casa sua per qualche ora, e poi torna ad abitarne una in cui è libera di fare ciò che vuole, ma che non sente propria.

In fondo sembra che ogni buona idea, qui, non possa attecchire, sempre e comunque divorata dal veleno, nascosta dalla gramigna.

partire1

Contemporaneamente, non mi pento di aver abbandonato quella scrivania grazie a cui ho guadagnato i risparmi di cui custodisco ancora gelosamente gli ultimi spicci mentre sguazzo nel precariato del giornalismo non retribuito e della costruzione di utopie.  Non mi sentivo comunque realizzata, e forse è vero, quello che doveva essere un vanto della nostra generazione – il non accontentarsi mai – sta diventando un problema.

Sono fiera di averci ricreduto, dando in un certo senso ragione a chi definisce codardi quelli che partono. C’è ancora tempo per sporcarsi le mani e pensare che si può fare. Ma…ne vale davvero la pena? Si tratta di una lotta strenua, di una battaglia da combattere con le unghie e con i denti, prima di tutto con se stessi.

Cominciano ad essere sempre di più i giorni in cui stento a trovare ossigeno piuttosto che quelli in cui mi sento libera di respirare a pieni polmoni – anche perché qui a Taranto non conviene prendere grosse boccate d’aria. Non è solo la mancata autonomia di dover sottostare di nuovo ai regimi e i tempi della famiglia che ci è mancata mentre eravamo lontani, ma con cui adesso stentiamo a trovare un equilibrio nel rispetto di tutti.

Ciò che mi manca davvero del vivere ad Amburgo – oltre al sabato pomeriggio a botte di flöhmarkt e kaffee und kuchen con le amiche! – è il magone che il malessere italiano continua a provocare. Quella tv, quella radio che potevi decidere di spegnere, quelle notizie da cui potevi cercare di distaccarti per quanto la tua nazionalità resti incancellabile, in un mix di ripudio verso il contesto abbandonato e distorsione patriottica alla pizza-pasta-mandolino/sole-mare-vento. Un romanticismo che scaturisce solo dalla distanza.

In Italia c’è questo sentore di stasi perenne da cui non si vede la luce in fondo al tunnel, questa crisi che è sempre più infima, sempre più politica, sempre più morale. Impossibile non avere voglia di piangere di fronte alle scene, per esempio, dello scorso sabato sera allo Stadio Olimpico. Piangere di un pianto di rabbia e a tratti di disperazione, come quell’inno di Mameli fischiato, sputato, infangato.

Le ingiustizie sono troppe.

Mio zio, carpentiere, a casa da mesi, senza più un contratto. La pancia cresce insieme alla pigrizia, su cui abbiamo ancora la forza di ironizzare chiedendogli informazioni sulla sua “gestazione”.

Quell’apatia, dicevo, quel germoglio che muore sotto il peso di una terra troppo greve.

Mia cugina, studentessa fuorisede che sta per laurearsi, e tornerà a casa per scrivere la tesi, pur di risparmiare l’affitto di qualche mese.

“Perché non abbiamo il diritto di realizzarci dove siamo nati?” mi chiede davanti a un (buon) caffè con un’ingenuità disarmante.

Non lo so, ma è così. E a quel punto, piuttosto che stare all’interno dei confini, con il diritto di parlare la propria lingua, onorare le proprie tradizioni, amare i propri cari – per quanto sia bello impararne una nuova, farne proprie di diverse, conoscere nuove persone – l’unica soluzione sembra proprio quella di fare nuovamente fagotto.

E il mito agli occhi degli italiani, per quanto ormai si dovrebbe e potrebbe guardare ai paesi emergenti (fra cui spicca anche l’Albania in un’inversione da paradosso storico) resta quello della Germania.

Una coppia di amici l’ha perfino scelta per la loro ultima vacanza, per una Pasqua immersi nella foresta nera, e in un Sud bavarese forse un po’ più caloroso del profondo Nord amburghese. Lì, una loro amica, biologa molecolare, sta facendo il suo dottorato per molto più di 1000€ al mese, perché il PhD è un premio d’eccellenza, una prospettiva di ricerca duratura, non un parcheggio per chi vuole assicurarsi uno stipendio mensile fisso, almeno per 3 anni, come accade anche ai migliori, in Italia.

Lei, in Italia, non tornerebbe mai, e loro sarebbero rimasti volentieri dov’erano.

 

E io mi chiedo perché non sia riuscita ad innamorarmi di un tale partito, e mi chiedo se valga ancora la pena di credere che esista quell’amore che cerco chissà dove.

Oscillando fra i pro e i contro tricolori, ricordo che un anno fa smisi di chiedermelo e mi limitai ad andare.

Jamm’ja.

Chissà che non accada di nuovo.

7 cose tedesche che mancano in Italia

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

30 dicembre 2013

 

Dietro ogni viaggio indietro verso casa dopo essere mancati per tanto tempo, si nasconde sempre una grande voglia di ritornare, non solo per riposare dopo un lungo e faticoso anno di lavoro (specie secondo i ritmi tedeschi!), ma anche perché si tende a dimenticarsi di tutti i difetti italiani che ci hanno spinti a lasciare il Paese.

Eppure, se l’Estero ormai ci ha attratto, per i motivi più disparati, è difficile non individuare nuovamente quei punti critici per cui ci si rimetterebbe subito su un aereo in direzione Nord.

Nella mia diaspora personale con cui chiudo il 2013 (sono più affascinata dall’ordine o dal caos?) era inevitabile che della Germania, tornando in Italia, mi mancasse/mi mancassero:

1) L’efficienza. Scontata, ma subito percepibile. Da quanto tempo non sentivamo più la famosa frase: “ci scusiamo per il disagio”? Ritardi, blocchi, cancellazioni, smarrimenti. Non eravamo più abituati ad aspettare l’autobus senza sapere quando sarebbe passato, o a non essere serviti in meno di 5 minuti, ad essere in ritardo ad un appuntamento per cause di forza maggiore che non dipendono dalla nostra volontà (sempre più precisa, invece!). Ci sorprendiamo del tipico atteggiamento “scaricabarile” delle aziende pubbliche, un passaggio del testimone, della patata bollente della responsabilità.

(Storiella esplicativa: ho mandato svariati pacchi con DHL, che in Germania è il corriere nazionale che collabora con Deutsche Post e non un privato. Tutto è filato liscio fino all’attraversamento della frontiera italiana, dove i preziosi contenitori sono passati nelle mani di SDA Italia. La faccio breve: ho dovuto continuare a monitorare dal sito tedesco per poi trovare i miei pacchi in giacenza immotivata che ho potuto sbloccare solo personalmente, ovvero litigando con uno degli addetti alla corrispondenza.)

