Il BallinStadt: museo dell’emigrazione di Amburgo

(Dal blog “Hamburger di Amburgo” su Zingarate.com)

12 Novembre 2013

 

Ovvero “Das Auswanderer Museum”.

Non é il classico sito culturale che un turista visiterebbe, é più che altro una tappa da gita scolastica, dove portare ad annoiare i bambini per qualche ora.

Da espatriata alla ricerca di se stessa fuori dai confini, sono stata, invece, fortemente affascinata da questo luogo, graziata dal fatto di viverci accanto. (Si trova infatti in Veddeler Bogen 2, e basta seguire le indicazioni all’uscita della s-bahn di Veddel BallinStadt – appunto – sulla linea S3 o S31)

Nutro una passione forse atipica, visto che prima di Amburgo ho visitato anche quello di Roma, nascosto sotto l’Altare della Patria, ad ingresso gratuito, ben fatto, eppure perennemente vuoto.

Nel caso di Amburgo, penserete, quanto può essere interessante sapere che il posto dove ci si trova é stato un appoggio, un mero punto di passaggio più che un arrivo? Eppure, come vi ho già detto in passato, la natura di porto e la storia della stessa Amburgo si fondano sull’emigrazione dei primi del Novecento.

Certo, può essere più divertente aggirarsi fra i viottoli di St.Pauli per rivivere le notti folli dei marinai che qui approdavano per sfogarsi e risalpare una volta sorto il nuovo sole.

Eppure vi consiglierei di spendere questi 12€ di biglietto (10€ a prezzo ridotto, 4,50€ per gli studenti) per vederci più chiaro.

Manifesti, cartoline, testimonianze riprodotte in tedesco ed inglese (con un marcatissimo accento americano) da manichini che personificano le storie sostate in quegli stessi luoghi, proprio a Veddel. Infatti, i 3 edifici che ospitano il museo, riproducono i dormitori che hanno accolto più di 5 milioni di emigranti europei dal 1850 al 1934 prima che salpassero verso le Americhe. La rotta partiva dalla Germania per arrivare ad Ellis Island, e da lì ancora verso la destinazione “scelta”. Non solo gli Stati Uniti, terra promessa, ma anche l’America Latina. È così che Amburgo é diventato il più grande “albergo” del mondo, il porto dei sogni la porta verso il mondo.

Ma perchè BallinStadt cioè “città di Ballin”? Chi è colui che dà il nome anche alla fermata della S-bahn, (percisazione di cui devo spesso fare uso quando la mia pessima pronuncia tedesca porterebbe a far confondere Veddel con Wedel – esattamente all’estremo opposto – )? Albert Ballin, nato ad Amburgo nel 1857, era il figlio più piccolo di una famiglia ebraico-danese, anch’essa emigrante, tanto che suo padre Joseph aveva fondato un’agenzia per l’immigrazione, la Morris&Co. , di cui Albert prese poi le redini, fino all’assorbimento con l’HAPAG, compagnia di trasporti su nave. Alla fine dell’800, l’HAPAG cominciò a fornire i suoi primi servizi ai passeggeri, ed Albert Ballin pensò bene di sfruttare le sue navi per traghettare in maniera più sicura gli emigranti europei che partivano per il Nuovo Continente. Gli affari fallirono presto in concomitanza con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, tanto che spinsero Ballin al suicidio. Non esattamente un lieto fine, per un uomo a cui alcuni nostri antenati devono molto.

In quella visita che mi concessi appena arrivata, un giorno prima dall’inizio del lavoro dei sogni che mi ha portata fin qui, mi sconvolse la somiglianza di impressioni ed esigenze, pur essendo passato un secolo. Passeggiando fra le valigie ammaccate, ma ancora intatte (molto più delle mie!) mi colpì la lettera di una ragazza austriaca, scritta del 1923 a sua mamma per raccontare il suo arrivo ad Amburgo, accompagnata da suo fratello, descriveva con gioia la vicinanza del dormitorio alla linea della metropolitana e si rivelava sinceramente colpita dalla bellezza della città. Decifrai per ore le cartoline e i ritagli di giornale, riportando alcune frasi impresse come pietre miliari, intramontabili:

“Would you ever like to live in another country that is not yours?” – Vorresti mai vivere in un Paese che non é il tuo?

“Which person would you miss the most?” – Quale persona ti manca di più?

“Do you ever know what it feels to be alone in a strange land?” – Hai mai fatto esperienza di cosa significhi essere da solo in una terra straniera?

“What are you leaving behind?” – Cosa ti stai lasciando dietro?

E’ passato più di un secolo, ma le domande sono le stesse, e le risposte pure. Si è modificata la meta: se i tedeschi un tempo fuggivano, adesso ospitano chi scappa. Tranne in rari casi, come ci ricorda l’incresciosa situazione dei 300 migranti che da Lampedusa si sono rifugiati ad Amburgo senza poter beneficiare neppure di un letto, quello che il dormitorio di Veddel ha offerto in passato.

Anche alla Germania, insomma, capita di dimenticare un passato più propenso all’accoglienza. Noi qui ci siamo arrivati  non costretti dalla guerra, non dalla fame, ma…dagli ideali.

“Gli ideali sono come le stelle, non li raggiungiamo mai, ma come le onde del mare seguiamo il loro corso” : ho ascoltato anche questa dalla bocca virtuale dall’ennesimo emigrante che una volta scorto il profilo della Statua della Libertà, con gli occhi pieni di lacrime, è diventato immigrato, insieme a milioni di altri.

Non basterebbe una vita per trovare le differenze, la precarietà delle condizioni in cui si viaggiava, e certamente quelle in cui si sostava – “il letto non è mai comodo come il nostro”, diceva sempre quella ragazza austriaca. In fondo anche a noi manca il cuscino di casa, la mamma, la festa del paese, il sugo di pomodoro fresco, l’olio d’oliva. Anche noi ci accontentiamo, modifichiamo le nostre abitudini, mettiamo tutto in gioco pur di realizzare un sogno. E sembra facile, ma non lo è affatto.

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