Kultur

Guida ai quartieri di Amburgo (5) – Wihlelmsburg in ‘Soul Kitchen’ di Fatih Akin

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

23 dicembre 2013

 

 

Leone d’Argento, gran premio della giuria al Festival di Venezia 2009, pochi di voi non avranno visto Soul Kitchen, uno dei meravigliosi film del regista Fatih Akin, tanto tedesco quanto legato alla terra delle sue origini.

Fatih Akin è nato ad Amburgo da genitori turchi emigrati negli anni ’60, proprio quando – come pensa tuttora qualcuno – la città si fermava al di sopra dell’Elba e ciò che si trovava al di sotto del grande fiume non esisteva.

Questa pellicola tanto acclamata, che in Italia ha dato il nome a numerosissimi ristoranti e locali che cercano di rispettare una certa qualità dei prodotti (penso a quello adorabile di Roma, in via dei Sabelli 163) è stata ambientata in un magazzino industriale di…Industrienstraße, nel cuore del quartiere di Wihlelmsburg, profondo sud-est, ancora più “meridionale” di Veddel Ballinstadt.

ph. welt.de

Per chi volesse una mini sinossi, i 99 minuti di Soul Kitchen vedono Zinos, greco, gestore di un ristorante ormai in malora, che, per caso, lo salva dalla chiusura e conseguente vendita grazie alla collaborazione preziosa quanto complicata dello chef tedesco Shayn (in realtà impersonato dall’attore turco Birol Ünel, immancabile nei film del regista come Scarlett Johannson per Woody Allen, per intenderci!) Eccetto le peripezie personali che rendono quasi comiche le vicende , il fulcro della trama – secondo una mia personalissima lettura! – gioca col famoso stereotipo (confermato dai tedeschi stessi!) della loro incapacità a mangiare correttamente, ad assaporare non per saziarsi, ma per godere di un piccolo grande piacere della vita.

Infatti, lì per lì l’arrivo del nuovo chef svuota il ristorante i cui clienti erano abituati ed apprezzavano il cibo spazzatura che Zinos gli propinava da anni, ignorando le ispezioni igieniche. Eppure, pian piano i palati si affinano, il luogo si riempie di nuove atmosfere, ed è così che Soul Kitchen dimostra quanto gli insegnamenti più genuini possano venire dal basso, lontani dalla sofisticatezza incarnata dalla biondissima Nadine, (ex) fidanzata di Zinos, ahimè giornalista con la puzza sotto il naso. “La cucina dell’anima” la lascia andare libera, come dimostra la divertentissima scena del dessert afrodisiaco che manda tutti i commensali in visibilio per una notte senza pudore, remore o filtri.

Soul Kitchen è l’unico film di Fatih Akin ambientato ad Amburgo, pur essendone nativo. Qui la città gioca un ruolo scenografico importante: i dialoghi chiave si svolgono a ridosso del porto, con le luci delle gru alle spalle durante la notte e i tetti verdi nella Speicherstadt in una gelida alba.

Purtroppo, il Soul Kitchen che aveva aperto (sul serio!) a Wihlelmsburg dopo il successo del film, proprio in Industrienstraße 101, trasformato più che altro in una discoteca/sala concerti, pare aver interrotto le sue attività a maggio di quest’anno.

Tuttavia, Wihlelmsburg è il vero protagonista di una grande opera di rivalutazione, come dimostra il nuovo coloratissimo edificio del Ministero per lo Sviluppo Urbano che sorge proprio nel quartiere che presto diventerà il nuovo Mitte/Centro.

ph. Ken Lee Flickr page

Povertà, disoccupazione e crimine restano una credenza ottusa soppiantata dai fiori dell’ IGS, l’International Gartenschau, che ha spezzato il grigio dei capannoni industriali da Aprile ad Ottobre 2013. La maxi esposizione con la riproduzione di 80 giardini mondiali è costata altrettanti 80 milioni di euro complessivi, ma ha costituito la punta di diamante del progetto “Hamburg, growing-city” assieme all’IBA, l’International Building Exhibition dove “sboccia”, invece, una nuova architettura sperimentale. Fino alla fine di quest’anno, sono stati organizzati dei tour in autobus (prezzo: 5€) in partenza dall’IBA Dock di Veddel (in Am Zollhafen 2) per scoprire le innovazioni di questo pezzo di città che neppure gli amburghesi DOC hanno mai visitato.

Questo sì che assomiglia ad un serio e ben fatto recupero dei sobborghi “malfamati”.