2) Il pane. Dipende anche dalla vostra regione di provenienza, magari siete toscani veraci e quindi particolarmente legati alle vostre pagnotte senza sale. Pur avendo sulla mia tavola quotidiana un bel chilo di pane di Altamura, quello di segale e un bel brötchen tempestato di semi di papavero, sesamo o zucca…lo vorrei trovare facilmente anche qui.

3) I drug stores. Come Rossmann, DM, Budnikowski: è di queste catene che parlo, il cui ruolo in Italia è ricoperto (tranne rare eccezioni) dai negozi cinesi. Si trovano detergenti di ogni genere e marchio (tutti di ottima qualità), idee regalo, cosmesi, profumi, cioccolato e perfino un settore bio, o l’angolo dove è possibile sviluppare le proprie foto in pochi minuti. Non ci sono mai entrata senza spendere meno di 10€ tornando a casa con la busta piena (magari di cose relativamente inutili)…quindi forse meglio che qui non ci siano!

ph. Schillergallerie.eu

4) I cuscini quadrati. A furia di cambiare casa, quindi letto, non sento più la differenza fra una scomodità e l’altra. Anche se non faccio parte del club dei viziati che non si spostano senza il loro cuscino di sempre, ho continuato a preferire il letto ortopedico di “casa-casa”. Ebbene, da giorni non riesco a non pensare al mio cuscino 80×80 in cui sprofondare beatamente alla faccia della cervicale.

5) I prezzi. Perché, va bene, in Germania e soprattutto ad Amburgo (la città tedesca con il più alto PIL pro capite) la crisi non si sente, o quantomeno non si vede. A parità di spese, in questi giorni ho confermato le mie percezioni: i prezzi tedeschi sono molto più bassi di quelli italiani. Nei supermercati che non siano Penny o Lidl (discount tedeschi, appunto) lo scontrino mi sconvolge. Ad Amburgo non mi è mai capitato di dire “non esco perché ho bisogno di risparmiare”, infatti, anche ad uscire per cena, il conto non è paragonabile, e se si esclude il lato mangereccio, lo sanno tutti che la birra scorre a fiumi, e una 0,5 costa 2,50€ al massimo. E a prescindere dalla spinta o meno all’ubriachezza, anche per fare quattro chiacchiere con tutti gli amici che si chiedono che combini a Crucconia, la differenza si sente, e pesa sul portafogli, che, invece, si alleggerisce.

6) I dolci. Prima motivazione e colpa dei chili accumulati in questi mesi. Situazione che non di certo migliora con le nostre succulente pietanze delle feste, ma come li fanno i tedeschi, i dolci, non li fa nessuno. Maestri di irresistibile pasticceria, da assaporare ovunque mentre si passeggia per strada, ottima in qualsiasi panetteria di ogni città. In particolare mi manca lo strappo alla regola del Franzbrötchen del mattino (almeno una volta a settimana…) e la tradizione del Kaffee und Kuchen con le amiche.

7) Le tradizioni natalizie. Come al punto 2, è una mancanza che avrei presto consolato se fossi altoatesina. Qui, ogni misero mercatino che mi circonda mi farebbe piangere come nella pubblicità di una famosa compagnia di crociere. Il confronto non regge. Per non parlare dell’albero di Natale in mezzo al Binnen Alster, al posto della fontana centrale spenta durante l’inverno. L’atmosfera del Natale del Nord e del Weihnachtsmarkt tedesco è insuperabile.

 

Eppur…mi fermai al punto 7.

Non sono riuscita a trovarne altri 3!

Mi aiutate voi?

Cos’è che vi manca della Germania e di Amburgo mentre siete in Italia?

Guida ai quartieri di Amburgo (5) – Wihlelmsburg in ‘Soul Kitchen’ di Fatih Akin

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

23 dicembre 2013

 

 

Leone d’Argento, gran premio della giuria al Festival di Venezia 2009, pochi di voi non avranno visto Soul Kitchen, uno dei meravigliosi film del regista Fatih Akin, tanto tedesco quanto legato alla terra delle sue origini.

Fatih Akin è nato ad Amburgo da genitori turchi emigrati negli anni ’60, proprio quando – come pensa tuttora qualcuno – la città si fermava al di sopra dell’Elba e ciò che si trovava al di sotto del grande fiume non esisteva.

Questa pellicola tanto acclamata, che in Italia ha dato il nome a numerosissimi ristoranti e locali che cercano di rispettare una certa qualità dei prodotti (penso a quello adorabile di Roma, in via dei Sabelli 163) è stata ambientata in un magazzino industriale di…Industrienstraße, nel cuore del quartiere di Wihlelmsburg, profondo sud-est, ancora più “meridionale” di Veddel Ballinstadt.

ph. welt.de

Per chi volesse una mini sinossi, i 99 minuti di Soul Kitchen vedono Zinos, greco, gestore di un ristorante ormai in malora, che, per caso, lo salva dalla chiusura e conseguente vendita grazie alla collaborazione preziosa quanto complicata dello chef tedesco Shayn (in realtà impersonato dall’attore turco Birol Ünel, immancabile nei film del regista come Scarlett Johannson per Woody Allen, per intenderci!) Eccetto le peripezie personali che rendono quasi comiche le vicende , il fulcro della trama – secondo una mia personalissima lettura! – gioca col famoso stereotipo (confermato dai tedeschi stessi!) della loro incapacità a mangiare correttamente, ad assaporare non per saziarsi, ma per godere di un piccolo grande piacere della vita.

Infatti, lì per lì l’arrivo del nuovo chef svuota il ristorante i cui clienti erano abituati ed apprezzavano il cibo spazzatura che Zinos gli propinava da anni, ignorando le ispezioni igieniche. Eppure, pian piano i palati si affinano, il luogo si riempie di nuove atmosfere, ed è così che Soul Kitchen dimostra quanto gli insegnamenti più genuini possano venire dal basso, lontani dalla sofisticatezza incarnata dalla biondissima Nadine, (ex) fidanzata di Zinos, ahimè giornalista con la puzza sotto il naso. “La cucina dell’anima” la lascia andare libera, come dimostra la divertentissima scena del dessert afrodisiaco che manda tutti i commensali in visibilio per una notte senza pudore, remore o filtri.

Soul Kitchen è l’unico film di Fatih Akin ambientato ad Amburgo, pur essendone nativo. Qui la città gioca un ruolo scenografico importante: i dialoghi chiave si svolgono a ridosso del porto, con le luci delle gru alle spalle durante la notte e i tetti verdi nella Speicherstadt in una gelida alba.

Purtroppo, il Soul Kitchen che aveva aperto (sul serio!) a Wihlelmsburg dopo il successo del film, proprio in Industrienstraße 101, trasformato più che altro in una discoteca/sala concerti, pare aver interrotto le sue attività a maggio di quest’anno.

