Il Gängeviertel – Guida ai quartieri di Amburgo #2

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

22 Settembre 2013

 

 

Si colloca fra Valentinskampf, Speckstrasse e Caffamacherreihe, in una posizione chiave, a pochi passi da Jungfernstieg e il Binnenalster, altrettanto dal Karolinenviertel. Il Gängeviertel è un quartiere occupato, autogestito, colorato, ribelle. Di gran lunga più piccolo rispetto alla Christiania della non lontana Copenaghen, il Gängeviertel è un complesso di casupole che combattono il lusso circostante. Le sue sfumature sgargianti si specchiano nel grigiore delle finestre degli alti grattacieli che tutt’intorno ospitano la lobotomia della vita aziendale.

Lì ci lavoro anch’io. Tutte le mattine attraverso i murales delle loro pareti, e ne trovo sempre di nuovi. I loro locali non sono ancora aperti, è troppo presto per vedere in giro i suoi abitanti. A mezzogiorno c’è già qualcuno che si dà da fare, dipinge, aggiusta biciclette, vende libri, taglia i capelli, prepara caffè. A volte c’è un’altalena calata dalle impalcature che occupa tutto il marciapiedi ed interrompe la fretta dei passanti. Ci prendono metaforicamente in giro, ricordandoci il valore vero della vita, al di là delle scrivanie.

Il Gängeviertel è orgoglio per chi ci crede, e una piaga per chi ci vede solo una comunità di punkabbestia al bivacco – tanto per tornare alla chiusura mentale dei tedeschi, come vi ho già raccontato per Veddel.

La storia del Gängeviertel risale al 2009 quando un’investitore acquistò questi pochi edifici storici per demolirli, costruirne di nuovi e rivederli. Un gruppo di ragazzi approfittò di alcuni rallentamenti sui lavori per avviare una vera e propria campagna di sensibilizzazione, appiccicando in giro per la città i bollini rossi con la scritta bianca “Komm in die Gange” (che ancora potete trovare sui pali della luce o ai semafori ed è diventato il logo del quartiere). Era l’estate di quello stesso anno e un festival indipendente portò all’occupazione culturale di quei palazzi già sventrati. Più di 3000 amburghesi parteciparono al primo giorno di concerti e mostre, per dire no alla sparizione di un pezzo della città già ampiamente privata del suo retaggio storico, nell’incendio del 1842 e nei bombardamenti del 1943, come vi avevo già accennato.

Così fu lo stesso comune di Amburgo a decidere di riacquistare quegli edifici per 2 milioni 800 euro, lasciandone la gestione agli occupanti che ci hanno fondato una sorta di cooperativa sociale.

Il Gängeviertel è diventato il simbolo della resistenza contro la gentrificazione. Certo, i rapporti fra gli artisti e il comune (e gli stessi cittadini, a volte) in realtà non sono sempre così facili. Il futuro del quartiere resta incerto: nella loro pace apparente si combatte ogni giorno una lotta che potrebbe vedere l’aiuto di sempre più gente o il lento decadere verso una sconfitta.

Per ora è un esempio vincente di ciò che si verifica sempre più spesso anche e soprattutto in Italia negli ultimi anni. Penso al Teatro Valle Occupato di Roma (il più conosciuto), ma sono tanti (troppi) i luoghi bistrattati della cultura che tentano di non farsi schiacciare dall’orma pesante del capitalismo sconsiderato.

C’è un modo bellissimo per saperne ancora di più e conoscere personalmente chi porta avanti questa battaglia qui ad Amburgo, e dare il proprio contributo: ogni prima domenica del mese (potreste quindi approfittarne il prossimo 6 ottobre!) alle 3 del pomeriggio si organizza un tour pubblico del Gängeviertel – sfortunatamente in tedesco, per i non-German-speaking come me (portatevi l’interprete!). Il punto di incontro è al Puppenstube, Valentinskamp 39. Se non volete o potete arrivarci a piedi dai punti strategici di cui sopra, prendete la U2 e scendete a Gänsemarkt.

Le informazioni sul quartiere sono tratte dall’articolo della giornalista Gesa Gottschalk pubblicato su GEO Special Hamburg, n2|2013. Le foto sono mie, dal mio primo tour intorno al quartiere, quando ancora non sapevo che ci avrei passato le mie giornate, ad osservare curiosa con una certa invidia e tanta ammirazione. Adesso anch’io sono vittima delle loro silenziose pernacchie in faccia ai business men in giacca e cravatta.

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