Inutile ammettere che la Germania, ancora una volta, insegna.

 

Le informazioni sull’IGS e l’IBA sono tratte dall’articolo “The great leap” scritto da Ariel Hauptmeier sul bimestrale GEO Special, Hamburg edition, pubblicato a maggio 2013 in lingua tedesca ed inglese. Per tutto il resto, continuate a prendervela con la mia  dedizione verso Veddel e la mia “fissa” per la Turchia!

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“In vacanza” con Erri De Luca alla Literaturhaus di Amburgo

Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com

13 Novembre 2013

 

Accaparro straordinariamente un posto in seconda fila dopo 15 minuti di camminata svelta nella nebbia fitta delle 18:30 amburghesi, attraversando Mundsburg Brücke con vista (mica tanto chiara) sull’Außen Alster e straordinari hotel a cinque stelle.

Il Literaturhaus cafè di Schwanenwik 38 (cliccate QUI per consultare i prossimi eventi) non é meno sontuoso e regale. In una sala interna adiacente al ristorante, con affreschi sul soffitto e luci soffuse al miele, la preview del documentario di Claudio Magris ed Erri de Luca, in onda sul canale ARTE questa sera alle 22:00 (auf Deutsch, natürlich!) è già iniziata. Sono circondata da tedeschi inspiegabilmente legati alla cultura italiana che ridono ad ogni scena di Mussolini, Berlusconi o Bossi (sì, ci sono proprio tutti) e poi anche gli italiani che si radunano in queste occasioni miracolate e si scambiano guardi straniti di fronte alle reazioni dei loro ormai concittadini. L’evento organizzato dalla Literaturhaus è in collaborazione con l‘Istituto Italiano di Cultura.

Erri de Luca si confonde fra la folla, arriva lento, con la sua figura esile ed occupa il suo posto come se non fosse il protagonista della serata. D’altronde lo mette subito in chiaro affrontando uno dei temi della sua scrittura e del libro che presenta, Fische schließen nie die Augen , ovvero la versione tedesca de I pesci non chiudono gli occhi, tradotta da Annette Kopetzki che modera interamente il dialogo. Quindi, appunto, quest’uomo che sembra portarsi dietro il peso del mondo nelle sue rughe, in realtà afferma di non conoscere sofferenze fisiche: “abita un animale antico”, il suo corpo, retaggio degli antenati che gliel’hanno lasciato in eredità. La sua esperienza corporea é forte come dimostra la scrittura fortemente sensoriale, ma non teme alcun rischio, alcuna ferita, “alla fine non é mio”, dice. E mentre l’attore Erik Schäffler legge i brani del libro in questa lingua spesso violenta che sembra spezzare la sonorità poetica di uno stile particolare come quello di De Luca, mi chiedo cosa si provi a riascoltare le proprie parole senza poterle comprendere. Il volto di De Luca è perso come il mio quando non capisco bene ciò che mi accade intorno. Ad aver più tempo, vorrei tanto chiedergli cosa succede quando le orecchie, strumento sacro che De Luca descrive come “pozzi in cui finisce l’acqua piovana dei racconti per conservarla senza che se ne perda una goccia”, ascoltano acquazzoni che non possono riconoscere.

Eppure, eppure lo scrittore corregge la sua traduttrice a fine serata, quando dimentica di riferire un punto cruciale del suo pensiero sulla felicità (possibile, sí, quanto fugace, come la scoperta della verità) forse solo perchè un po’ lo mastica, o perchè i serbatoi, appunto, si sono conformati ai suoni apparentemente inavvicinabili.

In queste situazioni c’é sempre una sorta di indagine per svelare il segreto dello scrittore, accade ulteriormente con un personaggio un po’ schivo come De Luca, che con estrema semplicità risponde: “la scrittura per me non é un lavoro, ma tempo salvato con spirito di contraddizione anche solo con una pagina al giorno, come fosse un riscatto quotidiano. La scrittura per me è villeggiatura.” Così Erri de Luca ha avuto il potere di riportarci tutti a Napoli con sè in poche parole adoperate come utensili, tornando al Mediterraneo “a cui l’Europa deve tutto”, proprio quando ci lasciavamo alle spalle un’altra giornata alle nostre scrivanie che siamo venuti ad occupare in pianta stabile abbandonando lo stivale che, come afferma lo scrittore nel documentario, é fatto apposta per essere attraversato come un ponte che collega il Sud del mondo verso altri luoghi.