Tuttavia, Wihlelmsburg è il vero protagonista di una grande opera di rivalutazione, come dimostra il nuovo coloratissimo edificio del Ministero per lo Sviluppo Urbano che sorge proprio nel quartiere che presto diventerà il nuovo Mitte/Centro.

ph. Ken Lee Flickr page

Povertà, disoccupazione e crimine restano una credenza ottusa soppiantata dai fiori dell’ IGS, l’International Gartenschau, che ha spezzato il grigio dei capannoni industriali da Aprile ad Ottobre 2013. La maxi esposizione con la riproduzione di 80 giardini mondiali è costata altrettanti 80 milioni di euro complessivi, ma ha costituito la punta di diamante del progetto “Hamburg, growing-city” assieme all’IBA, l’International Building Exhibition dove “sboccia”, invece, una nuova architettura sperimentale. Fino alla fine di quest’anno, sono stati organizzati dei tour in autobus (prezzo: 5€) in partenza dall’IBA Dock di Veddel (in Am Zollhafen 2) per scoprire le innovazioni di questo pezzo di città che neppure gli amburghesi DOC hanno mai visitato.

Questo sì che assomiglia ad un serio e ben fatto recupero dei sobborghi “malfamati”.

Inutile ammettere che la Germania, ancora una volta, insegna.

 

Le informazioni sull’IGS e l’IBA sono tratte dall’articolo “The great leap” scritto da Ariel Hauptmeier sul bimestrale GEO Special, Hamburg edition, pubblicato a maggio 2013 in lingua tedesca ed inglese. Per tutto il resto, continuate a prendervela con la mia  dedizione verso Veddel e la mia “fissa” per la Turchia!

10 motivi per cui (ormai) potresti sembrare un tedesco

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

29 Novembre 2013

 

Ho ricevuto qualche commento contraddetto e contraddittori riguardo uno dei miei post precedenti“10 modi per essere (ancora) italiani in Germania” da alcuni considerato un po’ troppo legato al nostro modo di fare e di pensare (della serie che te ne sei andata a fare) a malincuore diventa necessario riportare le 10 accuse che mi sono state rivolte, specie dagli amici italiani, in questi quasi sette mesi di permanenza in Crucconia, quando esclamarono: “sei diventata un po’ tedesca…”

Le loro mascelle si sono spalancate in un’espressione scandalizzata perchè:

1) Non controllo gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo), ma mi posiziono al punto giusto del binario per beccare la carrozza più vicina all’uscita della fermata dove scenderò. In mia difesa, la considero solo una questione di pigrizia paragonabile al fatto che non salgo e non scendo le scale mobili, ma chi lo sa, forse sotto c’é dell’altro.

ph. hh-zeitung.de

2) Sempre a proposito di mezzi pubblici e spostamenti, anch’io mi lamento tantissimo se mi capita di aspettare il treno per più di 5 minuti. “È inaccettabile, sette minuti, nel frattempo avrei potuto fare questo, e questo, e questo!”. Controlla gli orari dell’HVV prima di uscire, mi direte. Ma soprattutto: che fine hanno fatto quattro anni in attesa degli autobus dell’Atac di Roma (che come un efficace profilo Facebook ironizza sulla sigla, potrebbe ribattezzarsi “Arrivo Tardi A Casa“?)

3) Faccio un uso spropositato dei calzini. E ne compro una marea, perchè devono essere carini e nient’affatto bucati, visto che qui é normale togliersi le scarpe anche in casa degli altri.

Un simpatico episodio mi vedeva indossarne un paio (per giunta bianchi) prima di andare a dormire, per non lasciare i piedi nudi sotto le coperte. La mia amica, esterrefatta, mi chiese cosa stessi facendo. Le risposi che così “mi sentivo più sicura”, e purtroppo non ero ubriaca. Ho iniziato a preferirli al gambaletto, alla calza trasparente…e di riflesso (per fortuna) metto più pantaloni che gonne. Come una vera donna emancipata del Nord Europa.

4) Ahimé, bevo il cappuccino subito dopo il pranzo. In caso di brunch o colazione alla tedesca, quindi di un pasto salato (che accetto con sempre meno disgusto) é capitato che succedesse anche prima di mangiare. Orribile, lo so. Ma come vi avevo spiegato, quello che i tedeschi chiamano espresso é imbevibile, e il latte macchiato ha troppa poca percentuale di caffeina per le mie esigenze. Il cappuccino diventa l’unica soluzione.

5) Sono affetta da epidemia del controllo e della programmazione. Non ho un’agenda settimanale perchè a 23 anni la mia memoria é ancora fresca, ma pianifico eventi per almeno 15/20 giorni e se non lo faccio vado nel panico. Ovviamente sottopongo a questa pratica tutti coloro che con me devono condividere il mio tempo. Anche gli amici italiani, che beatamente lo lasciano trascorrere per organizzare all’ultimo momento qualsiasi cosa, anche un viaggio. Sono diventata la regina dei reminder, abituata a sentirmi dire “no, tut mir leid, ho già un altro impegno, forse possiamo vederci il 92 marzaio dalle 19 alle 19:04?” ho iniziato a scrivere e-mail imbarazzanti: “Ciao ragazzi, ricordatevi che fra un mese sono a Taranto, siete liberi?”


6) Se avessi totalmente perso ogni senso del pudore e della corretta alimentazione, mi ciberei esclusivamente di bretzel. So che sono bavaresi, ma ci sono anche ad Amburgo, e in generale sono tedeschi. Appena sfornati, scendono giù come l’acqua, si sciolgono in bocca. Avrò i globuli rossi a forma di cuore intrecciato.

7) Dovrei iniziare a frequentare le riunioni degli AA. Non per la birra, non per il glühwein bollente dei mercatini di Natale. “Ciao, sono Eleonora e non riesco smettere di bere Apfelschorle.” (succo di mela frizzante): la prima A, quindi, non è quella di Alcol.

8 ) Il mio tedesco, nonostante il corso A1, ha fatto i progressi di una tartaruga zoppa. Tuttavia, nelle ultime settimane ho iniziato a dire “Ach, so!” per QUALUNQUE cosa. E non é semplice spiegarne la funzione: i tedeschi lo usano per puntualizzare (“Ah, ecco, dicevo!”), esprimere sorpresa (“ora capisco!”) o incredulità (“davvero?”). Utile, insostituibile e, ad un certo punto, irrinunciabile.

9) Ho smesso di aprire l’ombrello quando piove, come tutti gli amburghesi che si rispettino. Non solo perchè la pioggia, a volte, é talmente sottile che un cappuccio può sembrarti sufficiente, non solo perchè il vento a volte é talmente forte che te lo porterebbe via. Ma soprattutto perchè…non lo apre nessuno, neppure io. Sono troppo a disagio.

