“In vacanza” con Erri De Luca alla Literaturhaus di Amburgo

Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com

13 Novembre 2013

 

Accaparro straordinariamente un posto in seconda fila dopo 15 minuti di camminata svelta nella nebbia fitta delle 18:30 amburghesi, attraversando Mundsburg Brücke con vista (mica tanto chiara) sull’Außen Alster e straordinari hotel a cinque stelle.

Il Literaturhaus cafè di Schwanenwik 38 (cliccate QUI per consultare i prossimi eventi) non é meno sontuoso e regale. In una sala interna adiacente al ristorante, con affreschi sul soffitto e luci soffuse al miele, la preview del documentario di Claudio Magris ed Erri de Luca, in onda sul canale ARTE questa sera alle 22:00 (auf Deutsch, natürlich!) è già iniziata. Sono circondata da tedeschi inspiegabilmente legati alla cultura italiana che ridono ad ogni scena di Mussolini, Berlusconi o Bossi (sì, ci sono proprio tutti) e poi anche gli italiani che si radunano in queste occasioni miracolate e si scambiano guardi straniti di fronte alle reazioni dei loro ormai concittadini. L’evento organizzato dalla Literaturhaus è in collaborazione con l‘Istituto Italiano di Cultura.

Erri de Luca si confonde fra la folla, arriva lento, con la sua figura esile ed occupa il suo posto come se non fosse il protagonista della serata. D’altronde lo mette subito in chiaro affrontando uno dei temi della sua scrittura e del libro che presenta, Fische schließen nie die Augen , ovvero la versione tedesca de I pesci non chiudono gli occhi, tradotta da Annette Kopetzki che modera interamente il dialogo. Quindi, appunto, quest’uomo che sembra portarsi dietro il peso del mondo nelle sue rughe, in realtà afferma di non conoscere sofferenze fisiche: “abita un animale antico”, il suo corpo, retaggio degli antenati che gliel’hanno lasciato in eredità. La sua esperienza corporea é forte come dimostra la scrittura fortemente sensoriale, ma non teme alcun rischio, alcuna ferita, “alla fine non é mio”, dice. E mentre l’attore Erik Schäffler legge i brani del libro in questa lingua spesso violenta che sembra spezzare la sonorità poetica di uno stile particolare come quello di De Luca, mi chiedo cosa si provi a riascoltare le proprie parole senza poterle comprendere. Il volto di De Luca è perso come il mio quando non capisco bene ciò che mi accade intorno. Ad aver più tempo, vorrei tanto chiedergli cosa succede quando le orecchie, strumento sacro che De Luca descrive come “pozzi in cui finisce l’acqua piovana dei racconti per conservarla senza che se ne perda una goccia”, ascoltano acquazzoni che non possono riconoscere.

Eppure, eppure lo scrittore corregge la sua traduttrice a fine serata, quando dimentica di riferire un punto cruciale del suo pensiero sulla felicità (possibile, sí, quanto fugace, come la scoperta della verità) forse solo perchè un po’ lo mastica, o perchè i serbatoi, appunto, si sono conformati ai suoni apparentemente inavvicinabili.

In queste situazioni c’é sempre una sorta di indagine per svelare il segreto dello scrittore, accade ulteriormente con un personaggio un po’ schivo come De Luca, che con estrema semplicità risponde: “la scrittura per me non é un lavoro, ma tempo salvato con spirito di contraddizione anche solo con una pagina al giorno, come fosse un riscatto quotidiano. La scrittura per me è villeggiatura.” Così Erri de Luca ha avuto il potere di riportarci tutti a Napoli con sè in poche parole adoperate come utensili, tornando al Mediterraneo “a cui l’Europa deve tutto”, proprio quando ci lasciavamo alle spalle un’altra giornata alle nostre scrivanie che siamo venuti ad occupare in pianta stabile abbandonando lo stivale che, come afferma lo scrittore nel documentario, é fatto apposta per essere attraversato come un ponte che collega il Sud del mondo verso altri luoghi.


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