Il BallinStadt: museo dell’emigrazione di Amburgo

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

12 Novembre 2013

 

Ovvero “Das Auswanderer Museum”.

Non é il classico sito culturale che un turista visiterebbe, é più che altro una tappa da gita scolastica, dove portare ad annoiare i bambini per qualche ora.

Da espatriata alla ricerca di se stessa fuori dai confini, sono stata, invece, fortemente affascinata da questo luogo, graziata dal fatto di viverci accanto. (Si trova infatti in Veddeler Bogen 2, e basta seguire le indicazioni all’uscita della s-bahn di Veddel BallinStadt – appunto – sulla linea S3 o S31)

Nutro una passione forse atipica, visto che prima di Amburgo ho visitato anche quello di Roma, nascosto sotto l’Altare della Patria, ad ingresso gratuito, ben fatto, eppure perennemente vuoto.

Nel caso di Amburgo, penserete, quanto può essere interessante sapere che il posto dove ci si trova é stato un appoggio, un mero punto di passaggio più che un arrivo? Eppure, come vi ho già detto in passato, la natura di porto e la storia della stessa Amburgo si fondano sull’emigrazione dei primi del Novecento.

Certo, può essere più divertente aggirarsi fra i viottoli di St.Pauli per rivivere le notti folli dei marinai che qui approdavano per sfogarsi e risalpare una volta sorto il nuovo sole.

Eppure vi consiglierei di spendere questi 12€ di biglietto (10€ a prezzo ridotto, 4,50€ per gli studenti) per vederci più chiaro.

Manifesti, cartoline, testimonianze riprodotte in tedesco ed inglese (con un marcatissimo accento americano) da manichini che personificano le storie sostate in quegli stessi luoghi, proprio a Veddel. Infatti, i 3 edifici che ospitano il museo, riproducono i dormitori che hanno accolto più di 5 milioni di emigranti europei dal 1850 al 1934 prima che salpassero verso le Americhe. La rotta partiva dalla Germania per arrivare ad Ellis Island, e da lì ancora verso la destinazione “scelta”. Non solo gli Stati Uniti, terra promessa, ma anche l’America Latina. È così che Amburgo é diventato il più grande “albergo” del mondo, il porto dei sogni la porta verso il mondo.

Ma perchè BallinStadt cioè “città di Ballin”? Chi è colui che dà il nome anche alla fermata della S-bahn, (percisazione di cui devo spesso fare uso quando la mia pessima pronuncia tedesca porterebbe a far confondere Veddel con Wedel – esattamente all’estremo opposto – )? Albert Ballin, nato ad Amburgo nel 1857, era il figlio più piccolo di una famiglia ebraico-danese, anch’essa emigrante, tanto che suo padre Joseph aveva fondato un’agenzia per l’immigrazione, la Morris&Co. , di cui Albert prese poi le redini, fino all’assorbimento con l’HAPAG, compagnia di trasporti su nave. Alla fine dell’800, l’HAPAG cominciò a fornire i suoi primi servizi ai passeggeri, ed Albert Ballin pensò bene di sfruttare le sue navi per traghettare in maniera più sicura gli emigranti europei che partivano per il Nuovo Continente. Gli affari fallirono presto in concomitanza con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, tanto che spinsero Ballin al suicidio. Non esattamente un lieto fine, per un uomo a cui alcuni nostri antenati devono molto.

In quella visita che mi concessi appena arrivata, un giorno prima dall’inizio del lavoro dei sogni che mi ha portata fin qui, mi sconvolse la somiglianza di impressioni ed esigenze, pur essendo passato un secolo. Passeggiando fra le valigie ammaccate, ma ancora intatte (molto più delle mie!) mi colpì la lettera di una ragazza austriaca, scritta del 1923 a sua mamma per raccontare il suo arrivo ad Amburgo, accompagnata da suo fratello, descriveva con gioia la vicinanza del dormitorio alla linea della metropolitana e si rivelava sinceramente colpita dalla bellezza della città. Decifrai per ore le cartoline e i ritagli di giornale, riportando alcune frasi impresse come pietre miliari, intramontabili:

“Would you ever like to live in another country that is not yours?” – Vorresti mai vivere in un Paese che non é il tuo?

“Which person would you miss the most?” – Quale persona ti manca di più?

“Do you ever know what it feels to be alone in a strange land?” – Hai mai fatto esperienza di cosa significhi essere da solo in una terra straniera?

“What are you leaving behind?” – Cosa ti stai lasciando dietro?