10) Mi sento in colpa se non lascio la mancia quando pago in un ristorante. È una pratica normale qui in Germania, sostituisce quell’euro che di solito in Italia paghiamo per il coperto. Ho imparato che se voglio lasciare la mancia mi basta ribadire la somma che voglio pagare (se il conto – die rechnung –  é di 19€ posso dire, come a rilanciare, “20!”) Il punto é che non riesco sempre ad andare oltre la logica italiana del lasciare la mancia perchè il cameriere é stato particolarmente gentile o si é mangiato divinamente. E poi non so mai quanto “dover” dare. Anche a rischio di sbagliare, dò sempre qualche centesimo e mai mi sono sentita giudicata per la somma, anche fossero stati 5. (che pezzente!)

Guida ai quartieri di Amburgo (4) – St.Pauli – Passeggiata a luci rosse sulla Reeperbahn

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

26 Novembre 2013

 

Non so perchè ho tralasciato la stesura di questo post più obbligatorio degli altri, perchè Amburgo è St.Pauli, è la Reeperbahn, il quartiere a luci rosse cresciuto a ridosso del porto per accogliere i marinai che gettavano la loro àncora per una sola notte e avevano bisogno di “distrarsi” – tanto per tornare alla mia ormai abusata descrizione di Amburgo come città “di passaggio” per eccellenza.

È il dettaglio più celebre, immancabile su qualsivoglia guida turistica, paragonabile in Europa solo al quartiere di Pigalle a Parigi – più che ad Amsterdam.

Sì, perchè in realtà le prostitute in vetrina sono tutte in una piccola traversa, Herbertstraße, a cui i minori di 18 anni e le donne – ebbene sì – non possono avere accesso. Ancora mi chiedo il perchè: la stradina è letteralmente sigillata da un muraglione di ferro con sopra la pubblicità di una marca di sigarette con protagonisti alcuni uomini che tentano di scavalcarlo. La barriera, però, è aperta. Seguita da curiosità pungente ho provato a varcare quella soglia aspettandomi un puntale controllo della Polizei. Invece no: sono proprio le prostitute ad urlare a squarciagola una lunga serie di “go away” da sfondare le vetrine. Paura di essere giudicate? Timore di un risvolto lesbo?


Il resto del quartiere è solo eccesso, superamento dei limiti, perdita del pudore, e i tedeschi sono maestri nel non riconoscersi allo specchio dopo la mezzanotte di un qualunque sabato sera.Già all’imbrunire, la Reeperbahn si riempie di squadre che festeggiano addii al celibato e al nubilato. Uomini in t-shirt seriale e miss corredate di coroncine e boa di piume rosa shocking passeggiano chiassosamente portandosi dietro un cestino o un carretto con gadget da vendere agli sconosciuti per accaparrarsi i soldi dell’alcool e farsi due risate. I più ingegnosi organizzano delle vere e proprie gare: il primo premio è finora detenuto da un promesso sposo e il suo gruppo a cui abbiamo fatto una ceretta a freddo in mezzo al petto mentre ballavamo allegramente in un locale di Hamburger Berg: tutti i club non direttamente legati al sesso e spesso frequentati anche dagli amburghesi sono posizionati lì.

Sono tanti gli uomini e le donne che vengono qui apposta per celebrare la loro ultima notte “da single”. Perciò è comunque una zona prettamente turistica, l’unica in cui è molto semplice sentir parlare italiano. Non sono pochi i ragazzi bavosi che ho incrociato in questi mesi, eccitati da ciò che li circondava e contemporaneamente così scioccati da stomacarsi un po’ (forse per tutto quello che avevano bevuto?) Infatti, la Reeperbahn è un mondo senza orari nè regole: alla luce del sole lo squallore può disturbare. È uno dei pochi quartieri in cui poter incrociare frotte di senza tetto e mutilati che chiedono l’elemosina, molto più frequenti in qualsiasi altra città delle proporzioni di Amburgo. I night club sono anche “day” e c’è sempre qualche pappone dalla faccia discutibile che ci entra a mezzogiorno. Fare un giro a St.Pauli di domenica mattina é proibitivo se non si dispone di un paio di scarpe chiodate: é un tappeto di bottiglie in frantumi, rivoli di alcool che esala mescolandosi ad altri insopportabili, stranissimi odori.

I sexy shops h24 vendono souvenir al di là del kitch (dagli stampi per biscotti a forma di pene alle pantofole di peluche con due giganti tette sopra, o il campanello per il “richiamo al sesso orale”) e oggetti che sfuggono alla comprensione comune: vibratori di ogni forma/sapore/colore/materiale, strane briglie e tenaglie sadomaso, vestiti in lattex, lenzuola di raso rosso, costumi da infermiera sexy, pseudo tesmed per l’eccitazione femminile.

Tutta l’atmosfera é ora potenziata dai mercatini di Santa Pauli, allestiti in Spielbudenplatz, dove campeggia anche una Strip Zelt, un tendone dove bere il tipico Glüwein (vino caldo con spezie) e ammirare dei – devo dire tristissimi – spettacoli di strip e lap dance.

ph. hamburg.de

I locali più famosi e accreditati in questo senso sono tutti collocati sulla Große Freiheit, a cui si accede da Beatles Platz, dove con qualche sforzo capireste che le sagome di ferro campate in questa piazzetta che introduce alla – letteralmente –  “via della grande libertà” – sono quelle di John Lennon, Paul McCartney, Ringo Star, e George Harrison che proprio ad Amburgo e proprio sulla Große Freiheit si esibirono all’inizio della loro trionfale carriera. Ebbene, chi è già morto si starà rivoltando nella tomba dato che ora li accecano le insegne gigantesche delle discoteche, degli strip club, i karaoke e i drag queen shows (come quello, famosissimo di Olivia Jones) che pompano musica a tutto volume mentre la gente si accalca per una breve passeggiata curiosa, per vedere com’è, com’è la “strada della perdizione”. Si salva il Große Freiheit 36, spesso location di concerti rock, metal e techno come le consuete serate danzanti. È probabile, però, dover lasciare qualche spicciolo all’ingresso quando, di solito, ogni locale della Reeperbahn é free entry. Quei 3,4,5€ sono il segno di una certa qualità.

Esistono, infatti, alcune zone franche, libere dagli omaccioni con la trippa alcolica e le ragazze ubriache in bilico su tacchi vertiginosi (tutte di una certa età, poi).

ph. molotowclub.com

Il Molotow, per esempio, che vogliono presto chiudere per la disperazione di tutti i giovani con un certo gusto musicale. Molotow muss bleiben, “Il Molotow deve restare”, si legge ovunque nel bar al piano di sopra e nel basement sotterraneo dove adal 1990 in poi si sono esibiti i Mumford and Sons, The Black Keys, Two Door Cinema Club, The Killers e tanti altri quando ancora non li conosceva nessuno. Ora il Molotow converge gli amanti del rock’n’roll nel sabato sera del “Motorbooty”, ingresso 3€ ed altri 3€ per il cocktail Molotow (uno stupidissimo vodka-lemon che, però, ci piace particolarmente!) Peccato che lo stabile faccia appunto parte di un complesso di edifici di proprietà della Esso, l’enorme benzinaio che vuole allargarsi smantellando tutta la zona per buttare giù circa 5000 metri quadri di edifici da ricostruire e reindirizzare ad altre attività. Come assidua frequentatrice, sono anch’io fra quelli che si incatenerebbero pur di ostacolare una simile decisione.

Un altro must é il Queen Calavera, in Gerhardstraße 7, storico locale del burlesque. Non so se esiste un altro posto al mondo dove pagare 6€ (durante la settimana) o 10€ (il sabato) per passare un’intera serata di swing inframezzata dagli spettacoli di bellissime, curatissime e bravissime ballerine di burlesque che si esibiscono ogni 30 minuti circa per la durata di una canzone. Non si può non fare, e nel durante non si può non buttare giù qualche cicchetto di “Porno”, un delizioso liquore alla ciliegia.

Dovunque tu sia stato fino alle 5/6 del mattino la tradizione impone, poi, di proseguire fino al Fischmarkt (il mercato ittico) scendendo verso il porto per “iniziare la giornata” con un panino e fischfrikadelle (cotoletta di pesce) bagnata dall’ennesima birra. Le temperature rigide della stagione invernale ostacolano questo brusco passaggio dalla pista alle bancarelle in riva all’Elba…ma é un’esperienza da fare, almeno una volta nella vita, se si vuole poter dire di essere “amburghesi DOC”.

Mai come quelli che ritrovi al brunch della domenica, in accappatoio, con la pelle ricoperta di strani segni fatti con dei pennarelli colorati. Sono le 11, e, ovviamente, sorseggiano Astra (la birra di Amburgo) mentre scoppia una rissa oltre i divanetti del Cafè May di Hein Hoyer Straße 14,  intrattenendo i clienti intenti a smaltire l’hangover con una carrellata di Franzbrötchen.


Il BallinStadt: museo dell’emigrazione di Amburgo

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

12 Novembre 2013

 

Ovvero “Das Auswanderer Museum”.

Non é il classico sito culturale che un turista visiterebbe, é più che altro una tappa da gita scolastica, dove portare ad annoiare i bambini per qualche ora.

Da espatriata alla ricerca di se stessa fuori dai confini, sono stata, invece, fortemente affascinata da questo luogo, graziata dal fatto di viverci accanto. (Si trova infatti in Veddeler Bogen 2, e basta seguire le indicazioni all’uscita della s-bahn di Veddel BallinStadt – appunto – sulla linea S3 o S31)

Nutro una passione forse atipica, visto che prima di Amburgo ho visitato anche quello di Roma, nascosto sotto l’Altare della Patria, ad ingresso gratuito, ben fatto, eppure perennemente vuoto.

Nel caso di Amburgo, penserete, quanto può essere interessante sapere che il posto dove ci si trova é stato un appoggio, un mero punto di passaggio più che un arrivo? Eppure, come vi ho già detto in passato, la natura di porto e la storia della stessa Amburgo si fondano sull’emigrazione dei primi del Novecento.

Certo, può essere più divertente aggirarsi fra i viottoli di St.Pauli per rivivere le notti folli dei marinai che qui approdavano per sfogarsi e risalpare una volta sorto il nuovo sole.

Eppure vi consiglierei di spendere questi 12€ di biglietto (10€ a prezzo ridotto, 4,50€ per gli studenti) per vederci più chiaro.

Manifesti, cartoline, testimonianze riprodotte in tedesco ed inglese (con un marcatissimo accento americano) da manichini che personificano le storie sostate in quegli stessi luoghi, proprio a Veddel. Infatti, i 3 edifici che ospitano il museo, riproducono i dormitori che hanno accolto più di 5 milioni di emigranti europei dal 1850 al 1934 prima che salpassero verso le Americhe. La rotta partiva dalla Germania per arrivare ad Ellis Island, e da lì ancora verso la destinazione “scelta”. Non solo gli Stati Uniti, terra promessa, ma anche l’America Latina. È così che Amburgo é diventato il più grande “albergo” del mondo, il porto dei sogni la porta verso il mondo.

Ma perchè BallinStadt cioè “città di Ballin”? Chi è colui che dà il nome anche alla fermata della S-bahn, (percisazione di cui devo spesso fare uso quando la mia pessima pronuncia tedesca porterebbe a far confondere Veddel con Wedel – esattamente all’estremo opposto – )? Albert Ballin, nato ad Amburgo nel 1857, era il figlio più piccolo di una famiglia ebraico-danese, anch’essa emigrante, tanto che suo padre Joseph aveva fondato un’agenzia per l’immigrazione, la Morris&Co. , di cui Albert prese poi le redini, fino all’assorbimento con l’HAPAG, compagnia di trasporti su nave. Alla fine dell’800, l’HAPAG cominciò a fornire i suoi primi servizi ai passeggeri, ed Albert Ballin pensò bene di sfruttare le sue navi per traghettare in maniera più sicura gli emigranti europei che partivano per il Nuovo Continente. Gli affari fallirono presto in concomitanza con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, tanto che spinsero Ballin al suicidio. Non esattamente un lieto fine, per un uomo a cui alcuni nostri antenati devono molto.

In quella visita che mi concessi appena arrivata, un giorno prima dall’inizio del lavoro dei sogni che mi ha portata fin qui, mi sconvolse la somiglianza di impressioni ed esigenze, pur essendo passato un secolo. Passeggiando fra le valigie ammaccate, ma ancora intatte (molto più delle mie!) mi colpì la lettera di una ragazza austriaca, scritta del 1923 a sua mamma per raccontare il suo arrivo ad Amburgo, accompagnata da suo fratello, descriveva con gioia la vicinanza del dormitorio alla linea della metropolitana e si rivelava sinceramente colpita dalla bellezza della città. Decifrai per ore le cartoline e i ritagli di giornale, riportando alcune frasi impresse come pietre miliari, intramontabili:

“Would you ever like to live in another country that is not yours?” – Vorresti mai vivere in un Paese che non é il tuo?

“Which person would you miss the most?” – Quale persona ti manca di più?

“Do you ever know what it feels to be alone in a strange land?” – Hai mai fatto esperienza di cosa significhi essere da solo in una terra straniera?

“What are you leaving behind?” – Cosa ti stai lasciando dietro?

E’ passato più di un secolo, ma le domande sono le stesse, e le risposte pure. Si è modificata la meta: se i tedeschi un tempo fuggivano, adesso ospitano chi scappa. Tranne in rari casi, come ci ricorda l’incresciosa situazione dei 300 migranti che da Lampedusa si sono rifugiati ad Amburgo senza poter beneficiare neppure di un letto, quello che il dormitorio di Veddel ha offerto in passato.