E’ passato più di un secolo, ma le domande sono le stesse, e le risposte pure. Si è modificata la meta: se i tedeschi un tempo fuggivano, adesso ospitano chi scappa. Tranne in rari casi, come ci ricorda l’incresciosa situazione dei 300 migranti che da Lampedusa si sono rifugiati ad Amburgo senza poter beneficiare neppure di un letto, quello che il dormitorio di Veddel ha offerto in passato.

Anche alla Germania, insomma, capita di dimenticare un passato più propenso all’accoglienza. Noi qui ci siamo arrivati  non costretti dalla guerra, non dalla fame, ma…dagli ideali.

“Gli ideali sono come le stelle, non li raggiungiamo mai, ma come le onde del mare seguiamo il loro corso” : ho ascoltato anche questa dalla bocca virtuale dall’ennesimo emigrante che una volta scorto il profilo della Statua della Libertà, con gli occhi pieni di lacrime, è diventato immigrato, insieme a milioni di altri.

Non basterebbe una vita per trovare le differenze, la precarietà delle condizioni in cui si viaggiava, e certamente quelle in cui si sostava – “il letto non è mai comodo come il nostro”, diceva sempre quella ragazza austriaca. In fondo anche a noi manca il cuscino di casa, la mamma, la festa del paese, il sugo di pomodoro fresco, l’olio d’oliva. Anche noi ci accontentiamo, modifichiamo le nostre abitudini, mettiamo tutto in gioco pur di realizzare un sogno. E sembra facile, ma non lo è affatto.

Un genio delle parole all’Istituto Italiano di Cultura ad Amburgo

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

26 Ottobre 2013

Una serata unica quella trascorsa ieri all’Istituto Italiano di Cultura ad Amburgo.

Le piccole luci delle belle case di Hansastraße (non lontana dalla fermata metro U1 di Hallerstraße) mi guidavano nel buio di un apparentemente scontato piovoso venerdì sera amburghese, con la città avvolta nell’umido, tappezzata di foglie secche bagnate.

All’Istituto Italiano di Cultura è facile sentirsi a casa: finalmente si parla la lingua madre, finalmente si torna a cibarsi di cultura e…di un buon piatto di lasagne e un indimenticabile tiramisù gentilmente preparato dalla “Trattoria da Enzo“!

Finalmente si torna a pasticciare con le proprie parole, senza dover essere costretti al filtro della traduzione che fa perdere l’essenza dei significati. Con le parole di sempre, che eppure sembravano nuove, ha giocato Alessandro Bergonzoni, in una location raccolta come la biblioteca dell’Istituto dettaglio che ha permesso di annullare la distanza con il pubblico e l’eco maestoso del palcoscenico. Bergonzoni è più umano che mai, “non un autore, un autorizzato, non uno scrittore, uno scritturato” che ha accolto le righe di Aldo Palazzeschi rivisitandole in una passeggiata attraverso la vastità. Bergonzoni fa bene a non accettare l’etichetta di “comico”: le risate, a volte sguaiate, non mancano, ma sono dovute al tocco di classe con cui i suoi collegamenti inimmaginabili quanto eccezionalmente naturali sfiorano le sinapsi facendogli una sorta di solletico. Siamo tutti andati alla “ricerca del granché”, abbiamo pedalato sulla bicicletta della verità per sudarci dentro e scoprire, abbiamo detto che “la Costituzione è importante, ma importa più la costituzione, come siamo fatti dentro”. Abbiamo “fatto nesso” (e non sesso), preso “il biglietto del tra”, allargato “le piste dove letteratura e poesia atterrano come grandi jumbo” (magari con un giambo). Qualcuno dal pubblico, nell’imbarazzante momento delle domande dopo una grande performance, l’ha giustamente definito un saltimbanco, un giocoliere “leggero” delle parole.

Tutto questo, non solo per raccontarvi come la comunità italiana di Amburgo sia attiva e straordinariamente di qualità, ma per invitarvi ai prossimi eventi dell’Istituto Italiano di Cultura, davvero instancabile.

Il prossimo è dietro l’angolo: mercoledì 30 ottobre, alle ore 19 si terrà un interessante caffè letterario alla presenza di Wu Ming 2 e Antar Mohamed che presentano il loro romanzo a quattro mani “Timira – Romanzo meticcio” (Einaudi Stile Libero) sulla tecnica di scrittura dell’autore in incognito e i territori poco frequentati della storia italiana.