Anche alla Germania, insomma, capita di dimenticare un passato più propenso all’accoglienza. Noi qui ci siamo arrivati  non costretti dalla guerra, non dalla fame, ma…dagli ideali.

“Gli ideali sono come le stelle, non li raggiungiamo mai, ma come le onde del mare seguiamo il loro corso” : ho ascoltato anche questa dalla bocca virtuale dall’ennesimo emigrante che una volta scorto il profilo della Statua della Libertà, con gli occhi pieni di lacrime, è diventato immigrato, insieme a milioni di altri.

Non basterebbe una vita per trovare le differenze, la precarietà delle condizioni in cui si viaggiava, e certamente quelle in cui si sostava – “il letto non è mai comodo come il nostro”, diceva sempre quella ragazza austriaca. In fondo anche a noi manca il cuscino di casa, la mamma, la festa del paese, il sugo di pomodoro fresco, l’olio d’oliva. Anche noi ci accontentiamo, modifichiamo le nostre abitudini, mettiamo tutto in gioco pur di realizzare un sogno. E sembra facile, ma non lo è affatto.

10 foto dell’autunno amburghese

Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com

10 Novembre 2013

 

Novembre si inoltra già verso la sua metà, e nonostante l’ingresso ufficiale dell’inverno sia ancora lontano, da qualche giorno lana e cappotti sono ormai indispensabili.

La “big storm” europea del 28 ottobre che ha flagellato anche Amburgo, ha poi spazzato via buona parte delle foglie che si trattenevano ancora con fatica sui rami, regalandoci fantastici paesaggi.

Posso dire che questo sia stato il mio primo vero autunno: il secco della Puglia è ancora troppo bruciato dal sole di agosto per regalare una vasta gamma di colori, a parte quelli della vigna, e anche l’autunno romano batte principalmente sul giallo, tutto nei pioppi del lungotevere.

Amburgo è stata una tavolozza meravigliosa. In questo post raccolto 10 delle migliaia di scatti con cui cercavo di cogliere la meraviglia che ancora a tratti ci circonda.

1. Al parco, Planten und Blomen

2. Jungfernstieg, la bandiera di Amburgo fra le fronde

3. L’albero più bello di Planten und Blomen

4. Lungo l’Alster

5. Il gaengeviertel

6. Stephanplatz, con vista sulla torre

7. Stephanplatz, con vista verso il Radisson Hotel

9. (L’immancabile) Veddel

10. (Sempre) Planten und Blomen

Fenomenologia tedesca del Flohmarkt

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

8 Novembre 2013

Achtung!: questo post potrebbe spiccatamente rivolgersi alle lettrici donne e nuocere gravemente alla pazienza dei lettori uomini, a meno che non siano modaioli per vocazione.

Ve ne parlavo diffusamente nelle scorse puntate…ricordate i nostri mercatini delle pulci, l’usato che ormai adesso va tanto di moda solo perché lo chiamiamo vintage? In voga o meno, spesso i capi di seconda mano sono sinonimo di prezzi alti anziché di affari, soprattutto perché la qualità di una borsa o di un vestito già logoro, seppur firmato, può essere scarsa.

Dimenticate la logica del brand, e soprattutto sposate quella della quantità a pochi soldi, perché il Flohmarkt tedesco è tutta un’altra cosa, un fenomeno che prima d’ora non avevo mai visto.

Sono spesso tematici, la loro importanza dipende dalla cadenza e dalla clientela a cui si rivolge: certamente c’è quello dell’antiquariato come quello dei libri, in realtà ogni scusa è buona per fare un flohmarkt perché il concetto di base è rivendere quello che non serve più a te, ma può servire ad altri e soprattutto che può piacere agli altri.

Eccetto sporadici casi in cui ho potuto ammirare trousse dai trucchi smangiucchiati e oggetti talmente inutili che li rifiuteresti anche fossero regalati, il mio guardaroba si é duplicato grazie/per colpa dei flohmarkt, tanto che sarebbe il caso ne organizzassi uno anch’io.

L’appuntamento fisso che ho individuato é quello del sabato, il Flohmarkt della Schanze (di fronte alla fermata U-3 di Feldstraße in realtà più a ridosso del Karolinenviertel, prossimo quartiere che vi farò esplorare. Il mio modo preferito di arrivarci, infatti, è dopo aver percorso tutta la stupenda Marktstraße, altrettanto vintage – anche nei prezzi che tornano alla norma europea). Al Flohmarkt della Schanze le bancarelle si alternano, cambiano di posizione e di offerta. Insomma, non è detto che il rivenditore sia lì con la sua merce tutti i sabato, anche perché, appunto, non si tratta di professionisti bensì di ragazze e ragazzi che svuotano i guardaroba, mamme che danno via i vestitini dei figli ormai cresciuti, e simili. Tranne rare eccezioni: il mercato si svolge in due piazzole adiacenti, la seconda, circondata da murales, ospita un assiduo stand di montature vintage per occhiali da vista. Bellissime quanto costose.

Il flohmarkt piú atteso, però, è stato il Mädels Flohmarkt, esclusivamente dedicato all’abbigliamento femminile, cosí grande e speciale da accadere solo 3 volte all’anno, attivo dal 2009.

Il primo a cui ho partecipato si è tenuto l’11 agosto, organizzato nei pressi del quartiere di Altona (leggermente più a nord di Schanze, ma sulla stessa lunghezza d’aria), in Zeiseweg 9, all’aperto – nonostante la giornata niente affatto mite per la stagione. Una lunga fila prima dell’apertura ci aveva assicurato una shopping bag omaggio corredata di alcuni gadget (uno smalto, un profumo, una rivista femminile). Un dj ci ha deliziate di buona musica mentre ci accapigliavamo per chi dovesse comprare quella t-shirt o quel vestito della serie “l’ho visto prima io!”. Sí, beh, gli uomini è meglio che stiano a casa, e le ragazze non armate di santa pazienza e spirito martire verso lo shopping, può continuare ad andare comodamente da H&M. Non troverà, però, un blazer verde smeraldo di sartoria inglese a 12€ (vi chiederete, come potersi sbarazzare di un pezzo simile?) ed altri pezzi di tutto rispetto, dallo short, al maglione di alpaca, ad un paio di scarpe per 2, 3, 5 euro al massimo.

L’ultimo Mädels flohmarkt è stato solo due weekend fa, il 27 ottobre all’Hühnerposten (sede centrale delle poste, appena dietro Hauptbahnhof – la stazione centrale) spazio generalmente riservato a grandi feste e in questa occasione condiviso insieme al (a quanto pare) celebre Voodoo Market di Berlino. Più vociare che musica, ma il triplo dello spazio, degli stand e degli acquisti papabili in vista dell’inverno. Partenza lenta, quando la regola numero uno degli acquisti al flohmarkt é non perdersi in chiacchiere: ciò che vedi in quel momento, ma non compri, verrà preso da qualcun altro (vi avevo fatto lo stesso paragone parlando delle stanze da affittare qui ad Amburgo!)

Insomma, il rodaggio sembrava poco promettente, eppure sono riuscita a spendere 30€ tornando a casa con: due paia di jeans firmati, uno short, un magliore, un blazer (un altro, sì!) ed un paio di orecchini. A ‘sto giro mi resta nel cuore un trench verde militare con le maniche in similpelle nera. Quest’estate, lasciai sul banco una discutibile giacca di velluto blu a 5€ che tutte le amiche bocciarono in tronco etichettandomi come il nuovo mago Silvan di Crucconia (ingrate!).

Piú che una sessione di shopping è un’esperienza da non perdere e un ottimo modo per trascorrere il weekend. Un altro lato negativo sta certamente nel non poter provare i capi che si vogliono acquistare, ma i prezzi permettono di rischiare, e l’emozione di tornare a casa per verificare il successo dei propri acquisti…è un’esperienza anche quella!

Seguite la pagina Facebook per scoprire presto la prossima data, e domattina, nonostante il clima ormai piuttosto rigido, fate un giretto fra le bancarelle di Schanze, se siete fortunati abbastanza, con meno di 10€ vi conquistate un nuovo outfit per la serata!

10 modi per essere (ancora) italiani in Germania

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

5 Novembre 2013

Nell’incontro-scontro quotidiano con le differenze culturali, in questo odi ed amo verso l’ordine fin troppo ordinato di Crucconia, mi sono imbattuta in un simpatico test, in un pomeriggio di noia. Si chiama “The German quiz”, ideato da Adam Fletcher e Beck Verlag autori del libro How to be German / Wie man Deutscher wird ovvero: “Come essere tedesco”.

“È il 2013, la Germania é la nazione con la migliore considerazione mondiale, ha i migliori turisti del mondo ed é il cuore dell’economia Europea. É figo essere tedeschi!” questa l’intro – ovviamente ironica, seppur considerando dettagli reali – al quiz che, quindi, si chiede quanto tu sia tedesco. Bene, mi spaventa affermarlo, ma lo sono al 70%, quando la media é un punteggio del 64%. Ovviamente é solo perchè ho saputo immedesimarmi nelle plausibili risposte di un crucco DOC.

“Sei tedesca come il Pfand (la cauzione che si ottiene dal riciclaggio delle bottiglie di plastica), l’Apfelsaftschorle (il succo di mela frizzante) e l’urlare per strada alle persone che commettono piccole infrazioni”, tipo camminare sulla pista ciclabile.

Eppure, col trascorrere del tempo, ci sono dettagli della mia italianità che non riesco e forse non voglio abbattere. Retaggi che voglio conservare e riassumono un inequivocabile modo di essere, specie nella terra dei nostri da sempre “nemici”.

Questi sono i 10 modi per cui continuereste a riconoscere che sono un’italiana trapiantata ad Amburgo:

1) Non controllerò gli orari della metro sul sito dell’HVV (la compagnia di trasporti pubblici della città di Amburgo) così da non perdere neppure un minuto. Mi piace ancora aspettare che passi il treno, anche quando si gela. E se le scale mobili si chiamano tali ci sarà un motivo: per questo non le percorreró né in salita né in discesa, neanche fossi in ritardo per il meeting del secolo.

2) Nonostante i raccapriccianti spettacoli che mi circondano mi permetterebbero di abbandonare completamente uno stile ed una certa cura del mio aspetto (dettaglio spesso eccessivo al contrario in Italia, dove mi sono sempre lamentata della fissa per le grandi firme ed il conformismo dilagante nel vestirsi) continueró a non mettermi piú di 3 colori addosso, o una sola fantasia. No ai calzini nei sandali! Se fa freddo, se vuoi stare comodo (comandamento numero uno del vestiario tedesco) mettiti un paio di sneakers. Cosí continueró ad usare le borse e non gli zaini: sono pratici, ok, ma sono una donna. E per lo stesso principio, continuerò a depilarmi.

3) Daró ancora importanza ai pasti, alle portate multiple (antipasto/primo/secondo/contorno/frutta/dolce), al cappuccino che NON puó accompagnare il pranzo o la cena. Alla condivisione del cibo, al gusto della portata. Non mangeró per saziarmi, mangeró perché amo mangiare, e possibilmente mangiare bene, e possibilmente condividendo ciò che mangio con le persone a me care.

4) Non programmeró ogni singolo istante della mia vita secondo una rigida agenda. Il tempo libero é una risorsa trascurata, e spesso implica proprio il NON avere orari o attività. Essere spontanei, non nell’accezione negativa del tedesco “spontan” che si tradurrebbe come “improvvisato”. Amo, adoro le cose che accadono quando meno te l’aspetti, sono miracoli divini, non disgrazie. “La vita é quello che accade mentre sei occupato a fare altri progetti”, scriveva John Lennon, che proprio ad Amburgo ha debuttato insieme ai Beatles. Perció…lo prenderei in parola!

5) Perció, continueró a lavorare per vivere e non a vivere per lavorare.

6) Non smetteró di essere gentile ed educata, rivolgendomi alla gente con un saluto, anche se si tratta di sconosciuti. Ringrazieró per cordialità, sorriderò anche se non sono costretta. Non spintoneró nessuno mentre sono in fila: nella tipica situazione di un attraversamento di fronte al rosso per i pedoni, i tedeschi sono capaci di fare una fila da soldatini. Idem di fronte alle porte della metro: tutti fanno uscire i passeggeri che scendono. Allo scattare del verde, o una volta liberata la via all’ingresso sono altrettanto capaci di calpestarti come se fossero unici e soli al mondo: ignorano donne incinte, passeggini, anziani, malati. Nessuno li circonda.

7) Continueró a NON corteggiare un uomo. Da che mondo e mondo, sono loro a dover fare il primo passo e non noi donne a doverli rincorrere. Posso accettare che non mi porti i fiori, che non mi faccia un regalo che non paghi la cena: é una questione culturale, é il rovescio della medaglia per la parità dei sessi. Ma non che ignorarmi significhi che mi desideri e viceversa: se la Germania è al contrario, preferisco restare zitella a vita. O cambiare Paese.

8 ) Non introdurró alcol nel mio corpo prima delle 17, giuro! Specie se si tratta di birra mescolata a Jack Daniel’s, colazione classica del tedesco ubriaco medio.

9) Continueró a lamentarmi del tempo. Continueró a lasciar cambiare il mio umore in base alle previsioni metereologiche: se piove saró triste, se c’é il sole daró una festa come se fosse il mio compleanno. Punto!