Con un solo giorno di distanza Federico Sanguineti si interrogherà sul testo della Divina Commedia, sempre alle ore 19.

Il mese di novembre attende impaziente la grande visita Erri De Luca, il 12 alla Literaturhaus (in Schwanenwik 38), ore 20.

Come – mea culpa – non vi ho segnalato la scorsa volta, i posti sono limitati e tutti gli eventi necessitano di prenotazione. Basta telefonare al numero 040/39999130 o mandare una mail a iicamburgo@esteri.it

Nel caso di Erri De Luca, l’evento è eccezionalmente a pagamento: 6€ per i soci dell’Istituto, 10€ per tutti gli altri.

Gli incontri si terranno tutti in italiano, con traduzione simultanea in tedesco. Questa, di solito, è la norma, ma il Bergonzoni di ieri – per fortuna, aggiungerei – era meravigliosamente intraducibile!

Amburgo nascosta – La chiesa di St.Nikolai

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

16 ottobre 2013

Ricorderete, forse, una delle etichette controverse che io stessa ho affibbiato ad Amburgo nel presentarvela: vi parlai di una città tendenzialmente finta, almeno architettonicamente parlando. Infatti, nonostante sia stata martoriata da due tragedie niente male, uno il grande incendio del 1842 e l’altra – più di altri centri tedeschi – la Seconda Guerra Mondiale, con il bombardamento aereo del 1943, Amburgo sembra non portare i segni di quelle ferite.

Eppure, con l’aiuto di un amburghese acquisito, nonché studioso di storia contemporanea, ho scovato un vero e proprio squarcio, che giace nella chiesa scoperchiata di St.Nikolai il cui meraviglioso campanile, nonostante sia per metà coperto da un’orribile impalcatura sin da quando sono arrivata – e probabilmente da molto prima – fa parte dello skyline mozzafiato che mi emoziona quotidianamente.

Paragonabile alla famosa cattedrale di Colonia, la chiesa di St.Nikolai è una delle più antiche di Amburgo: la sua prima pietra fu posta dal 1195, ma da quel momento la sua è stata una lotta per non perdere quelle sovrapposte da allora in poi. Infatti, proprio l’incendio del 1842 la distrusse completamente. Un architetto britannico, però, progettò il nuovo edificio di stampo neo-gotico, ricostruendola dal 1846 al 1882. Gli amburghesi non ebbero molto tempo per godersela, dato che il 1943 la rase nuovamente al suolo. Dalla fine della guerra in poi, incredibile, ma vero, si decise di non rimetterla in piedi, lasciandola come memento e monumento commemorativo mutilato delle vittime dello sterminio nazista.

Così, se il turista più esperto dovesse decidere di tralasciare i mattoncini rossi della Speicherstadt per ammirare un autentico frammento storico di Amburgo, in pochi passi si ritroverebbe al centro di una navata a cielo aperto. Una pianta senza tetto, come in un libro di Storia dell’arte. Parte dei muri smozzicati riportano i nomi dei caduti, il monumento di un angelo occupa il centro di quella che sembra una piazza, e alcuni pannelli raccontano il passato ed il futuro di St.Nikolai che combatte ancora per salvarsi, dato che proprio dal prossimo anno fino al 2014 il comune della città avvierà un’ennesima opera per rimettere in sicurezza il campanile della chiesa.

Un pezzo forte in tutti i sensi, nonché l’unica parte ancora visibile ed agibile. Il campanile di St.Nikolai risale al 1874, anno in cui coi suoi 147mt circa era il più alto del mondo.

Dal 2005 i visitatori possono raggiungere i 76mt di altezza grazie ad un ascensore (previo pagamento di 5€) che li porta a scoprire un panorama se vogliamo insolito rispetto a quello che si gode dal più celebre Michel (la chiesa di St.Michaelis il cui orologio dorato si affaccia sul porto e sullo stabilimento di Gruner+Jahr; fermata Baumwall sulla U-3). Le travi e i tubi intralciano lo spettacolo insieme a piccoli Gargoyles simili a quelli di Notre Dame de Paris. La vista precipita su Rathausmarkt, si espande a Sud dell’Elba verso Hafen City, riflette i grattacieli della City che si scontra con la Speicherstadt e si specchia sia nel Binnen che nell Außer Alster.

Regalarselo di domenica pomeriggio, al tramonto, poi, è stato uno di quei momenti in cui ho di nuovo pensato di non andarmene da qui, di resistere, come questo campanile, alle insidie e gli attacchi.