10) Continueró spontaneamente a pensare che in assenza di tornelli all’ingresso della metro potrei tranquillamente evitare di pagare il biglietto. E sono una persona onesta (perció alla fine ho addirittura l’abbonamento!) ma a questa piaga, spesso ragione dello scatafascio del nostro Paese, la mia forma mentis non potrá mai modificarsi, come per tutto il resto.

Perché per quanto potró mai diventare tedesca, o apprezzarne i pregi sicuramente evidenti di un popolo che ha tanto da insegnare, sono italiana, per fortuna o purtroppo, come cantava Gaber.

Guida ai quartieri di Amburgo (3) – Un giro alla Schanze

Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com

28 ottobre 2013

Se c’é una cosa che apprezzo di Amburgo, per quanto non si tratti di una metropoli, è la sua suddivisione in quartieri. Questo “appezzamento” esprime bene le sue potenzialità fortemente variegate ed in grado di soddisfare gruppi diversi o, semplicemente, le tue voglie quotidiane.

La Schanze è perfetta per una passeggiata pomeridiana, come per birra tranquilla in compagnia. È un distretto abbastanza alternativo, ricco di verde, ma fatto di case tutte diverse piuttosto che da strutture ideate in blocchi monotoni: colorato, vivo, popolato principalmente da hipster e finti poveracci, come si evince dai deliziosi negozietti che sembrano vendere nulla di particolare finchè non si guarda l’etichetta del prezzo.

É una zona abbastanza vasta, questo significa che darsi appuntamento alla Schanze significa praticamente nulla: potrebbe essere ovunque.

Il nostro tour parte dal classico, la stazione della S-bahn che prende il nome del quartiere stesso, Sternschanze. Una volta abbandonato il binario scendendo le scale, attraversiamo il McDonalds, come fanno tutti per accorciare il giro e ritrovarsi direttamente sotto il ponte della Schanze che pullula dei manifesti che annunciano le feste più fighe e vedono la perenne presenza di suonatori giovani e talentuosi che si alternano di ora in ora creando un’atmosfera irripetibile.

Scegliamo di percorrere Schanzenstraße, tenendo la sinistra, lasciandoci alle spalle il chiosco che mette in vetrina le pizze più brutte mai viste e, di riflesso, i migliori “felafelari” di tutta la città. Qui abbiamo l’imbarazzo della scelta: ben 3 posti potrebbero farci sentire un Tedesco con la T maiuscola:

Oma’s apotheke in Shanzenstraße 87, il cui fascino sta nel mangiare un’hamburger di carne o di pesce di ottima qualità ad un prezzo basso in una bella location. Impagabile, poi, è il sorriso delle cameriere quando invece delle solite patatine fritte ordinate le piú tradizionali Bratkartoffel.

Erika’s eck in Sternstraße 98, una tavernetta troppo tedesca dove si mangia tipico che piú tipico non si può. Spazio abbastanza contenuto e sempre pieno, conviene prenotare con largo anticipo!

Altes Mädchen in Lagerstraße 28b, e se non sai che esiste non lo troverai mai, ma una volta che qualcuno ti ci porta non lo abbandoni più. Nascosto in un vecchio caseggiato industriale proprio dietro la stazione della S-bahn che ospita prima di tutto il rivenditore, questo é IL posto per bere una buona birra artigianale. I prezzi sono un po’ più alti rispetto agli standard tedeschi, perciò sconsiglio di cenare lì, ma è un’esperienza da fare, specialmente quella della “degustazione”: al prezzo di una normale birra 0.5 (siamo intorno ai 5€) si può ordinare un mix di birre: la normale bionda, la rossa, la Pale Ale (top!), la birra stagionale, la weiß servite in piccoli bicchieri incastrati in un lungo vassoio di legno a forma di lisca. Ovviamente, è solo l’inizio, dopo l’assaggio scegli la tua preferita e continui a tracannare!

E si prosegue incrociando la sede principale della Volkshoschule (la scuola di lingua più economica della città), baretti, boutiques e negozi di oggetti handmade che fanno concorrenza a quelli del Karolinenviertel, dove vi porteró prossimamente.

Se c’è un oggetto speciale che vorrei avere per ricordarmi di Amburgo nel caso in cui dovessi andarmene, é la sacca di Tausche, in Schanzenstraße 5. Presente anche a Berlino, Stoccarda, Sylt e perfino Tokyo, ma i prodotti sono personalizzati rispetto all’estro del rivenditore singolo e della città che lo ospita. Vagamente simili alle indistruttibili Freitag, anche le Tausche sono fabbricate con materiali di scarto. Compri la sacca della dimensione e del colore desiderato, comprese due fodere intercambiabili. La fodera con la mappa della metro in zona porto (quindi lungo l’Elba) primeggia nella mia wishlist insieme a quella con l’ancora, simbolo emblematico di Amburgo.

Saremmo ormai arrivati a Neuer Pferdemarkt che segna il confine fra la Schanze e St.Pauli. Lí troviamo un posto del cuore, Hatari in Schanzenstraße 2-4, accogliente birreria di stampo bavarese e luci soffuse a lume di candela dove abbiamo trascorso la prima serata fra “italiane ad Amburgo” (e siamo di recente tornate incontrando altri italiani, perciò, Achtung!)

A questo punto potevamo giungerci in un’altra maniera: percorrendo un tratto di Susannenstraße, notando a sinistra il Gold Fisch Glas bar-club che popola di bella gioventù e buona musica l’angolo con Bartelsstraße 30 dove si incontra a qualsiasi temperatura chi non riesce a trovare un posto dentro o a ballare nel basement durante il weekend.  Poco più avanti, sulla destra il giá citato Pamukkale, uno dei migliori ristoranti turchi di tutta la città.

Saremmo finiti a Schulterblatt, dove tanti posticini hanno pesce fresco da arrostire sul momento senza spendere un capitale, la stessa via dove si colloca la caffetteria-pasticceria Herr Max per ritrovarci sempre a Neuer Pferdemarkt, e dal lato opposto, per notare di nuovo Deathspresso, col suo caffè di tutto rispetto.

Come in un bivio, se dalla S-bahn invece di svoltare a sinistra fossimo andati a destra, o – per i piú pigri  – se avessimo preso la U-bahn 2 e fossimo scesi a Christuskirche, avremmo percorso Belle-Alliance straße che è sempre Schanze, ed è uno dei miei percorsi preferiti. Quando questa incontra Vereinstraße ci si potrebbe fermare al Gloria, civico 31, un altro posto del cuore, nei cui interni rossi mi era stata promessa una buona pizza mai pervenuta, ma serbo comunque dei bei ricordi.

Non so, è come se la frenesia della quotidianità non potesse arrivare a Schanze che se la fa scivolare addosso, la lascia tutt’intorno, come a porre un confine: varcando questa soglia puoi solo rilassarti, non pensare a niente e divertirti un po’ senza sfondarti come faresti in Reeperbahn – che anche per quello ci vuole una certa energia!