E come sempre, in concomitanza con questa “gita” a lungo programmata, dimenticai la macchina fotografica a casa. Gli scatti sono miei, per quello che lo smartphone ha concesso di catturare dagli occhi più emozionati.

Cinema! Italia! – Film in lingua originale ad Amburgo

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

5 settembre 2013

 

Il blog é appena nato, e non ho ancora avuto modo di farvi dare un vero primo morso a questo succulento Hamburger, eppure c’é giá un evento che scalpita per essere segnalato.

(credits: Istituto Italiano di Cultura di Amburgo)

Da oggi, 5 settembre, per una settimana – fino a mercoledí 11 settembre, il Metropolis Kino in Kleine Theaterstraße 10 (per gli hamburgers acquisiti: una traversa di Damntorstraße, a metá fra le fermate metro di Gänsemarkt e Stephanplatz) ospita la prima tappa della rassegna di cinema italiano “Cinema! Italia!” che girerá 30 cittá tedesche nei prossimi mesi concludendosi a Berlino il 18 dicembre.

La rassegna, realizzata con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia, e che ad Amburgo vede il contributo importante dell’Istituto Italiano di Cultura, é alla sua 16esima edizione, proietterá film italiani in lingua originale con sottotitoli in tedesco.

La programmazione é composta da:

Reality (2012) di Matteo Garrone;

Il rosso e il blu (2012) di Giuseppe Piccioni;

Tutti i santi giorni (2012) di Paolo Virzí;

L’intervallo (2012) di Leonardo di Costanzo;

Bellas Mariposas (2012) di Salvatore Mereu

e Viva la libertá (2013) di Roberto Andó che festeggerá personalmente l’apertura della rassegna con un incontro col pubblico amburghese, Sabato 7 settembre alle 19:00.

Il grande cinema d’autore attracca per lenire una delle ferite degli espatriati – almeno gli appassionati di cinema nostrano – che seguono le uscite italiane e aspettano di tornare in patria per chiudersi in una sala d’Essay o ricorrono, per disperazione, allo streaming pirata.

La Germania, come l’Italia, é solita doppiare i film che proietta. Non é una cosa scontata all’Estero, dato che in Norvegia, per esempio, quasi tutti i film sono in lingua originale con sottotitoli in norvegese – tranne quelli norvegesi, ovviamente.

Pur essendo una cittá abbastanza grande, ad Amburgo non é cosí semplice concedersi un film che non sia in tedesco. Quei pochi che appaiono sporadicamente restano a lungo nelle sale dove, in generale, la programmazione sembra aggiornarsi secondo tempi giurassici, il che puó essere un bene o un male a seconda dei casi.

La sigla di riconoscimento di un film in lingua originale – nel caso in cui doveste consultare un sito web o la locandina di fronte alla sala – é OmU.

Nei miei quattro mesi amburghesi ho trovato rifugio solo in due cinema che soddisfacessero le mie richieste:

un’oasi felice dei film OmU é lo Zeise Kino su Friedensallee 7-9 ospitato in un vecchio capannone industriale di mattoncini rossi nel cuore del quartiere Ottensen (Altona). Ce n’é sempre almeno uno e si tratta soprattutto di film americani, ma non di americanate! L’atmosfera, poi, é impagabile. Ingresso ridotto il lunedí!

Preferisco, peró, é l’Abaton Kino, in Allende-Platz 3 (zona Universitá – Campus) – ingresso ridotto il mercoledí! Lí mi sono goduta The Great Gatsby in 2d (non sono una grande fan del 3d ma il cinema dispone di una sala “effetti speciali”) e di recente mi ha perfino concesso la visione de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, con annessa brutale nostalgia di Roma.

Pur conoscendo ancora poco il tedesco, vi consiglio spassionatamente la lettura dei sottotitoli per la traduzione delle parolacce. Sembra tanto cattiva, invece é la lingua piú “educata” con cui abbia mai avuto a che fare.

Perció sfatiamo il primo mito: i tedeschi non possiedono un vocabolario forbito e accattivante per insultarsi o essere volgari.

Guardare un film sottotitolato sarebbe prezioso per esercitare il vostro crucco A1: insieme alle canzoni, non c’é modo migliore per imparare una lingua!

Perció tenete d’occhio questi due cinema che, in inglese o in italiano, potrebbero letteralmente sorprendervi, fino a quando dallo “spaghetti western” potremo passare al “currywurst comedy”!